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Mediazione culturale

Il bilancio delle competenze: lo strumento per un’integrazione consapevole

bilancio delle competenze immigrazione

Parliamo di Bilancio delle Competenze e lo facciamo nell’ottica del fenomeno immigratorio, in quanto i due punti sono strettamente correlati.

Il Bilancio delle Competenze a supporto dell’integrazione

Il Bilancio delle Competenze, come suggerisce il nome, è uno strumento che riepiloga la professione e il percorso di studi.

La sua redazione è, o dovrebbe essere, un servizio offerto dai Centri dell’Impiego sul territorio o, in alternativa, presso gli Sportelli del Lavoro ubicati nelle varie città.

Come si intuisce, non si tratta di un servizio pensato solo per la componente straniera, ma per chiunque sia alla ricerca di un impiego, dagli studenti fino alle fasce più adulte che hanno bisogno di ricollocazione lavorativa.

Un plus per i cittadini immigrati

Eppure, proprio grazie alla finalità, questo documento rappresenta un plus soprattutto per i cittadini stranieri.

Per capirne il motivo, basta analizzarne le fasi di redazione.

Come si realizza il Bilancio delle Competenze

La primissima fase prevede un colloquio conoscitivo con l’utente, utile a rintracciare le informazioni basilari – età, provenienza geografica, problematiche riscontrate nella ricerca di un lavoro-

Segue poi un approfondimento sulla storia personale che include il percorso di studi effettuati e il sunto delle esperienze lavorative.

L’ultima fase, che solitamente avviene dopo due o tre colloqui, prevede la fase di redazione vera a propria.

Le varianti da considerare nel Bilancio delle Competenze

Come è facilmente intuibile, nel caso dei cittadini stranieri possono esserci delle criticità in più perché bisognerà tenere conto di alcune variabili.

In dettaglio, va analizzato il contesto socio-culturale di provenienza, in quanto questo influenza il modo di rapportarsi agli altri, soprattutto quando si arriva da esperienze potenzialmente traumatiche.

Da capire poi il livello di scolarizzazione dell’utente – ci sono alcuni Paesi dove purtroppo, specie nelle aree rurali, il tasso di alfabetizzazione è ancora molto basso-

Il passo successivo è l’analisi dei titoli di studio e la valutazione del livello di conoscenza della lingua italiana, solo dopo si andranno a mettere in fila le esperienze lavorative.

L’intera fase preliminare serve a redigere un documento che sia veritiero e realmente utile al cittadino straniero.

Scendiamo nel dettaglio con qualche esempio.

A cosa serve davvero il Bilancio delle Competenze

  • Qualora si evidenziassero carenze linguistiche, o un livello di comprensione troppo esiguo, è possibile indirizzare l’utente verso un corso di italiano per stranieri.
  • Si può suggerire l’iter migliore per convalidare i titoli conseguiti all’estero e adeguarsi alle normative italiane.
  • Incontrare le esigenze del mondo del lavoro di riferimento -punto approfondito nel paragrafo successivo-

Integrarsi nel mercato italiano

Significa adeguarsi alle competenze richieste per svolgere una determinata mansione.

Spesso, chi arriva da un Paese straniero, ha alle spalle una specializzazione in settori ben precisi, ma va allineato il know-how.

Ad esempio, una parrucchiera può essere bravissima nella sua città di origine, ma per lavorare in Italia nello stesso settore dovrà conoscere le tecniche più in voga da noi.

Lo stesso possiamo dire per il settore della ristorazione Р̬ difficile lavorare in un ristorante italiano senza padroneggiare le basi della cucina locale-

Così come un muratore esperto altrove, magari non conosce i materiali che si usano qui -questo ultimo esempio non è così improbabile perché le consuetudini lavorative sono modellate sulla base della cultura, del tipo di territorio, del clima e dei materiali reperibili in una determinata zona- Ecco che torniamo al colloquio preliminare, nell’importanza di inquadrare il contesto di provenienza.

Solo incrociando queste informazioni sarà possibile realizzare una sintesi effettivamente utile alla ricerca di un lavoro.

Le carenze del sistema italiano

Purtroppo lo sappiamo.

In Italia i Centri per l’Impiego non funzionano e non certo da oggi. Le polemiche sul loro malfunzionamento relative al reddito di cittadinanza sono storia vecchia, ma quella è solo la punta dell’iceberg.

Mancano i fondi per farli andare a regime, manca la tecnologia, c’è carenza di personale. I Centri per l’Impiego nel nostro Paese sono troppo pochi e mal distribuiti nel territorio.

Soprattutto, manca una banca dati in grado di incrociare domanda e offerta, problema inesistente, ad esempio, in Germania.

Un confronto con la Germania

Secondo il sito dell’Ufficio di Collocamento tedesco, basta registrarsi una volta per gestire on-line i servizi che vanno dalla ricerca di un lavoro fino alla creazione di un’impresa – ci sono poi una serie di sportelli digitali che riguardano le indennità, lo studio e la formazione professionale, inglobando così i Centri per l’Impiego, le Agenzie per il Lavoro e i servizi relativi ai bonus familiari, fonte: https:// www.arbeitangetur.de/-riducendo di fatto anche la burocrazia che è un altro grande problema tutto italiano.

L’esempio tedesco dimostra che, a fronte di investimenti seri, pensati per risultati nel lungo periodo, anche da noi si potrebbe migliorare il sistema.

Il Bilancio delle competenze come strumento di integrazione

Potenziare il servizio, far conoscere il Bilancio, rendendolo uno strumento di supporto nella ricerca attiva di un impiego, significa, tra l’altro, combattere il lavoro nero, piaga sociale che da sempre caratterizza l’Italia.

Nel caso di un cittadino straniero, significa garantirgli un processo di integrazione più consapevole, offrendogli un supporto concreto. Perché non possiamo parlare davvero di integrazione se mancano gli elementi basilari per una vita dignitosa.

Se sei curioso di saperne di più e vuoi conoscere i modi in cui possiamo collaborare, qui trovi tutte le informazioni che stai cercando: Servizi di mediazione culturale per Comuni ed Enti pubblici

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Medio Oriente e dintorni

La difficoltà italiana nel comprendere il conflitto Israelo-Palestinese

conflitto israelo palestinese
Fonte immagine: Hosnysalah, Pixabay

Comprendere il conflitto Israelo-Palestinese. Quasi un’utopia per molti che guardano, costernati, le due fazioni scontrarsi in un conflitto che, anche in Europa, assume contorni sempre più mediatici. Fazioni che, di volta in volta, interpretano il ruolo dei buoni o dei cattivi.

Ecco perché in Italia è difficile comprendere il conflitto Israelo-Palestinese

Già, perché al netto dei due fronti, quello pro Israele e l’altro pro Palestina, in Italia esistono delle difficoltà oggettive che rendono il tentativo di capire sempre più intricato. Come cercare un ago in un pagliaio.

Al sentire le parti coinvolte, senza conoscere un minimo la questione, tutti sembrano avere torto e ragione allo stesso tempo.

Dov’è, allora, la verità?

Interessi economici e commerciali

Si potrebbe parlare di confusione nell’opinione pubblica in tutti i Paesi europei, eppure, in Italia, la confusione non è frutto dell’ignoranza attuale -ignoranza intesa come il non sapere- ma vengono da lontano e hanno in comune un miscuglio di fattori, non da ultimo economici e politici.

Perch̩ se ̬ vero che il vento sta cambiando, lo vediamo nelle proteste di piazza pro Palestina e nel riconoscimento da parte di alcuni Paesi europei di uno Stato di Palestina, un fatto questo senza precedenti, ̬ innegabile che questi fenomeni vengano percepiti Рe forse lo sono realmenteРancora come minoritari rispetto al pensiero dominante.

Al netto dei due schieramenti, esiste anche una fetta di popolazione che vorrebbe davvero iniziare ad approfondire la questione per farsi un’idea più dettagliata, solo che risulta difficile capire da dove iniziare.

Capire il conflitto Israelo-Palestinese: i fattori alla base del gap italiano

Personalmente, ritengo che i motivi di questo smarrimento trovino radici in tre punti.

Programmi scolastici da aggiornare

Partiamo dal più indiretto, ovvero l’istruzione.

Che il sistema scolastico italiano sia obsoleto lo sappiamo e ciclicamente si ripete la polemica senza che nessuno provi a intervenire, mettendo mano ai programmi.

Questo non è affatto slegato dalla realtà, perché un sistema scolastico obsoleto ha la diretta conseguenza di produrre generazioni inermi di fronte ai cambiamenti in atto, che si ritrovano incapaci di leggere l’attualità.

Certo, studiare le civiltà antiche è importante, ma ancora più importante è comprendere le dinamiche che viviamo ai nostri giorni, e qui casca l’asino. In Italia, i programmi di storia si arenano alla Seconda Guerra Mondiale, con qualche breve accenno alla Guerra Fredda e nulla più.

Dunque i temi attuali e le situazioni più complesse che, geopoliticamente parlando, hanno inizio nella storia moderna -dagli anni ’50 ai giorni nostri- non si studiano.

Tra questi rientra a pieno titolo il conflitto Israelo-Palestinese e più in generale la storia dei Paesi del Medio-Oriente, che restano cultura d’élite riservata alla minoranza che prosegue gli studi universitari.

Narrazione di parte

Come se non bastasse, è ben noto – o forse no?- che l’Italia rappresenti -assieme agli Stati Uniti- uno dei maggiori alleati di Israele. Il che si è tradotto negli anni non solo in un supporto incondizionato e nella fornitura di armi, ma anche in una narrazione politica e mediatica totalmente di parte. Pro Israele, chiaramente.

Ora, è un dato di fatto che ascoltare sempre le stesse notizie- ovvero solo una parte della storia- crea assuefazione. In Italia, la narrazione favorita è quella di un Israele assediato che, costretto a difendersi, combatte contro i cattivi, ovvero i palestinesi arabi e pure musulmani.

Il risultato è che qualsiasi voce fuori da questo racconto viene prontamente zittita. Da noi chiunque critichi la politica israeliana viene di fatto bollato come antisemita.

Mancano informazioni oggettive

L’ultimo punto, non per ordine di importanza, sta nel reperire delle fonti alternative alla versione dominante.

Questo perché molte notizie arrivano in lingua araba, ma quanti italiani conoscono la lingua? Certo, esistono delle traduzioni in inglese, queste però non sono sempre attendibili -anzi spesso lasciano il tempo che trovano perché di dubbia provenienza e in qualche caso anche di qualità discutibile- con il risultato di alimentare l’incertezza in chi cerca di documentarsi.

Inoltre, sappiamo che l’Italia è il fanalino di coda europeo per quanto riguarda le lingue straniere. La maggioranza delle persone, anche con un diploma di scuola secondaria, parla un inglese basico, insufficiente per leggere un articolo o comprendere un’intervista senza sottotitoli a velocità normale, figurarsi per trovare il bandolo della matassa sul conflitto Isrelo-Palestinese.

Capire la guerra in Palestina: da dove partire

Eppure, al netto di tutto, un modo per farsi un’idea esiste e non è neppure troppo difficile.

Non importa se non sapete da dove iniziare, non importa se non conoscere l’arabo e non parlate nemmeno inglese.

Aprite un atlante, andate su Google e mettete a confronto la mappa dei territori palestinesi di pochi decenni fa con una cartina attuale.

Io l’ho fatto, eccola.

conflitto israelo palestinese
Fonte immagine: auphr.org

La prima immagine da sinistra, mostra in verde il territorio palestinese nel 1946. L’ultima, a destra, è la situazione attuale, con il colore rosa che indica l’ampliamento di Israele dopo settanta anni di conflitto.

Basterebbe questo per acquisire quel minimo di consapevolezza e porsi le domande giuste. Basterebbe questo per comprendere tante verità, che non sono affatto quelle che la narrazione mediatica italiana ha sempre voluto raccontarci.

