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Mediazione culturale

Perché ho scelto di diventare mediatore culturale

diventare mediatore culturale

Potrei raccontare che, una volta, lavoravo nel turismo e le cose sono cambiate. Oggi va tanto di moda il termine “reinventarsi” che pare brutto essere fuori dalla mischia.

C’è stato il Covid e il mio settore è stato tra i più colpiti, tutto verissimo. Aggiungiamoci pure che in piena pandemia sono diventata mamma e, improvvisamente, avevo tra le braccia una creatura minuscola che aveva bisogno di protezione, amore e, soprattutto, di presenza, cose che andavano inevitabilmente a scontrarsi con una valigia sempre pronta.

Ma questa sarebbe solo una parte della storia, perché se guardo a ritroso il mio percorso, i presupposti c’erano già, solo che dovevo maturare e permettere che quei semini si trasformassero in germogli.

Perché in me non c’era solo un amore sconfinato per i viaggi. Io volevo conoscere, ma conoscere davvero le altre culture, toccandole con mano e arrivare oltre gli scatti patinati che riempiono Instagram. Volevo immergermi in quelle realtà, le volevo respirare, sporcandomi le mani e i vestiti.

Credo che un punto cruciale del mio percorso sia stata l’Università a Torino. Ogni giorno attraversavo Porta Palazzo, che tanto mi ricordava i suk marocchini, mentre il tram pullulava di lingue tanto affascinanti quanto per me incomprensibili. Vicino alla mia facoltà c’era il Centro Studi Asia e Africa. All’epoca, tanti ragazzi arrivavano con un visto per studenti e io non facevo altro che domandarmi quali fossero le reali motivazioni che li avessero spinti a partire. Volevo conoscere, davvero, la loro storia. Dalla curiosità al farci amicizia, amicizia vera, intendo, fu un attimo.

Non è un caso che negli anni ho scritto tantissimo non solo di turismo, ma anche di immigrazione, solo che a un certo punto scrivere non mi bastava più.

Era un giorno di Dicembre quando, con una tazza di mate accanto, digitavo sulla tastiera del mio computer “come diventare mediatore culturale”.

Da quel momento per me si è aperto un mondo e oggi ringrazio quel pizzico di follia che mi ha spinta a provarci e che mi ha permesso, finalmente, di trovare il fil rouge di tutta la strada lungo la quale ho camminato.

Io sono Michela e oggi aiuto le persone.

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