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Africa

Ecco perché non possiamo definire la cultura africana

cultura africana
Fonte immagine: Ivana Tomaskova, Pixabay

Definire la cultura africana è impossibile, semplicemente perché non esiste.

Riflessioni sulla cultura africana

Potrebbe sembrare un’affermazione razzista, ma non lo è.

Per capire, è necessario andare oltre la superficie delle cose. Ripartendo proprio dalla definizione di cultura, che, secondo il vocabolario Treccani, è la seguente:

[…] l’insieme di valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale.

Non si discosta particolarmente la definizione della Oxford Languages, che aggiunge però due elementi:

[…] il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o gruppo etnico, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali.

Il concetto errato di cultura africana

Entrambe le definizioni delimitano la cultura relativamente a un popolo o a un’etnia. Ampliarla a un intero Paese significa cadere nei cliché. Applicarla a un continente vuol dire vivere di stereotipi, contribuendone al rafforzamento.

Del resto, che significato potremmo mai dare alla “cultura europea”? Lo stile di vita in Scandinavia è completamente diverso da quello in Sud Europa. Differenze che passano per il cibo, l’organizzazione statale e familiare, rendendoli luoghi diversissimi fra loro.

Il razzismo nella rappresentazione europea

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Fonte immagine: Antony Trivet, Pixabay

In fondo, che ne sappiamo dell’Africa, se non quello che abbiamo sentito raccontare, o le poche cose intraviste con l’arroganza del turista occidentale durante una vacanza all-inclusive?

Perché questo è il punto. Almeno in Europa, l’Africa è percepita come una realtà lontana anni luce dalla vita agiata del Vecchio Continente.

Chiudendo gli occhi -o accendendo la tv- si accavallano le immagini di luoghi esotici, dove la bellezza va a braccetto con un immaginario fatto di guerre, arretratezza e povertà. Un immaginario che spaventa, perché è lontano dal mondo che conosciamo e dunque ignoto e minaccioso.

Eppure, almeno in parte, sono queste costruzioni fin troppo semplicistiche a rafforzare una visione collettiva distorta, che alimenta lo sfruttamento del continente africano in ogni possibile declinazione.

Come se in Africa esistesse un solo modo di vivere, un unico modello di pensiero e di auto-rappresentazione.

Tutto questo è frutto di una visione etnocentrista, profondamente legata al periodo coloniale. Così ancorata a quegli anni, che l’Europa si arroga il diritto di definire la cultura altrui, senza neppure essere sfiorata dall’idea di perpetrare una forma di razzismo, sottile ma perversa.

Un razzismo che ci fa immaginare l’Africa come un luogo dove la savana si alterna alle baracche a cielo aperto, abitato dall’ uomo nero, considerato un pericolo per la cultura bianca. Un luogo che, nel migliore dei casi quando si parla di cultura, fa venire in mente i soprammobili di legno in vendita al mercato o sulla spiaggia.

Qualche dato sull’Africa

Ma l’Africa non è solo questo. Pretendere di definirne la cultura significa svilirla, continuando di fatto a rivestire il ruolo dei colonizzatori.

Il Sahara: un confine tra noi e loro

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Fonte immagine: Open Clip Art Vectors, Pixabay

Nelle sue distanze immense, il Sahara fa da spartiacque. Una linea di demarcazione che suddivide il Nord -islamico, ma comunque conosciuto grazie alla vicinanza geografica- e il Centro-Sud, lontano, nero, ignoto, fatta eccezione per i Paesi a vocazione turistica che scontano tale attrattiva in modo ancora più subdolo.

La paura tutta italiana dell’uomo nero

L’Africa occidentale, escludendo il Senegal e Capo Verde che sono mete turistiche, è quella che fa più paura, perché include Paesi come la Nigeria, il Gambia e la Costa d’Avorio. La maggior parte degli immigrati africani presenti in Italia arriva da queste latitudini e la pessima gestione della seconda accoglienza, da cui ne consegue la poca sicurezza nelle nostre città, contribuisce non poco a fomentare la paura nei confronti dell’uomo nero.

Etnografia africana

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L’Africa attuale risente pesantemente dell’influsso coloniale.

Spesso i confini sono il risultato di decisioni politiche risalenti al periodo dell’indipendenza, con il conseguente smembramento di intere etnie, che una volta erano accomunate da usi e costumi, religioni e lingue autoctone.

Classificazione delle lingue africane

Escludendo quelle di origine europea, che oggi sono le lingue ufficiali in molti Paesi, in Africa le lingue autoctone sono circa duemila.

Secondo horongazi.org, il sito di Amahoro, Onlus che opera in Burundi per lo sviluppo del Paese

[…] se si considerano anche tutti i dialetti, il numero può arrivare a tremila. […]

Un patrimonio linguistico da riscoprire e tutelare, del quale la medesima fonte ne riporta la classificazione in base a cinque ceppi diversi:

  • lingue del Niger Congo
  • lingue Afroasiatiche
  • lingue Nilo-Sahariane
  • lingue Khaison
  • lingue Austroasiane
Le religioni in Africa

Altrettanto complessa è la ripartizione religiosa. Ai culti tradizionali pagani, tribali e animisti si sono aggiunti – e a volte mescolati- l’Islam e il Cristianesimo.

Uno studio del 2010 -che seppur datato è il più esaustivo rintracciabile on-line- “The Global Religious Landscape: A Report on the Size and Distribution of World’s Major Religious Groups” posiziona il Cristianesimo al primo posto per numero di praticanti -tenendo conto della distinzione tra cattolici e pentecostali- seguito dall’Islam, che si concentra nella parte a Nord-Est.

L’impossibilità di definire la cultura africana

Questi dati, anche se sommari, aiutano a far luce sulla complessità storica e socio-culturale africana.

Una complessità che va ben oltre le statuette di legno decorate e sfocia in una fiorente produzione artistica declinata in tutte le sue forme, atta a veicolare l’appartenenza alla propria terra e gli usi e i costumi che ne fanno parte.

Dalla cucina tipica, specchio dei territori, che sta prendendo piede in Occidente -la chef Victoire Goulobi sdogana la definizione di ethnic food, riproponendo il cibo della sua terra in chiave luxury- fino alla pittura. Contemporanea, a volte anticonformista, ma sempre emblema di un’auto-rappresentazione che non corrisponde affatto all’idea della cultura africana tipica degli europei.

Passando per la musica, fino ad arrivare alla letteratura. Dalle raccolte poetiche, ai saggi, ai romanzi, come non citare Mariama Ba, Ayi Kesi Armah e AbdulRakaz Gurnah, Premio Nobel per la Letteratura nel 2021?

Ognuno di questi artisti, a modo proprio, affronta il tema della rappresentazione africana, che si snoda attraverso l’autoaffermazione, senza però dimenticare i temi sociali e i contrasti con l’Occidente, anche quando si pensava che il periodo coloniale fosse ormai superato. Produzioni artistiche che inglobano i temi dell’emigrazione, dell’esilio, che solo in tale ottica possono essere compresi, mettendosi nei panni dell’altro alla luce della sua esperienza.

Accostarsi alla cultura africana impone assumersi la responsabilità di un passato ingiusto che condiziona il presente e permea l’attualità, un passato doloroso che torna prepotentemente a galla in ogni manifestazione artistica e culturale di questo continente.

Si deve ripartire dalla storia, dall’informazione, dal bisogno reale di osservare e non solo di vedere. Solo allora sarà chiaro che la cultura africana non si può ingabbiare, perché non esiste. Almeno, non come l’uomo europeo l’ha immaginata.

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