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Medio Oriente e dintorni

Israele: non si ferma la politica del terrore

Israele politica terrore
Fonte immagine: Adnkronos

Israele non si ferma e continua a gettare benzina sul fuoco. Lo fa con una politica che punta tutto sul terrorismo -in questo caso psicologico ma, proprio per questo, potenzialmente più dannoso- minacciando il cuore dell’Europa.

Con un obiettivo non dichiarato. Favorire un intervento europeo nei confronti dell’Iran, tutto a suo vantaggio.

Israele: continua la politica del terrore

L’immagine in copertina sembra arrivare dall’anteprima di un film fantascientifico, invece ha fatto il giro del mondo, con le foto apocalittiche diffuse su X, di Roma e Parigi sotto attacco. Immagini corredate dalle parole di Israel Katz, Ministro degli Esteri israeliano:

Il recente attacco a Israele è solo un’anteprima di quello che le città di tutto il mondo possono aspettarsi se il regime iraniano non verrà fermato.

Fortunatamente, i dati raccontano di un’Italia contraria alla guerra.

Quasi 3 italiani su 4, il 74%, guardano con favore alla recentissima risoluzione delle Nazioni Unite per una tregua nella Striscia di Gaza, nell’auspicio che possa fermarsi l’uccisione di civili e che Hamas liberi gli ostaggi israeliani.

Ilfattoquotidiano.it 31/03/2024

Piuttosto azzeccata la risposta di Tajani, che sottolinea la necessità di non disseminare il panico, eppure, a ben guardare, lo scopo di Israele è proprio questo, creando nei civili europei la percezione di essere sotto attacco, nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica contro Teheran, storico antagonista dello Stato ebraico.

Continuando, nel frattempo, a uccidere i civili palestinesi ai quali è stato tolto tutto. Dalla terra fino alla libertà di circolazione, relegandoli in un territorio sempre più esiguo, al fine di cancellarne l’identità. Termine questo che provoca un brivido lungo la spina dorsale in chi è ancora dotato di un minimo di capacità critica, poiché è impossibile non tracciare un parallelo con quanto avvenuto nei lager nazisti, tanto che si può parlare di genocidio palestinese senza margine di errore.

Israele continua a pretendere, a dettare legge, rifiutando qualsiasi ipotesi di sanzioni da parte del suo miglior alleato, gli Stati Uniti. Proseguendo in un vittimismo che lo ha reso carnefice, quanto – e forse peggio- dello stesso Hitler.

Il che non basta certo a trasformare Teheran in un santo senza peccato -il regime iraniano è uno dei peggiori esistenti- tuttavia Israele pare non conoscere il detto non svegliare il can che dorme. Poiché andrebbe ricordato che colpire un’ambasciata – è del 1° Aprile l’attacco dell’ambasciata iraniana a Damasco- è un atto terroristico e una dichiarazione di guerra a tutti gli effetti.

Allo stato attuale, sembrano non esistere i presupposti perché si verifichi un attacco in Occidente da parte dell’Iran, cosa che peraltro l’Europa ha tutti gli interessi ad evitare.

Smettere di armare Israele non basta. Serve una presa di posizione forte che, alla luce del malcontento interno allo Stato ebraico -l’ex capo del Mossad Danny Yatom accusa Netanyahu di impedire il rilascio degli ostaggi, fonte: Avvenire- porterebbe di fatto Israele a sentirsi isolato, percependo la sua vulnerabilità. Impossibilitato, dunque, a proseguire il conflitto. Un’eventualità, questa, che potrebbe già essere vagliata in gran segreto dallo stesso Natanyahu, altrimenti, difficilmente si spiegherebbe il far leva sul timore di attacchi in Europa da parte dell’Iran.

Solo in questo caso, forse, potrebbe aprirsi lo spiraglio per un cessate il fuoco e una trattativa. Non prima, però, di un profondo mea culpa da parte di Israele sugli ultimi 70 anni. Un’ipotesi, questa, che al momento non sembra contemplata.

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Mediazione culturale

Baby gang in aumento: esiste una soluzione?

baby gang in aumento
Foto di: Djedj, Pixabay

Ormai non fa più notizia. Le baby gang sono in aumento e tengono sotto scacco le nostre città. I reati violenti come il furto e la rapina a mano armata sono all’ordine del giorno, ma non solo.

Non è raro osservare, tra i vari gruppi che si contendono il controllo del territorio, degli scontri che si traducono in sequestro di persona, risse e accoltellamenti in strada, sotto gli occhi terrorizzati dei passanti.

Un fenomeno preoccupante che è in crescita, al quale il sistema giudiziario italiano appare incapace di rispondere. Non si tratta soltanto di tempistiche troppo lunghe, il problema è a monte, perché spesso gli imputati sono al di sotto della soglia di punibilità, dunque, a meno che non venga modificata la normativa, il sistema giudiziario e le forze dell’ordine hanno le mani legate.

Baby gang in aumento: esiste una soluzione?

baby gang in aumento
Immagine di: Tumsu, Pixabay

Ma chi sono e da dove vengono questi giovanissimi?

Tipologia e diffusione delle baby gang in Italia

Lo studio “Le Gang giovanili in Italia” di Tanscrime, consultabile sul sito del Ministero dell’Interno a questo link https://www.interno.gov.it/it/notizie/mappatura-nazionale-baby-gang-realta-aumento-italia, prova a tracciarne una mappatura, individuando tre tipi di baby gang. La prima tipologia non ha una struttura gerarchica e la sua presenza è omogenea da Nord a Sud. La seconda -rintracciabile soprattutto nel Meridione- si ispira alle organizzazioni mafiose italiane. La terza fotografa bene la situazione attuale:

[…] gruppi che si ispirano a organizzazioni criminali o gang estere: presenti prevalentemente in aree urbane del Nord e del Centro del Paese composti in prevalenza da stranieri di prima e seconda generazione. […]

Lo studio termina con una serie di proposte di intervento, che si condensano in un richiamo a una maggiore collaborazione tre le istituzioni e al sostegno alle famiglie.

La situazione in Europa

Inquadrare le caratteristiche delle baby gang però, non basta per comprendere a fondo un fenomeno che non è affatto tutto italiano.

La Francia non sembra essere da meno e pochi mesi fa il primo ministro svedese Ulf Kristerssan parlava della situazione sempre più preoccupante anche in Svezia -fonte: sussidiario.net, articolo del 30/09/23 di Josephine Corinci-

Per correre ai ripari, nel tentativo di arginare la violenza che dilaga, occorre capire le motivazioni e le dinamiche alla base dell’aumento delle baby gang in Italia.

Non tutti i gruppi sono baby gang

Stando ai dati dello studio firmato Tanscrime, molti degli appartenenti a questi gruppi organizzati si ispirano ai modelli delle baby gang straniere.

In questo c’è sicuramente un fondo di verità, almeno nei casi in cui i gruppi sono coadiuvati a monte dalla criminalità organizzata.

Eppure, assistiamo spesso ad aggregazioni volontarie che nulla hanno a che fare con le mafie di matrice straniera presenti sul territorio italiano.

Il ruolo dei trapper

baby gang in aumento
Foto di: Robert Balog, Pixabay

Aggregazioni che in molti casi passano per la musica e devono la popolarità ai social, tanto che, sempre nel medesimo studio, si legge:

[…] si aggiunge la sempre più persuasiva esposizione ad attività e rappresentazioni estreme in rete o nei media tradizionali che, in qualche caso, possono attivare processi emulativi o favorire condotte devianti alla ricerca di consenso tra pari. […]

I trapper in Italia

Il fenomeno è inevitabilmente correlato ai trapper, termine spesso sconosciuto ai più, che però, almeno in parte, aiuta a far luce sui motivi del successo che riscontrano nei giovanissimi.

Trapper deriva da trap, trappola, e si identifica con i luoghi più emarginati degli Stati Uniti dove nei primissimi anni ’90 avveniva lo spaccio della droga.

Dalla definizione si intuisce la provenienza sociale e i temi trattati dai trapper, che spesso in Italia hanno origini Nord africane. Origini, perché le famiglie sono arrivate nel nostro Paese tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, ma loro sono nati qua.

Riflessioni sui trapper e la malavita: cosa non ha funzionato

Forse, allora, proprio nell’ultimo dato sta la chiave di lettura.

Questi ragazzi, pur essendo nati e cresciuti in Italia, parlano di violenza, povertà ed emarginazione.

Un’emarginazione che si muove su più fronti: quella identitaria -quanti si sentono italiani e in che modo l’origine influisce sulla loro vita?- e quella sociale. Quest’ultima passa per la mancata integrazione – e si apre un paradosso enorme, perché per chi è nato qui non dovrebbe aver senso parlare di integrazione- ma non solo.

Una delle accuse che viene rivolta più spesso alla politica -basta ascoltare qualche intervista per rendersene conto- è la risposta che questa non ha saputo dare in termini di opportunità, come se lo Stato li avesse emarginati e, dunque, rifiutati.

Le baby gang sono il fallimento del modello integrativo italiano

Come suggerisce il nome, gli appartenenti a quelle che comunemente definiamo baby gang -includendo tra queste i trapper di origine straniera, che però a ben vedere non sempre rientrano nel fenomeno, in quanto spaccio, risse e rapine rappresentano il risultato di un certo tipo di vita e non il fine del gruppo- sono giovanissimi, quasi sempre sotto i 25 anni.

Da questo dato è facilmente intuibile che tutti hanno lasciato la scuola poco più che adolescenti. Il periodo maggiormente critico, ovvero la fascia di età 13-16 anni, dice anche che l’abbandono è avvenuto all’inizio delle superiori. Quasi sicuramente questa scelta non è avvenuta per caso, ma è l’epilogo di un disagio sociale covato da tempo, probabilmente all’interno delle stesse famiglie di origine. Famiglie che hanno avuto difficoltà a integrarsi all’epoca del loro arrivo, famiglie che una volta mandavano i loro figli alla scuola dell’obbligo.

Allora dov’erano le Istituzioni all’epoca? Perché non sono intervenuti i servizi sociali, allontanando quei bambini da un futuro all’insegna dei soldi facili e della malavita? Se fosse stata mostrata loro un’alternativa, oggi la situazione sarebbe diversa?

Aumento delle baby gang in Italia: esiste una soluzione?

Difficile dirlo col senno di poi, sta di fatto che un recupero è più semplice in giovane età che da adulti.

Quel che è certo, è che le baby gang di oggi rappresentano il fallimento della politica sociale italiana di dieci anni fa, perché fare i moralisti è facile, tutt’altra storia è far capire che esiste una strada diversa a chi nella vita ha conosciuto solo emarginazione e povertà. Che si trasformano in rabbia sociale, difficile da contenere. Certo, esiste chi, nonostante tutto, riesce a rompere la catena e ad affrancarsi da un destino che pare essere già scritto, ma solo pochi, pochissimi ci riescono.

Ecco allora che la soluzione sta nella prevenzione. Ricostruire le storie disastrate di chi oggi fa parte delle baby gang, andando a vedere come e quando si è verificato il cortocircuito sociale. E intervenire sui nodi, quali l’isolamento, il basso reddito e l’abbandono precoce degli studi, che spesso viaggiano di pari passo. Così dovrebbe funzionare la sinergia tra le Istituzioni, altrimenti, sono solo parole buttate al vento.

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Africa

Ecco perché non possiamo definire la cultura africana

cultura africana
Fonte immagine: Ivana Tomaskova, Pixabay

Definire la cultura africana è impossibile, semplicemente perché non esiste.

Riflessioni sulla cultura africana

Potrebbe sembrare un’affermazione razzista, ma non lo è.

Per capire, è necessario andare oltre la superficie delle cose. Ripartendo proprio dalla definizione di cultura, che, secondo il vocabolario Treccani, è la seguente:

[…] l’insieme di valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale.

Non si discosta particolarmente la definizione della Oxford Languages, che aggiunge però due elementi:

[…] il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o gruppo etnico, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo o ai diversi periodi storici o alle condizioni ambientali.

Il concetto errato di cultura africana

Entrambe le definizioni delimitano la cultura relativamente a un popolo o a un’etnia. Ampliarla a un intero Paese significa cadere nei cliché. Applicarla a un continente vuol dire vivere di stereotipi, contribuendone al rafforzamento.

Del resto, che significato potremmo mai dare alla “cultura europea”? Lo stile di vita in Scandinavia è completamente diverso da quello in Sud Europa. Differenze che passano per il cibo, l’organizzazione statale e familiare, rendendoli luoghi diversissimi fra loro.

Il razzismo nella rappresentazione europea

cultura africana
Fonte immagine: Antony Trivet, Pixabay

In fondo, che ne sappiamo dell’Africa, se non quello che abbiamo sentito raccontare, o le poche cose intraviste con l’arroganza del turista occidentale durante una vacanza all-inclusive?

Perché questo è il punto. Almeno in Europa, l’Africa è percepita come una realtà lontana anni luce dalla vita agiata del Vecchio Continente.

Chiudendo gli occhi -o accendendo la tv- si accavallano le immagini di luoghi esotici, dove la bellezza va a braccetto con un immaginario fatto di guerre, arretratezza e povertà. Un immaginario che spaventa, perché è lontano dal mondo che conosciamo e dunque ignoto e minaccioso.

Eppure, almeno in parte, sono queste costruzioni fin troppo semplicistiche a rafforzare una visione collettiva distorta, che alimenta lo sfruttamento del continente africano in ogni possibile declinazione.

Come se in Africa esistesse un solo modo di vivere, un unico modello di pensiero e di auto-rappresentazione.

Tutto questo è frutto di una visione etnocentrista, profondamente legata al periodo coloniale. Così ancorata a quegli anni, che l’Europa si arroga il diritto di definire la cultura altrui, senza neppure essere sfiorata dall’idea di perpetrare una forma di razzismo, sottile ma perversa.

Un razzismo che ci fa immaginare l’Africa come un luogo dove la savana si alterna alle baracche a cielo aperto, abitato dall’ uomo nero, considerato un pericolo per la cultura bianca. Un luogo che, nel migliore dei casi quando si parla di cultura, fa venire in mente i soprammobili di legno in vendita al mercato o sulla spiaggia.

Qualche dato sull’Africa

Ma l’Africa non è solo questo. Pretendere di definirne la cultura significa svilirla, continuando di fatto a rivestire il ruolo dei colonizzatori.

Il Sahara: un confine tra noi e loro

cultura africana
Fonte immagine: Open Clip Art Vectors, Pixabay

Nelle sue distanze immense, il Sahara fa da spartiacque. Una linea di demarcazione che suddivide il Nord -islamico, ma comunque conosciuto grazie alla vicinanza geografica- e il Centro-Sud, lontano, nero, ignoto, fatta eccezione per i Paesi a vocazione turistica che scontano tale attrattiva in modo ancora più subdolo.

La paura tutta italiana dell’uomo nero

L’Africa occidentale, escludendo il Senegal e Capo Verde che sono mete turistiche, è quella che fa più paura, perché include Paesi come la Nigeria, il Gambia e la Costa d’Avorio. La maggior parte degli immigrati africani presenti in Italia arriva da queste latitudini e la pessima gestione della seconda accoglienza, da cui ne consegue la poca sicurezza nelle nostre città, contribuisce non poco a fomentare la paura nei confronti dell’uomo nero.

Etnografia africana

cultura africana

L’Africa attuale risente pesantemente dell’influsso coloniale.

Spesso i confini sono il risultato di decisioni politiche risalenti al periodo dell’indipendenza, con il conseguente smembramento di intere etnie, che una volta erano accomunate da usi e costumi, religioni e lingue autoctone.

Classificazione delle lingue africane

Escludendo quelle di origine europea, che oggi sono le lingue ufficiali in molti Paesi, in Africa le lingue autoctone sono circa duemila.

Secondo horongazi.org, il sito di Amahoro, Onlus che opera in Burundi per lo sviluppo del Paese

[…] se si considerano anche tutti i dialetti, il numero può arrivare a tremila. […]

Un patrimonio linguistico da riscoprire e tutelare, del quale la medesima fonte ne riporta la classificazione in base a cinque ceppi diversi:

  • lingue del Niger Congo
  • lingue Afroasiatiche
  • lingue Nilo-Sahariane
  • lingue Khaison
  • lingue Austroasiane
Le religioni in Africa

Altrettanto complessa è la ripartizione religiosa. Ai culti tradizionali pagani, tribali e animisti si sono aggiunti – e a volte mescolati- l’Islam e il Cristianesimo.

Uno studio del 2010 -che seppur datato è il più esaustivo rintracciabile on-line- “The Global Religious Landscape: A Report on the Size and Distribution of World’s Major Religious Groups” posiziona il Cristianesimo al primo posto per numero di praticanti -tenendo conto della distinzione tra cattolici e pentecostali- seguito dall’Islam, che si concentra nella parte a Nord-Est.

L’impossibilità di definire la cultura africana

Questi dati, anche se sommari, aiutano a far luce sulla complessità storica e socio-culturale africana.

Una complessità che va ben oltre le statuette di legno decorate e sfocia in una fiorente produzione artistica declinata in tutte le sue forme, atta a veicolare l’appartenenza alla propria terra e gli usi e i costumi che ne fanno parte.

Dalla cucina tipica, specchio dei territori, che sta prendendo piede in Occidente -la chef Victoire Goulobi sdogana la definizione di ethnic food, riproponendo il cibo della sua terra in chiave luxury- fino alla pittura. Contemporanea, a volte anticonformista, ma sempre emblema di un’auto-rappresentazione che non corrisponde affatto all’idea della cultura africana tipica degli europei.

Passando per la musica, fino ad arrivare alla letteratura. Dalle raccolte poetiche, ai saggi, ai romanzi, come non citare Mariama Ba, Ayi Kesi Armah e AbdulRakaz Gurnah, Premio Nobel per la Letteratura nel 2021?

Ognuno di questi artisti, a modo proprio, affronta il tema della rappresentazione africana, che si snoda attraverso l’autoaffermazione, senza però dimenticare i temi sociali e i contrasti con l’Occidente, anche quando si pensava che il periodo coloniale fosse ormai superato. Produzioni artistiche che inglobano i temi dell’emigrazione, dell’esilio, che solo in tale ottica possono essere compresi, mettendosi nei panni dell’altro alla luce della sua esperienza.

Accostarsi alla cultura africana impone assumersi la responsabilità di un passato ingiusto che condiziona il presente e permea l’attualità, un passato doloroso che torna prepotentemente a galla in ogni manifestazione artistica e culturale di questo continente.

Si deve ripartire dalla storia, dall’informazione, dal bisogno reale di osservare e non solo di vedere. Solo allora sarà chiaro che la cultura africana non si può ingabbiare, perché non esiste. Almeno, non come l’uomo europeo l’ha immaginata.

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Mediazione culturale

Il Ramadan nelle scuole italiane come opportunità di incontro

ramadan scuole italiane
Immagine di Gordon Johnson, Pixabay

Il titolo è eloquente. A dispetto delle polemiche, il Ramadan coinvolge più che mai le scuole italiane, vista l’alta percentuale di bambini e ragazzi appartenenti alla fede musulmana.

Io oggi vorrei lasciare da parte quelle polemiche, provando a rendere questa festività che non ci appartiene un’occasione di incontro per tutti gli studenti.

Il Ramadan nelle scuole italiane: la conoscenza è la chiave

Lo facciamo con un’attività interculturale, una sorta di laboratorio che ha lo scopo di favorire la conoscenza tra la comunità islamica e quella non islamica.

Alla fine dell’articolo troverai le slide illustrate che ti serviranno come base per realizzare l’attività nella tua classe.

Attività scolastica multidisciplinare: impariamo a conoscere il Ramadan

Qualche precisazione prima di continuare.

Spesso si pensa che inserire attività di questo tipo nel programma scolastico sia complesso. Può essere vero nel caso di attività strutturate che richiedono ore di preparazione e fondi importanti, ma nessuno vieta di iniziare con poco, a piccoli passi.

Per questa attività, ad esempio, non serve una grande programmazione e nemmeno grandi risorse.

Se non ci credi continua a leggere.

Obiettivi dell’attività

Favorire il dialogo interreligioso e l’incontro fra culture. La cronaca di queste ultime settimane ci mostra come il dibattito e le polemiche siano più accesi che mai quando si parla di Islam.

Con questo laboratorio proviamo ad andare oltre, cercando di capire un pezzettino della tradizione musulmana che è sempre più presente nel tessuto scolastico e sociale italiano.

Lo faremo facendo incontrare i ragazzi a metà strada fra le due culture, perché solo con la conoscenza possiamo decostruire gli stereotipi.

Destinatari

Ragazzi delle scuole secondarie di primo grado. Sconsiglio di proporla a studenti delle classi inferiori perché lo svolgimento del laboratorio presuppone alcune conoscenze fondamentali della tradizione cristiana, nozioni che si apprendono prevalentemente al Catechismo in preparazione della Cresima, che in Italia si fa più o meno durante le scuole medie.

Metodologia

Nel laboratorio sono previsti la narrazione, l’ascolto attivo e l’uso di alcuni supporti digitali -ti spiego meglio nei paragrafi successivi-

Compresenza

Per uno svolgimento ottimale di questa attività si richiede la presenza del docente di lingua italiana e di religione cattolica. Inoltre, per rendere più stimolante il laboratorio, spingendo i ragazzi a porsi delle domande, è previsto l’intervento di due mediatori interculturali che lavorano sui codici linguistici e culturali degli studenti.

Per questo, sarebbe ottimale la compresenza di un mediatore culturale musulmano di madre lingua araba e uno italiano, che conosca in profondità la cultura italiana e le pratiche religiose cristiane, supportando così il lavoro dell’insegnante di religione e di lingua italiana.

Durata

Una mattina -è possibile svolgere l’attività in circa 4 ore-

Svolgimento

Il laboratorio sul digiuno islamico del Ramadan si articola in tre fasi:

  • Si parte facendo disporre la classe a cerchio. Va benissimo sistemare i banchi in modo che i ragazzi possano guardarsi negli occhi, tuttavia sarebbe meglio sedersi tutti per terra disponendosi a cerchio. Il cerchio infatti, oltre a favorire il confronto a aumentare l’attenzione, rafforza il senso di appartenenza al gruppo, punto fondamentale perché si lavora sulla coesione della classe ed elimina gli schieramenti “noi” vs “voi”. A questo punto si inizia con la definizione di Ramadan, facendo luce sull’origine della pratica, il significato e le regole da rispettare durante il digiuno. Qui gioca un ruolo cruciale il mediatore arabo perché si fa carico di spiegare i punti che agli occhi di uno studente non musulmano possono essere oscuri o percepiti come lontani e difficili da comprendere.
  • Poi si passa al punto successivo, dove l’insegnante di religione e il mediatore italiano collaborano cercando le differenze e le analogie con la Quaresima cristiana -periodo, significato, concetto di “fioretto” inteso come rinuncia a qualcosa. L’insegnante di italiano rielabora i concetti su una lavagna e, aiutato dal mediatore arabo, spiega i punti di contatto tra Quaresima e Ramadan.
  • A turno, parlano poi i ragazzi ognuno in base all’appartenenza religiosa, declinando il Ramadan e la Quaresima in base al Paese di origine e alle proprie tradizioni familiari.

Per tenere traccia del lavoro svolto, si possono registrare i racconti creando dei video da mostrare a casa e aggiungendoli all’elenco delle attività extra curricolari previste dalla scuola nel piano dell’offerta formativa.

Nel paragrafo successivo trovi le slide che riassumono quanto detto fin ora.

Il Ramadan nelle scuole italiane: progetto scolastico interdisciplinare

ramadan scuole italiane
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ramadan scuole italiane
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Adesso non ti resta che metterti all’opera. Scrivimi e fammi sapere come va.

Se invece non sai da dove partire, o hai bisogno di idee e consigli specifici, dai un’occhiata alla pagina Servizi scolastici di mediazione culturale, dove troverai tanti modi per collaborare con me.

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Mediazione culturale

Scuole chiuse per Ramadan: non facciamone una questione di Stato

scuole chiuse ramadan

Fonte immagine: Jonh1cse, Pixabay

La vicenda la conoscono tutti. La polemica è nata dopo la proposta del dirigente scolastico di Pioltello di chiudere la scuola per permettere agli studenti musulmani di festeggiare in famiglia la fine del Ramadan.

Scuole chiuse per il Ramadan: perché non è una questione di Stato

Sarebbe inutile tornare sulle reazioni perché ne hanno già ampiamente parlato tutti i giornali, ma da questo si può trarre più di qualche riflessione.

Quanti sono i musulmani in Italia?

Partiamo dai numeri.

Secondo i dati forniti dal Pew Research Center, i musulmani in Italia rappresentano la terza categoria per appartenenza religiosa, attestandosi a circa 2,7 milioni di fedeli.

Tra questi, una larga parte sono italiani, non solo per cittadinanza acquisita. Nel conteggio infatti sono compresi anche i convertiti -ovvero i nati in Italia da famiglie non musulmane che hanno abbracciato la fede islamica in un secondo momento-

Alla luce di questi dati, salta all’occhio la presenza massiccia – e, a quanto pare, sempre più strutturata- dell’Islam in Italia, numeri che si riflettono anche nelle scuole di ogni ordine e grado, con una netta prevalenza nelle regioni del Nord.

Scuole chiuse per Ramadan: le accuse

Una delle obiezioni più accese riguardo la proposta del preside di Pioltello, è stato il richiamo -non solo a livello politico, ma anche da parte di comuni cittadini- al rispetto delle nostre usanze, invocato a gran voce su più fronti.

Il dibattito si colloca nel filone più ampio che include l’immigrazione clandestina, il tema della sicurezza e il timore di un’invasione. Tutti elementi che -per lo meno da parte di chi sostiene questa tesi- porterebbero a una scristianizzazione dell’Italia.

Qualche dato sul Cristianesimo italiano

scuole chiuse ramadan

Fonte immagine: ddzphoto, Pixabay

Anche in questo caso, sono i numeri a parlare.

In Italia le Chiese sono vuote, a dispetto di un’esigua minoranza che continua a praticare la religione cristiana anche nelle varianti ortodossa e pentecostale.

Il Cattolicesimo continua a essere al primo posto -del resto c’è la presenza del Vaticano- eppure i conti non tornano.

La profonda crisi del Cattolicesimo

Secondo il sito italiandati.com, i cattolici in Italia sarebbero quasi 44 milioni -dati del 2021- numeri che però stridono con l’allontanamento dalla fede e la forte presenza di atei e agnostici, soprattutto nelle fasce giovanili.

Il calo dei cattolici praticanti – con tutte le conseguenze che ne derivano- è un fenomeno conosciuto da anni. In parte è rintracciabile nella crisi identitaria della Chiesa, i vari scandali e la sua presunta incapacità di adattarsi ai tempi ne sono un esempio -anche se per i fedeli ci sono motivazioni teologiche legate a questi fenomeni- ma il profondo cambiamento del tessuto sociale italiano, che qualcuno chiamerebbe modernizzazione, ha fatto la sua parte.

Ergo, il calo dei cattolici va interpretato alla luce di una serie di concause, ma in nessun modo si possono additare i musulmani per la nostra scristianizzazione.

Scristianizzazione che passa anche attraverso l’eliminazione del crocifisso nei luoghi pubblici.

Pure in questo caso, è credenza comune che, citazione testuale “lo abbiamo eliminato per colpa dei musulmani”, cosa assolutamente errata.

Nessuno nega che negli anni qualche estremista abbia avanzato la pretesa, ma si tratta di casi assolutamente marginali rispetto al numero dei musulmani presenti in Italia.

Il crocifisso è stato rimosso in risposta a un processo di laicizzazione dello Stato che dura da almeno 50 anni, arco temporale che corrisponde -guarda caso- alla crisi della Chiesa.

La scristianizzazione l’Italia se l’è procurata da sola quando sono cambiati i riferimenti sociali e la Chiesa -intesa come istituzione ma anche luogo fisico- ha smesso di essere un punto di aggregazione e riferimento in una società che tende al laicismo.

L’autonomia delle scuole italiane: ecco perché non è un caso di Stato

La proposta di tenere la scuola chiusa per la fine del Ramadan ha dato vita a un vespaio, tanto che è dovuto intervenire il Presidente Mattarella per mettere fine alla questione.

In Italia la legge Bassanini del 1997 e la regolamentazione del 1999 hanno aperto la strada all’autonomia scolastica, che ha visto piena attuazione nel 2015.

Oggi ogni istituto, oltre a gestire l’offerta formativa, gode dell’autonomia anche per quanto riguarda l’amministrazione e l’organizzazione del calendario scolastico, purché si rispettino i giorni di apertura obbligatori stabiliti per legge.

Ovviamente – a parte le vacanze canoniche- il calendario cambia da scuola a scuola poiché riflette le festività locali.

Con la sua proposta, il dirigente scolastico di Pioltello, esercita il principio di autonomia nel pieno rispetto della legge, viene dunque difficile capire come- il perché è più chiaro- si possa arrivare al caso politico.

Scuole chiuse per il Ramadan: lo specchio di una società che cambia

scuole chiuse ramadan

Fonte immagine: gerat, Pixabay

Si grida all’invasione, al rispetto delle tradizioni, alla scristianizzazione, ma davvero pensiamo che il problema reale sia chiudere la scuola in occasione di una festività non cattolica?

Il tessuto sociale italiano è cambiato e la scuola – che riflette la composizione sociale del nostro Paese- ne tiene conto, gestendo in autonomia i giorni di chiusura, a prescindere dall’appartenenza religiosa degli studenti.

Le scuole chiuse per il Ramadan non sono un favore ai musulmani, ma la risposta a una componente islamica numerosa, risposta che probabilmente sarebbe stata la stessa per altre fedi religiose se avessero avuto gli stessi numeri.

Chiudere le scuole non significa per noi smettere di essere cristiani -per questo, siamo già sulla buona strada per altri motivi- Quindi per favore, non facciamone un caso di Stato.

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17enne morto sulla Sea Watch: quali riflessioni dovremmo fare

diciassettenne sea watch

La notizia è stata ampiamente riportata da tutti i media nei giorni scorsi, per questo non serviva l’ennesimo articolo che riprendesse i fatti, bensì uno spunto di riflessione che vada oltre la ricerca di un colpevole.

Il 6 Marzo, la Ong Sea Watch soccorre in mare un barcone in difficoltà. A bordo si trovano circa 50 persone, cinque delle quali versano in gravi condizioni.

Parte immediatamente una prima richiesta di soccorso, anche perché tra i naufraghi c’è un minorenne in stato di incoscienza.

Schiacciato dal peso di altri cinquanta disperati ammassati nella stiva, ustionato e intossicato dal carburante, il ragazzo muore due ore dopo.

La Guardia Costiera italiana, che aveva suggerito alla Sea Watch di dirigersi in Tunisia perché si trattava di un punto di approdo più vicino rispetto alle nostre coste, arriverà solo in tarda serata a far sbarcare le restanti quattro persone in condizioni critiche. Rifiutando, peraltro, di portar via il cadavere che resta sulla Sea Watch.

La Ong, che non è dotata di cella frigorifera, deve sbarcare a Ravenna, allungando la navigazione di ben quattro giorni.

Fortunatamente, se di fortuna si può parlare in tali circostanze, dopo un primo braccio di ferro con il Governo arriva il contrordine: la Sea Watch può sbarcare a Pozzallo.

Mentre infuriano le polemiche che vedono contrapporsi i soliti schieramenti politici, la Guardia Costiera Italiana si difende dall’accusa di mancato soccorso, in quanto il salvataggio non sarebbe stato di sua competenza territoriale.

Purtroppo, a poco più di un anno dalla strage di Cutro, il copione si ripete.

“Perché la Sea Watch non è andata in Tunisia?” ci si chiede, neppure troppo sottovoce.

Ebbene, la Tunisia non è un Paese per migranti e non è un porto sicuro – anzi, sarebbe opportuno che l’Europa rivalutasse la definizione di porto sicuro-

Il dibattito resta aperto.

Nessuno nega che esiste un problema riguardo la gestione dei flussi migratori, così come è chiaro che l’Italia non può farsi carico da sola degli sbarchi. Un tema, questo, che si ripropone ogni anno soprattutto con l’avvicinarsi della stagione estiva.

Qual è, allora, la soluzione?

La vita prevale su tutto il resto, senza se e senza ma. Che il Governo pensi a salvare vite umane, in primis, discutendo le responsabilità in un secondo momento nella sede opportuna, che in questo caso è il Parlamento Europeo.

Morire a 17 anni a poche miglia delle coste europee è inaccettabile, in barba a qualsiasi rimpallo di responsabilità. Finché non capiremo questo, non avrà senso neppure la pantomima per ricordare le vittime di Cutro, eccetto quello di ripulirsi -fintamente- la coscienza.

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Bimba a scuola con il Niqab a Pordenone: facciamo chiarezza?

Niqab Pordenone

Inizio con una premessa: la domanda contenuta nel titolo è fortemente provocatoria, perché non è affatto scontato fare chiarezza su una questione interpretabile sotto i più disparati punti di vista.

Pordenone: a scuola con il Niqab

Il fatto

La notizia è di qualche giorno fa.

Siamo a Pordenone, città non certo nuova ai fenomeni immigratori. Una bimba di dieci anni si presenta a scuola -parliamo di quarta elementare- indossando il Niqab, il velo tradizionale che prevede la totale copertura del volto, lasciando scoperti solo gli occhi.

Stando alle notizie riportate, l’insegnante avrebbe preferito parlare con la famiglia della sua alunna in un secondo momento, forse proprio al fine di evitare un caso mediatico.

La chiacchierata, a quanto sembra, avrebbe portato i suoi frutti, perché, sempre stando alle fonti reperibili on-line, il giorno dopo il Niqab sarebbe stato sostituito dall’Hijab, il tipico velo che copre soltanto la testa, lasciando libero il viso.

Qui si chiude il caso di cronaca e iniziano le riflessioni.

Politica, velo e integrazione: le reazioni

Il Sindaco di Pordenone ha invitato a segnalare qualsiasi caso analogo.

Ovviamente, non poteva non scendere in campo la politica, anche perché il dibattito in Italia è più infuocato che mai e arriva dritto alla pancia delle persone.

Marco Dreasto, segretario regionale della Lega in Friuli Venezia Giulia, è deciso a portare il caso in Parlamento -fonte: Repubblica- e non si esclude un intervento da parte dei servizi sociali.

Dal canto suo, la comunità islamica, spesso accusata di ostracismo, prende le distanze dal fatto, definendo il Niqab indossato dalla piccola “un errore di interpretazione da parte dei genitori.” -fonte: Il Fatto Quotidiano- Ammettendo, di fatto, che l’uso di un abbigliamento tanto restrittivo è solitamente riservato alle donne adulte.

Tralasciamo per un istante le implicazioni che questa precisazione può scatenare in Italia a cavallo dell’otto Marzo e mettiamo insieme un paio di punti che aggiungono sicuramente carne al fuoco, ma da cui si deve partire se davvero vogliamo impostare una discussione seria.

Il dibattito che si dovrebbe aprire

La notizia esce in prossimità dell’inizio del Ramadan. Nonostante in Italia viga il divieto di utilizzare caschi e copricapo che impediscano il riconoscimento della persona, non c’è ancora una regolamentazione chiara rispetto all’uso del velo nei luoghi pubblici. Ma era davvero necessario scatenare un nuovo caso politico proprio adesso?

Probabilmente, sarebbe stato meglio prendere atto che esiste un problema- nessuno vuole negarlo- e cercare un dialogo con tutte le parti. Ormai è chiaro che il braccio di ferro non funziona. Inasprisce gli animi e aumenta le distanze, cose che nessuno dovrebbe auspicare.

Per arrivare a una vera integrazione, è necessario conoscere l’altro. Ovvero incontrarlo, mettendo da parte i propri pregiudizi. Non significa avallare un certo comportamento, ma indagare sul background che queste comunità si portano dietro.

Se una cosa si è sempre fatta in un certo modo, non è detto che questo sia il migliore, ma la modalità verrà ripetuta, anche semplicemente per abitudine.

Stiamo attenti a gridare sempre e comunque al rischio di islamizzazione, perché spesso si fa confusione tra le pratiche religiose e quelle che invece sono prevalentemente culturali.

Nel caso d Pordenone, la famiglia si è mostrata collaborativa, dimostrando che forse una parte di colpa è anche delle istituzioni, incapaci di attivare un processo di inclusione che preveda anche l’assimilazione delle nostre consuetudini da parte delle comunità immigrate.

Invece no. Doveva scoppiare il caso politico, un altro. Come da copione.

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Mediazione culturale

Dove lavora un mediatore culturale? -2° parte-

dove lavora un mediatore culturale

Nell’articolo precedente ho parlato del lavoro del mediatore culturale in fase di prima accoglienza, ovvero, quel lasso di tempo che intercorre tra l’arrivo, l’identificazione e la permanenza nei Cas quando ci sono le condizioni per la richiesta di protezione internazionale.

Ma dove e come lavora un mediatore culturale nei momenti successivi?

Per rispondere alla domanda del titolo, occorre porsi una seconda domanda. Ovvero: in quali casi un cittadino straniero che vive in Italia può aver bisogno di un mediatore?

Dove lavora un mediatore culturale

Esistono diversi ambiti di riferimento che si possono sintetizzare in questo modo:

  • sistema giudiziario
  • sanità
  • sistema scolastico

Sistema giudiziario

Include le questure, le caserme dei Carabinieri e il tribunale.

Questure e caserme

Questo punto è di fondamentale importanza perché la presenza di un mediatore in questi luoghi aiuta i cittadini stranieri a rapportarsi con la burocrazia italiana e le forze dell’ordine.

Facciamo un esempio pratico. Il cittadino che deve richiedere un permesso di soggiorno deve presentare tutta la documentazione ai fini del rilascio. Inoltre, il permesso di soggiorno va rinnovato alla scadenza e, soprattutto chi non parla bene l’italiano, ha diritto di esprimersi in una lingua conosciuta. Lo stesso discorso si può fare per le caserme dei Carabinieri, dove il mediatore culturale assume il ruolo di interprete e facilitatore linguistico.

Tribunali

Anche nei tribunali la presenza del mediatore può essere fondamentale.

Faccio solo un paio di esempi che però rendono bene l’idea:

  • ascolto delle parti coinvolte
  • traduzioni linguistiche
  • mediazioni nelle carceri per i cittadini di origine straniera

Sistema sanitario

Anche in questo caso il discorso è molto ampio e in seguito ne parlerò scorporando l’argomento in più post.

Per ora dico solo che per un medico è fondamentale sapere come intervenire in caso di allergie e patologie pregresse. Il mediatore quindi aiuta il personale sanitario a ricostruire la storia del paziente di origine straniera e lo informa sulle tipologie di cura disponibili, il tutto nella sua lingua di riferimento.

-In realtà fa molto di più ma di questo scriverò in seguito-

Sistema scolastico

La verità è che ogni singolo punto di questo post è infinitamente complesso e non bastano certo poche parole per approfondirlo, quindi ancora una volta faccio un discorso molto superficiale tanto per dare un’idea.

Il mediatore nelle scuole lavora sia a livello linguistico che socio-educativo, aiutando gli studenti di origine straniera a integrarsi nel gruppo classe.

Ovviamente non è tutto. Perché il suo intervento funzioni, c’è bisogno del supporto dei docenti e dei compagni, che andranno sensibilizzati a comprendere la situazione, senza dimenticare l’importanza di interfacciarsi con la famiglia che deve essere coinvolta in prima persona. -Comunque, credo che da questo si intuisca la complessità d’intervento che un mediatore deve attuare-.

Nel prossimo articolo voglio fare un passo avanti e proviamo ad analizzare le criticità della professione del mediatore culturale.

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Mediazione culturale

Dove può lavorare un mediatore culturale? -1° parte-

dove lavora un mediatore culturale

Oggi parliamo degli ambiti in cui può lavorare un mediatore culturale, andando a esplorarne le mansioni.

Un argomento per nulla scontato, soprattutto quando penso che, 9 volte su 10, quando dico di essere mediatore, la persona che ho di fronte mi risponde, imbarazzata: “Media…Che? Quindi recuperi i crediti?” In pratica, molti confondono la mia professione con quella del mediatore creditizio che, per inciso, non ha nulla a che fare con le lingue e l’immigrazione.

Proviamo a fare chiarezza.

Mediatore culturale: perché tanta confusione?

Prima di addentrarci nei dettagli delle mansioni di un mediatore, tenterò di rispondere a questo punto.

Almeno in Italia, il mediatore culturale è una figura sottovalutata. Non solo se ne parla troppo poco e ci sono molte, troppe lacune a livello legislativo. Il fatto è che la classe politica, troppo impegnata a sbranarsi a vicenda, sembra non averne compreso appieno l’importanza -sarebbe da aprire un discorso a parte che per il momento tralascio-

Sta di fatto che servirebbe una formazione anche ai recruiter delle aziende e associazioni che potenzierebbero non poco il loro servizio, se solo si avvalessero di un mediatore.

Qui purtroppo è il nocciolo della questione. Non conoscendone le potenzialità, o avendone un’idea distorta -come ad esempio che il mediatore è un semplice interprete- non si rendono nemmeno conto di averne bisogno. Quindi, iniziare un lavoro atto a sensibilizzarle, sarebbe parte integrante della soluzione.

Dove può lavorare un mediatore culturale?

Prima di rispondere, si dovrebbe capire bene cos’è un mediatore. Come dicevo anche negli articoli precedenti, non esiste una definizione univoca e questo contribuisce a creare non poca confusione. Io amo dire che il mediatore culturale aiuta le persone a costruire una vita migliore in Italia.

Ma come si traduce tutto questo in concreto? Ovvero, dove e come può lavorare un mediatore culturale?

Ong

Un mediatore può lavorare per le Ong, ovvero le organizzazioni non governative a scopi umanitari. Quasi sempre queste organizzazioni dispongono di imbarcazioni che viaggiano nel Mediterraneo e salvano i migranti che tentano di raggiungere l’Europa con i barconi.

Spesso le Ong vengono accusate di favorire, in questo modo, l’immigrazione clandestina. Sicuramente si tratta di un tema molto ampio che merita un approfondimento, comunque io credo che il loro intervento sia provvidenziale quando si tratta di salvare vite umane.

A bordo lavorano professionisti di molteplici settori, comunque, appena i migranti vengono tratti in salvo ricevono le prime cure. Il mediatore che lavora sulle Ong quindi ha un ruolo fondamentale perché lavora a stretto contatto con il personale sanitario. In questa fase si cerca di ricostruire a grandi linee la storia sanitaria dei migranti e la loro regione di provenienza, individuandone la lingua di riferimento.

Lavorare negli hotspot

Un hotspot è un centro di identificazione per migranti. Durante la permanenza nell’hotspot, si cerca di identificarli per capire se hanno o meno diritto a restare. In quest’ultimo caso, si dovrebbe procedere al rimpatrio.

Questo apre un discorso lunghissimo non privo di criticità, perché l’identificazione è spesso difficile, quando non impossibile, per almeno tre motivi:

  • chi arriva, è sprovvisto di documenti di riconoscimento
  • non vuole essere rimpatriato
  • le storie che raccontano, proprio per paura di essere rimandati al loro Paese, possono essere false o comunque non del tutto veritiere

In queste fasi che sono molto delicate, il mediatore collabora con le forze dell’ordine che devono procedere all’identificazione attraverso la registrazione e la presa delle impronte digitali. Inoltre, ascolta gli immigranti per capirne la provenienza, l’età e la situazione familiare. A questo punto il mediatore fornisce anche un quadro sulla normativa italiana in tema di immigrazione, spiegando loro quali sono le procedure per richiedere la protezione internazionale.

Lavorare nei Cas

Un Cas è un centro di accoglienza straordinaria. Questa tipologia di struttura nasce a seguito dell’emergenza posti dovuta ai tantissimi arrivi che si sono registrati negli ultimi anni.

In teoria, trattandosi di una situazione straordinaria, le persone dovrebbero restarvi per un tempo limitato, essendo poi trasferite in un Sai. In realtà il sistema spesso è al collasso e la permanenza nei Cas si protrae per un tempo più lungo, quindi non è raro che quanto dovrebbe essere attuato in un Sai si realizza anche all’interno dei centri di accoglienza straordinaria, nel senso che le funzioni delle strutture tendono a fondersi e sovrapporsi.

Nel caso di immigrati presenti nei Cas e nei Sai, quindi, il mediatore abbandona la sua funzione di interprete prettamente linguistico per andare oltre.

Questo avviene perché si entra di una fase dove gli immigrati hanno bisogno di qualcuno in grado di codificare la realtà in base a codici culturali che risultino per loro comprensibili.

In parole povere, significa accettare ciò che spesso è diversissimo rispetto al contesto di provenienza. Il che si traduce in un apprendimento quotidiano dove si impara, ad esempio, a comprare un biglietto dell’autobus -non direttamente sul mezzo come avviene in molte zone del mondo- fino al prenotare una visita medica dopo aver ottenuto l’attribuzione del codice fiscale.

Tutto quello che ho detto fin ora riguarda la prima e seconda accoglienza, in realtà però un mediatore lavora per l’integrazione anche nei momenti successivi, quando in pratica il nuovo progetto di vita è – o dovrebbe essere- già delineato.

Continua nella seconda parte dell’articolo.

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Medio Oriente e dintorni

Perché ho riaperto il profilo Instagram -e i motivi per cui ne parlo qua-

riaprire profilo instagram

Da qualche parte ho letto che, riguardo all’uso dei social, esistono tre gruppi di persone.

Ci sono quelli che non possono farne a meno, per lavoro o passione personale. Poi, ci sono i profili inattivi o quasi, che pubblicano ogni tanto o che non pubblicano affatto, ma controllano cosa avviene sulle varie piattaforme – della serie tu non mi vedi, ma ci sono e ti guardo- Infine, esiste un gruppo di persone, nemmeno poche, dando un’occhiata alle statistiche, che non sono affatto interessate ai social. Tra questi, c’è chi aveva un profilo e lo ha cancellato e chi invece non ha mai avuto un account.

Io non so esattamente in quale categoria rientro. Ho sempre usato i social ma, pur lavorando on-line, nutrivo una sorta di odio amore per loro. Non per lo strumento in se, più che altro mi infastidiva che nel mio ambiente la pubblicazione quotidiana, a qualsiasi costo, andasse per la maggiore. Forse sarebbe corretto dire che io dei social odiavo l’imposizione, come se le competenze e l’autorevolezza fossero direttamente proporzionali al numero dei post, o peggio, alle metriche.

Comunque, quando ero stanca di quel gioco, come sempre ho fatto di testa mia e da un giorno all’altro ho chiuso tutto.

Non ho mai avuto dipendenza dai social perché vanno presi per quel che sono: uno strumento e nulla più, che diventa negativo solo se si utilizza in un certo modo.

Non sono tornata su Instagram nemmeno per la paura di restare fuori dal giro, o di perdermi qualcosa.

Ho fatto questa premessa per raccontare che io, per tanto tempo, ho avuto un profilo IG dove il mio nome utente era Libertà per Siria -del resto, credo che la mia posizione sia abbastanza chiara-

Quando ha iniziato a starmi stretto ho deciso di chiuderlo e continuare a lavorare dietro le quinte.

Solo che qualche giorno fa, un mio amico siriano che vive a Idlib, zona franca del regime, mi ha scritto per raccontarmi del bombardamento nella sua città da parte di Iran e Russia – fedele alleata di Assad da tantissimi anni-

Lui, che l’Italia la conosce, mi ha chiesto di tornare e raccontare la verità sulla tragedia siriana.

Mentre fumavo nel cuore della notte, continuavo a rivedere le immagini scioccanti che il mio amico aveva allegato assieme alla documentazione dell’attacco. Purtroppo non ci si abitua mai a tanto orrore.

Allora ho capito che non potevo tirarmi indietro e all’alba ho riattivato il profilo.

Continuerò a parlare di Siria, come ho sempre fatto. Se riuscirò a insinuare il dubbio anche in una sola persona, potrò dirmi soddisfatta. Ovviamente andrò a toccare anche altri temi legati al mio lavoro che mi stanno molto a cuore: l’Africa, la Palestina e la mediazione, senza dimenticare il razzismo, che combatterò a tutti i costi cercando di divulgare più informazioni possibili.

Io considero il blog la mia casa, ebbene, il profilo IG tornerà a esserne il giardino.

Grazie, M. per avermi dimostrato che quello che faccio conta. Grazie, per avermi spinta a ritornare quando mi sono persa.

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Mediazione culturale

Chi è e cosa fa un mediatore culturale

cosa fa un mediatore culturale

Già. Chi è, esattamente, e cosa fa un mediatore culturale?

Rispondere a questa domanda significa inquadrare, o almeno cercare di farlo, una professione complessa che in Italia, per una lunga serie di motivi, non ha ancora trovato il riconoscimento che merita.

Ma andiamo per ordine.

Quando nasce la professione del mediatore culturale?

Il mediatore culturale, inteso come professionista nel suo settore, nasce nei primi anni ’90, quando, per intenderci, cominciarono ad arrivare in Italia i primi immigrati con gli sbarchi.

Allora si trattava di un fenomeno nuovo a cui nessuno, era preparato, tantomeno la classe politica.

In quel periodo gli arrivi si concentravano lungo la costa ionica e a sud dell’Adriatico, perché si trattava principalmente di cittadini albanesi o comunque provenienti dalla Penisola Balcanica.

I primi mediatori culturali

Allora, ci fu il caos, perché queste persone che venivano accolte avevano necessità ben più complesse che andavano oltre un piatto di minestra e l’alloggio.

Occorreva integrarli, ma non esisteva alcun piano di gestione in questo senso. Inoltre, per arrivare a ottenere un minimo di integrazione, bisognava conoscere chi arrivava, comprendere la loro storia e parlare una lingua che fossero in grado di capire.

I primi mediatori, quindi, nascono essenzialmente come interpreti linguistici. Solo con il tempo le leggi, con tutti i loro limiti e incongruenze, sono arrivate a esplorarne il percorso di studi, l’inquadramento e le mansioni.

Come è cambiata la figura del mediatore culturale

Man mano che l’Italia si trasformava in terra di approdo per i migranti, con le comunità dell’Est Europa – in primis quella romena- e poi Nord Africana – generalizzo un attimo per chiarezza espositiva- chi si occupava di sicurezza e immigrazione cominciava a rendersi conto dell’importanza di questa figura.

Fino a qualche anno fa comunque, il mediatore era essenzialmente qualcuno che conosceva le lingue delle comunità immigrate, magari perché avevano in comune lo stesso Paese di origine. All’inizio, quindi, si trattava di persone che spesso non avevano alle spalle nessuna qualifica.

Da quegli anni l’Italia si è profondamente trasformata e oggi viviamo in una società multietnica e tutti sono coscienti dell’appeal esercitato dal nostro Paese. Perché arrivare in Italia significa entrare in Europa, dunque per il futuro dobbiamo aspettarci, inevitabilmente, una pressione sempre maggiore alle frontiere.

Oggi, i mediatori sono anche italiani ed esistono diversi percorsi per avvicinarsi alla professione.

Ora, proverò a rispondere alla domanda di apertura di questo post.

Chi è e cosa fa un mediatore culturale?

Un mediatore culturale è un plurilingue, esperto conoscitore di due realtà: il Paese di arrivo, in questo caso l’Italia, e quello di provenienza del cittadino immigrato.

Una volta le mediazioni erano solo linguistiche, oggi la mediazione presuppone un incontro tra due culture. In un certo senso, dunque, va oltre la mera traduzione per posizionarsi su un piano più profondo e articolato. Inoltre, interviene sulle specificità dei settori in cui il mediatore opera, come:

  • scuole
  • ospedali
  • tribunali
  • strutture di prima e seconda accoglienza

In Italia, gli enti che si occupano di regolamentare la figura del mediatore culturale, lavorano in autonomia basandosi sulla legge quadro dell’immigrazione.

I requisiti spesso variano da regione a regione. Negli anni sono state proposte varie definizioni per il mediatore, che in più di qualche caso annaspavano nel tentativo di spiegarne le peculiarità.

Io sono per la semplificazione -perché più che di parole abbiamo bisogno di concretezza- e preferisco lasciare gli elenchi ai legislatori, per questo dico che il mediatore culturale è un esperto che agisce su più fronti e aiuta le persone a costruire la miglior vita possibile in Italia.

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Mediazione culturale

Cosa ho fatto quest’anno in cui ho smesso di scrivere sul blog

scrivere sul blog

La domanda se la sono posta in tanti e io non posso che ringraziare per ogni messaggio ricevuto. Quando lavori on-line, anche se personalmente sono sempre stata molto attenta a quanto e come condividere la mia vita privata, le domande fanno parte del gioco e una spiegazione è d’obbligo.

Se avete letto il mio articolo Perché ho scelto di diventare mediatore culturale, forse qualcuno si sarà già fatto un’idea, ma oggi voglio entrare più nel dettaglio anche per raccontare come cambierà il blog.

Ho già detto che il mio lavoro mi portava spesso a stare fuori. Io credo che i bambini abbiano bisogno di presenza e assentarsi spesso da casa, stando fuori anche la notte durante le trasferte, non garantiva più a mia figlia quella routine quotidiana che le permetteva di crescere serenamente.

Per carità, io non giudico le situazioni e le scelte degli altri, ma io mi sono rifiutata di trattare mia figlia come un pacco e di affidarla 15 ore al giorno a una baby-sitter, perché nel mio caso c’è poco da girarci intorno, il risultato alla fine sarebbe stato questo.

L’altra parte della storia è che io già scrivevo come ghost-writer di immigrazione e conflitti in Medio Oriente e questo lavoro, che portavo avanti parallelamente al blog e alle consulenze, lo sentivo altrettanto mio, quindi ho iniziato il corso come mediatore culturale.

Certo, è stata durissima, perché l’Ente Formatore si trovava nelle Marche e io abito vicino Roma, ma ho stretto i denti e oggi posso dire che ne è valsa la pena.

Ovviamente, tra il lavoro e le lezioni, spesso, di nuovo, ero fuori casa, quindi a qualcosa ho dovuto rinunciare perché la giornata è fatta per tutti da 24 ore e io non ci tengo a essere una wonder woman, soprattutto se questo significa mettere a rischio il mio equilibrio personale.

Di riprendere il blog durante il tirocinio non se ne parlava, nel frattempo ho superato l’esame e ho preso la qualifica.

Oggi ho un lavoro con orari stabili e la sera la passo a casa. Riprendere fiato mi ha permesso anche di chiedermi cosa voglio farne di questo blog.

Io scrivo da sempre, il blog fa parte di me e continuerà a esistere, ma non voglio mentire. Certo alla base c’è una passione grandissima, ma non è solo questo. Il blog per me è stato da sempre anche uno strumento di lavoro, quindi a partire da questo momento sarà incentrato soprattutto sui temi della mediazione linguistica e culturale.

Resterà on-line la parte relativa ai viaggi, perché, se parliamo di lavoro, io provengo dal turismo e voglio lasciare disponibili tutte le informazioni che ho già pubblicato, che comunque rimangono una parte fondamentale del mio percorso e continuerò a raccontare i miei viaggi nel momento in cui avrò da dire qualcosa di interessante.

Certo, tanti storceranno la bocca, perché ovviamente on-line o sei monotematico oppure non conti niente, ma il blog è praticamente il mio spazio e io voglio gestirlo come meglio credo.

Rinunciare totalmente ai viaggi significherebbe mettere da parte un pezzo di me stessa, quindi io vado controcorrente e scelgo questa strada.

A proposito, per il momento sui social non esisto più. Ho cancellato tutti i profili non perché credo che Ig, Facebook e compagnia bella siano il male, anzi a livello lavorativo sono strumenti molto utili, solo che io non avevo proprio tempo di gestirli. Questione di priorità, insomma.

Ricapitolando, ho una nuova qualifica, non sono più sui social e ricomincio dal blog. Ho cambiato vita, eppure sono sempre io.

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Mediazione culturale

Perché ho scelto di diventare mediatore culturale

diventare mediatore culturale

Potrei raccontare che, una volta, lavoravo nel turismo e le cose sono cambiate. Oggi va tanto di moda il termine “reinventarsi” che pare brutto essere fuori dalla mischia.

C’è stato il Covid e il mio settore è stato tra i più colpiti, tutto verissimo. Aggiungiamoci pure che in piena pandemia sono diventata mamma e, improvvisamente, avevo tra le braccia una creatura minuscola che aveva bisogno di protezione, amore e, soprattutto, di presenza, cose che andavano inevitabilmente a scontrarsi con una valigia sempre pronta.

Ma questa sarebbe solo una parte della storia, perché se guardo a ritroso il mio percorso, i presupposti c’erano già, solo che dovevo maturare e permettere che quei semini si trasformassero in germogli.

Perché in me non c’era solo un amore sconfinato per i viaggi. Io volevo conoscere, ma conoscere davvero le altre culture, toccandole con mano e arrivare oltre gli scatti patinati che riempiono Instagram. Volevo immergermi in quelle realtà, le volevo respirare, sporcandomi le mani e i vestiti.

Credo che un punto cruciale del mio percorso sia stata l’Università a Torino. Ogni giorno attraversavo Porta Palazzo, che tanto mi ricordava i suk marocchini, mentre il tram pullulava di lingue tanto affascinanti quanto per me incomprensibili. Vicino alla mia facoltà c’era il Centro Studi Asia e Africa. All’epoca, tanti ragazzi arrivavano con un visto per studenti e io non facevo altro che domandarmi quali fossero le reali motivazioni che li avessero spinti a partire. Volevo conoscere, davvero, la loro storia. Dalla curiosità al farci amicizia, amicizia vera, intendo, fu un attimo.

Non è un caso che negli anni ho scritto tantissimo non solo di turismo, ma anche di immigrazione, solo che a un certo punto scrivere non mi bastava più.

Era un giorno di Dicembre quando, con una tazza di mate accanto, digitavo sulla tastiera del mio computer “come diventare mediatore culturale”.

Da quel momento per me si è aperto un mondo e oggi ringrazio quel pizzico di follia che mi ha spinta a provarci e che mi ha permesso, finalmente, di trovare il fil rouge di tutta la strada lungo la quale ho camminato.

Io sono Michela e oggi aiuto le persone.

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Viaggi

Dove mangiare a Luneburgo, in Germania: i posti da non perdere

dove mangiare a luneburgo

Senza troppi giri di parole, in questo articolo vi parlo di dove mangiare a Luneburgo, la magnifica città anseatica nel cuore della Bassa Sassonia.

Cucina tipica tedesca: tanta sostanza -e troppe calorie!-

Prima di iniziare, faccio una piccola precisazione.

Io di solito adoro assaggiare il cibo tipico del luogo in cui mi trovo. Un po’ perché sono molto aperta sotto questo punto di vista, e poi, lo ammetto, sono una buona forchetta, quindi raramente mi sono trovata in difficoltà su cosa mangiare all’estero.

In Germania è stato un po’ diverso.

Questo perché -riporto le parole di alcune persone del posto- ogni Paese del mondo ha le sue specialità, declinate nei vari abbinamenti, metodi di cottura e presentazione. Basti pensare alla pasta in Italia, o al sushi in Giappone, tanto per fare un esempio.

In Germania, invece, il piatto nazionale è rappresentato da salsicce e patate e, vuoi o non vuoi, alla fine non puoi sbizzarrirti più di tanto, soprattutto se le patate sono sempre fritte.

Di certo non ho la presunzione di conoscere le abitudini alimentari delle famiglie tedesche a casa loro, però durante il mio soggiorno sono stata in diversi ristoranti e fast food, quindi mi concentro su questi.

Ma andiamo per ordine.

Comincio con il raccontarvi una caratteristica di Luneburgo per farvi capire meglio.

I ristoranti a Luneburgo

Un dettaglio che ho notato passeggiando nelle strade del centro, è che a Luneburgo non esistono ristoranti di cucina tipica come potrebbero essere i bistrot in Francia o le nostre trattorie. Fatta eccezione per alcuni pub dove viene servita anche la pizza, il clou della cucina tedesca si concentra nelle tipiche panetterie con vetrina su strada -dove si vendono anche i dolci- e i chioschi all’aperto. Dove, per l’appunto, si possono mangiare esclusivamente hod dog e patatine. Questo si ricollega a quanto dicevo prima.

I ristoranti di Luneburgo, infatti, sono tutti specializzati in altri tipi di cucina, che poco o niente hanno a che fare con la gastronomia tedesca. Per esempio ho notato diversi locali di cucina crudista vegana, qualche ristorante orientale e tanti -per la maggior parte- di cucina turca, anche grazie all’alta presenza di turchi in Germania. Il settore della ristorazione in città, quindi, si regge grazie alla presenza di immigrati soprattutto turchi e italiani.

Per questo motivo, nell’articolo non troverete, come mia abitudine, i luoghi dove assaggiare il miglior cibo locale. Semplicemente, vi parlo di dove mangiare bene a Luneburgo, tenendo conto che non si tratta di cucina tedesca.

Dove mangiare a Luneburgo: i posti imperdibili

Nei prossimi paragrafi vi parlerò di 4 posti dove noi ci siamo trovati bene, non solo a pranzo e a cena, ma anche per la colazione e la merenda.

Iniziamo.

Gelateria Venezia: dove mangiare il gelato italiano a Luneburgo

cosa mangiare a Luneburgo

Inizio dal dolce, parlandovi di questa splendida gelateria in centro.

Quando ce l’hanno consigliata la prima volta ero curiosa, ma non vi nascondo la mia perplessità iniziale. Anche perché, diciamocelo, in questi posti spesso di italiano c’è solo il nome. Però mi sono dovuta ricredere.

In questa gelateria viene effettuato il servizio bar all’italiana ed è possibile fare colazione con un vero cappuccino che nulla ha da invidiare a quelli preparati all’interno dei nostri confini.

Ovviamente, la specialità però è il gelato. Se guardate il menù, sicuramente resterete perplessi leggendo nomi come “spaghetti-ice”. Non fatevi impressionare, perché si tratta di gelato lavorato con una specie di siringa per dolci, che gli conferisce la tipica forma allungata degli spaghetti.

Consiglio: le proposte del menù faranno storcere un po’ la bocca agli italiani, perché per noi il gelato è un alimento poco lavorato che spesso associamo a merende e passeggiate estive. Secondo me, infatti, è pensato per la clientela tedesca. Quello che vi invito a fare, è entrare all’interno del locale, dove troverete il banco gelati con i gusti da scegliere al momento, in cono o coppetta come si usa da noi. I gusti sono tutti scritti in italiano. Da provare assolutamente la fragola, il pistacchio e lo jogurt.

Come arrivare

Ecco l’indirizzo: Gelateria Venezia Am Sande 22, Luneburg.

Tra l’altro, quasi tutti i camerieri parlano italiano, e sono sempre felici di fare due chiacchiere con i connazionali che capitano da queste parti -come dicevo negli articoli precedenti, non sono molti-.

Colazione tedesca +dolci turchi

dove mangiare a luneburgo

Sempre parlando di dolci, ma non solo, l’altro locale che vi consiglio di provare a Luneburgo è il Baklava Am Sande.

Come suggerisce il nome, si tratta di una caffetteria turca, specializzata nel caffè e nei dolci, in particolare torte -che vengono servite al trancio- e dolci al cucchiaio.

Da provare: la torta con fondo biscottato al cioccolato, la torta al pan di Spagna con panna e limone, il gateaux di fragola, servito con tè alla menta.

Ecco le foto.

dove mangiare a luneburgo
dove mangiare a luneburgo

Se preferite il salato, qui è possibile ordinare la classica colazione tedesca a base di pane, uova, formaggio e salsiccia servita nelle numerose varianti, a partire dal prezzo base di euro 5,40 a persona.

Qui il personale non parla inglese, ma solo turco e tedesco.

Indirizzo

Il Baklava Am Sande si trova proprio in centro, all’inizio di Rote Strasse.

Dove mangiare a Luneburgo in un tipico ristorante italiano

dove mangiare a luneburgo

Anche in questo caso, ammetto tutti i miei dubbi iniziali, perché non avevo mai mangiato in un ristorante italiano all’estero, però è stata una bella sorpresa.

In questo paragrafo vi parlo del ristorante “L’Osteria Pizza e Pasta”, un po’ defilato dal centro, ma, tutto sommato, facilmente raggiungibile.

L’Osteria Pizza e Pasta dispone di un bel cortile dove mangiare all’aperto durante l’estate e oltre al menù trattoria -che cambia in base alle stagioni- propone i piatti più famosi della cucina tipica italiana.

Alcune ricette risentono molto dell’influsso tedesco e sono state rivisitate, ad esempio le insalate prevedono un mix di ingredienti che difficilmente si trovano da noi, però non le ho assaggiate quindi non posso giudicare.

Quello che mi ha sorpreso è stata la pizza, simile in tutto e per tutto alle pizze al piatto -cotte nel forno a legna- che si trovano da noi.

Essendo molto grandi, una sola pizza basta per due. Inoltre, una cosa che ho apprezzato molto, è stato il box per portare via gli avanzi. Da noi questa pratica non è molto in uso, ma in realtà è una buona cosa per evitare gli sprechi alimentari, visto che comunque quello che si porta via è stato pagato e può tranquillamente essere consumato il giorno successivo.

Le tariffe: ecco quanto abbiamo pagato

I prezzi sono più alti di quelli italiani, ma in media con gli standard tedeschi.

Per farvi capire meglio, vi riporto quanto abbiamo speso noi, in 4 adulti e due bambini -la mia piccola non ha mangiato nulla perché ha dormito tutto il tempo-.

  • Aranciata euro 3,50
  • 2 Peroni piccole euro 7,80
  • birra alla spina euro 3,75
  • 1 acqua in bottiglia euro 2,95
  • succo di mela 3,75
  • succo d’arancia 3,75
  • maccheroni al burro 3,50 -qui siamo sotto la media italiana-
  • 1 Margherita 9,75
  • 1 pizza al prosciutto crudo 14,25
  • 1 Capricciosa -a differenza della ricetta originale mancava l’uovo- 14,25

I caffè sono stati offerti dalla casa.

Il personale parla benissimo italiano, noi abbiamo fatto amicizia con un cameriere di Padova che, sentendo il nostro accento romano, la prima frase che ci ha rivolto è stata “Ragazzi, forza Roma o forza Lazio?”

Info e consigli

Essendo uno dei migliori ristoranti di Luneburgo è sempre pieno, quindi per essere sicuri di trovare posto vi consiglio di prenotare al numero 0431-7075520

L’Osteria Pizza e Pasta si trova in An Den Reeperbahnen 2 B.

Cibo turco a Luneburgo: non solo Kebab

dove mangiare a luneburgo

L’ultimo posto di cui vi parlo in questo articolo è un ristorante specializzato nella cucina turca, il Bodrum.

Non molto grande, dispone comunque di alcuni tavoli all’aperto che si affacciano sulla principale strada del centro di Luneburgo.

Contrariamente ai ristoranti in Italia, dove si servono principalmente Falafel e Kebab -nel panino o al piatto- il Bodrum propone un’ampia gamma di ricette, che vedono la carne e la verdura come i protagonisti principali.

Non solo Kebab, dunque, ma anche zuppe, contorni e svariati piatti a base di pollo e agnello, fritto, stufato o cotto alla piastra.

Il servizio è molto veloce e le porzioni sono abbondanti, dunque un secondo di carne e verdure al prezzo medio di 18,00 euro è assolutamente giustificato.

Io vi consiglio di provare:

  • il tagliere di pizza -particolarmente apprezzato dai bambini-
  • riso e fagioli -economico, costa solo 4 euro a porzione ma davvero buonissimo nella sua semplicità-
  • il tacchino alla piastra, che a noi hanno servito a tranci, accompagnato da svariate salse, riso, verdure e dell’ottimo pane appena sfornato.

Il Bodrum si trova in centro a Luneburgo, all’angolo della strada che incrocia Am Sande Strasse, 43 A.

Spero di esservi stata utile, ma il discorso cibo non si esaurisce qui, perché nel prossimo articolo vi parlerò di tutti i consigli utili per affrontare il viaggio dall’Italia a Luneburgo in macchina con bambini piccoli. Proprio per questo, il cibo avrà una rilevanza fondamentale. Per ora non vi svelo di più e vi rimando al prossimo post.

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Consulenze alberghiere

Quanto costa una consulenza alberghiera?

quanto costa una consulenza alberghiera

Domanda da un milione di dollari: quanto costa una consulenza alberghiera?

Se avete deciso di rivolgervi a un esperto ma non sapete assolutamente da dove partire, il prezzo è una variabile di non poco conto.

Quindi oggi cercherò di rispondere a questa domanda, anche se, in realtà, non è facile.

Ci sono consulenti che partono da 100,00 euro, altri che prendono in considerazione solo clienti disposti a sborsare 3,000 euro. Ogni professionista ha il suo metodo di lavoro e una specializzazione ben precisa.

Esistono consulenti alberghieri che lavorano in autonomia e altri che si appoggiano a vere e proprie società di consulenza.

Insomma, il panorama è alquanto variegato, anche perché il costo di una consulenza dipende da un mix di fattori.

quanto costa una consulenza alberghiera

Consulenti freelance o dipendenti

Questa prima distinzione conta tantissimo in termini di strategia e prezzo, anche se non è detto che una categoria sia necessariamente più costosa dell’altra.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e analizziamo le caratteristiche principali di queste due figure.

Consulenti dipendenti

Generalmente parlando, i consulenti a contratto sono assunti dalle grosse società di consulenza che offrono una vasta gamma di servizi agli albergatori e alle varie tipologia di strutture ricettive.

Quindi funziona più o meno così.

Siete alla ricerca di una figura che fa per voi, magari andate su Google e digitate “consulenze alberghiere a Roma” e appaiono una serie di risultati.

Ai primi posti in genere ci sono gli annunci sponsorizzati di queste grandi società, che si rivolgono a un pubblico molto ampio.

Se decidete di contattarle, in base alle vostre esigenze vi verrà proposto un pacchetto con due o più servizi inclusi -per esempio Revenue Management + commerciale- a un prezzo fisso.

Solitamente si tratta di prezzi anche piuttosto competitivi perché, per la legge dei grandi numeri, queste aziende lavorano su larga scala, dunque riescono facilmente a contenere i costi.

L’altro vantaggio di questa scelta sta sicuramente nei servizi accessori che le grandi società di consulenza forniscono. Vi serve un parere legale? Non occorre cercare un avvocato, perché al loro interno dispongono di squadre di professionisti molto variegate, a supporto del consulente vero e proprio.

Come sempre, però, esiste il rovescio della medaglia. Io dico che nessuno lavora tanto per farlo, quindi state pur certi che la consulenza con l’avvocato non è gratuita, perché in qualche modo andrete sicuramente a pagarla, magari sotto forma di servizio accessorio.

Tutto lecito, per carità, sta di fatto che spesso, la convenienza iniziale tende a diminuire, perché al pacchetto andranno ad aggiungersi una serie di costi che, al momento del preventivo, magari non erano inclusi.

C’è poi un altro punto da considerare, in realtà, due, ma strettamente legati l’uno all’altro tanto che è difficile distinguere.

Rivolgervi a società di questo tipo, comporta che non solo non avrete la possibilità di scegliere il vostro consulente alberghiero, che verrà nominato in base a precise logiche aziendali interne, ma -proprio per l’enorme mole di clienti che si trovano a gestire quotidianamente- per loro, società e consulente, molto probabilmente sarete dei semplici numeri. Numeri da accontentare, certo, ma pur sempre numeri dei quali l’unica traccia che resterà in archivio una volta terminata la consulenza, saranno le fatture pagate e nulla più.

Questo è il motivo per cui ho scelto di non piegarmi a certe logiche e lavorare in autonomia, perché un conto è fare rete, altro essere dipendenti da qualcuno che decide modi e tempi.

Consulenti alberghieri freelance

L’altra categoria, di cui faccio parte, è rappresentata dai consulenti freelance, ovvero liberi professionisti che operano autonomamente, con Ritenuta d’Acconto o Partita Iva in base alla propria situazione fiscale.

Spesso questo tipo di lavoratori affiancano le consulenze ad altri lavori paralleli -io, ad esempio, mi occupo di blogging e promozione turistica, oltre a lavorare come ghostwriter-.

Chi sceglie di percorrere questa strada -e qua, lo ammetto, è il cuore a parlare perché si tratta del lavoro che mi sono costruita su misura a suon di sacrifici, porte sbattute in faccia e tanta esperienza macinata sul campo- mette il cliente al centro di tutto.

L’albergatore diventa un contatto da coltivare nel tempo, una risorsa preziosa da seguire con cui lavorare insieme, non un numero a cui proporre un pacchetto al- inclusive, dimenticandosi di lui dopo aver incassato i soldi.

Scegliere un consulente alberghiero autonomo significa designare una persona di fiducia con cui collaborare per far funzionare al meglio la propria struttura ricettiva, un punto di riferimento a cui affidarsi per sviluppare nuove strategie, regalando il successo alla propria azienda.

Parlando di costi, come accennavo prima, non è detto che rivolgersi a un consulente alberghiero sia una scelta più costosa rispetto alla grande società. Questo perché, se il consulente in questione sa fare bene il suo lavoro, nel suo piccolo è perfettamente in grado di contenere i costi, grazie a una serie di contatti ed esperienze di cui farà tesoro.

Inoltre, redigere accuratamente un preventivo, significa calcolare tutte le variabili che potrebbero far aumentare il prezzo, così da non riservare brutte sorprese a chi si rivolge a lui, che saprà esattamente in anticipo quanto andrà a pagare.

Quanto costa una consulenza alberghiera?

Tornando alla domanda con cui ho aperto questo articolo, la risposta è: dipende.

Fattori che influenzano il prezzo finale

Il prezzo di una consulenza alberghiera dipende da tanti fattori.

Esperienza del consulente

In primis, entra in gioco l’esperienza del consulente. Una persona che svolge da anni questo lavoro, ovviamente tende a farsi pagare di più perché può vantare il nome. Ma non solo. Alle spalle avrà un giro di clienti fidelizzato e saprà dare un valore esatto al suo tempo e alle sue competenze, a differenza di un neofita che magari avrà qualche remora nel chiedere 100,00 euro in più.

La zona geografica

Va detto, inoltre, che non c’è un tariffario ufficiale, quindi il prezzo può variare anche in base alla zona geografica di riferimento.

Questo è un punto da considerare attentamente nella scelta di un consulente, perché è chiaro che l’essere presenti fisicamente sul posto comporta un aumento del prezzo proprio in virtù delle trasferte.

Quanto costa mediamente una consulenza alberghiera

Come dicevo prima, una risposta univoca non esiste.

Vogliamo parlare -davvero- di soldi? Posso dire che, per me, parte tutto da 400 euro tasse escluse, perché questo è il valore minimo che attribuisco al mio tempo e alla mia esperienza.

Però, ci sono troppe variabili in gioco per dare una risposta esaustiva, perché dipende tantissimo dal tipo di richiesta.

Chiaramente, analizzare la presenza on-line di una struttura ricettiva, ha un costo molto diverso rispetto a un intervento sulla parte commerciale o alla creazione di una strategia promozionale partendo da zero.

L’importanza di personalizzare il servizio

Secondo me, il segreto per un prezzo onesto sta nella personalizzazione, perché non si possono chiedere 1,000 euro per un servizio da 300,00.

Per chiarezza e onestà voglio precisarlo. Anche io ho i miei pacchetti standard, ma poi valuto tutto in base alle esigenze di chi si rivolge a me e solo dopo un’attenta analisi propongo il prezzo che mi sembra corretto, perché proprio questo è il punto.

Fornire un servizio degno di questo nome da cui ricavarci di che vivere -bene- e pagare le tasse, senza spennare le persone come fossero polli al macello.

Ecco perché non c’è una risposta valida per tutti. Ogni consulente proporrà un prezzo diverso. La cosa che deve essere chiara è una: la consulenza non è gratis e ovviamente ha un costo, ma deve soddisfare entrambe le parti, solo così ci sono i presupposti per una collaborazione positiva.

Dunque, prima di accettare o rifiutare un preventivo, guardate sì al prezzo, ma non usatelo come unico metro di misura. Valutate anche cosa realmente un professionista vi sta offrendo per quella cifra. Solo così potrete capire se il gioco vale la candela.

Costo di una consulenza alberghiera: il vostro parere

Ora che ho detto la mia, mi piacerebbe sentire il vostro parere.

Quanto siete disposti a pagare per una consulenza alberghiera? Avete esperienze da raccontarmi? Se sì, vi aspetto nei commenti.

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Viaggi

Cosa fare a Luneburgo: il KurPark +centro termale

cosa fare a Luneburgo Kurpark

Se vi state chiedendo cosa fare a Luneburgo dopo aver visitato il centro storico, oggi vi racconto di due luoghi praticamente sconosciuti ai turisti, molto amati dalla gente del posto.

Senza troppi giri di parole, vi svelo subito di cosa sto parlando.

Il primo è un parco che definire spettacolare è poco, il secondo è un centro termale a 5 stelle con i prezzi decisamente abbordabili.

Iniziamo subito.

Cosa fare a Luneburgo: visita al KurPark

cosa fare a Luneburgo Kurpark

Se mi leggete da un po’, sapete che amo tantissimo passare il tempo all’aperto.

Il KurPark è uno dei miei luoghi preferiti di tutta Luneburgo, tanto che ho scelto di tornarci più di una volta durante il mio soggiorno in città.

Devo dire che forse il KurPark, tra i vari parchi che ho visto, è quello che più riesce a coniugare le esigenze di tutti, qualunque esse siano.

Gli ampi spazi verdi lo rendono un luogo perfetto per rilassarsi da soli o fare una romantica passeggiata in coppia.

La presenza delle aree giochi e le papere che passeggiano indisturbate lo rendono un luogo amatissimo dai bambini, che possono correre indisturbati lontani dai pericoli.

Tra l’altro tutto il parco è completamente pianeggiante e i vialetti possono essere percorsi con facilità grazie all’assenza di qualsiasi barriera architettonica.

cosa fare a Luneburgo Kurpark

Come trascorrere la giornata al KurPark

Come dicevo nel paragrafo precedente, si tratta di un luogo molto amato dai residenti, tanto che a qualsiasi ora del giorno si incontrano persone che si rilassano leggendo un libro, passeggiando o facendo yoga di gruppo.

Il KurPark è un punto di riferimento anche per le scuole, che lo usano a scopi educativi. Io ho incontrato tantissimi gruppi di studenti che, accompagnati dai loro professori, studiavano la vita delle api che vivono nel parco e facevano attività sportiva.

Com’è strutturato il parco

cosa fare a Luneburgo Kurpark

Si sa che i tedeschi sono molto metodici.

Questo amore per l’ordine è presente in ogni angolo del parco che, come molte aree verdi di Luneburgo, si sviluppa seguendo un percorso circolare.

Lungo il sentiero si incontrano, in questo ordine:

  • il laghetto con le papere
  • l’apiario
  • un castagneto secolare con accanto un gruppo di abeti
  • aree ricreative pensate per bambini di diverse età.

A conclusione del percorso, poi, prima di tornare al cancello da cui si entra, ci sono un odeon all’aperto, che in estate viene utilizzato per concerti e spettacoli teatrali, e il bar del parco, specializzato nel caffè alla turca.

cosa fare a Luneburgo Kurpark
cosa fare a Luneburgo Kurpark
cosa fare a Luneburgo Kurpark

Il tutto è accompagnato da prati curati al centimetro, che in autunno sembrano usciti dalla tela di un pittore, e i blumen.

Questa parola in tedesco indica i fiori in modo generico, ma da queste parti viene usata anche per indicare i fiori di campo che spuntano praticamente a ogni angolo.

cosa fare a Luneburgo Kurpark

Tra l’altro il parco è talmente grande che al suo interno non si sente nemmeno il rumore delle macchine che passano per strada, quindi è un luogo adattissimo per rilassarsi e passare la giornata all’aperto. Soprattutto se avete trascorso in centro città i giorni precedenti e avete voglia di staccare un attimo.

Cosa fare a Luneburgo: il Salu Salztherme Center

Ora vi parlo del secondo luogo di cui vi accennavo all’inizio, il Salu Salztherme Center.

All’inizio ho pensato si trattasse di una semplice piscina, ma entrando mi sono dovuta ricredere e devo dire che si è trattato davvero di una scoperta.

Luneburgo è famosa per la presenza del sale nel sottosuolo e il Salztherme Luneburg è appunto un centro termale salino, quindi l’acqua è salata come quella del mare e apporta gli stessi benefici.

Tutto sul Salu Salztherme Luneburg

Il bello di questo centro non è solo l’acqua salata, ma tutti i servizi che offre, che devo dire meritano davvero 5 stelle.

Al suo interno, infatti, ci sono diverse piscine. Si va da quella grande di dimensioni olimpioniche fino alle piscinette per bambini, corredate da giochi e scivoli in base all’età.

Il centro inoltre garantisce la presenza della security e dei bagnini per qualsivoglia esigenza.

Mentre un’area è all’aperto, ci sono due piani interamente al chiuso, dove si passa dall’acqua fredda a quella riscaldata, che è davvero un toccasana nelle sere d’inverno.

L’altezza dell’acqua è segnalata un po’ ovunque, quindi non c’è rischio neppure per chi non sa nuotare.

All’interno di ogni piscina, poi, ogni tot minuti vengono rilasciati i getti d’acqua per l’idromassaggio, che si può fare dopo essere usciti dalla sauna o dopo aver fatto fitness nell’area adiacente, il tutto all’interno della medesima struttura.

Purtroppo non ho nessuna foto perché per una questione di privacy è severamente vietato realizzare foto e video -questo non è un post sponsorizzato- ma una visita al Salu Salztherme Luneburg è una cosa da fare assolutamente se vi trovate da queste parti e ve la stra consiglio.

A dirla tutta, me ne sono innamorata e mi dispiace tantissimo che dove vivo io non ci sia una struttura simile.

Tra l’altro questo centro termale si trova accanto al parco di cui vi ho parlato nella prima parte di questo articolo, quindi è facilissimo da raggiungere.

Nei prossimi paragrafi vi racconto un po’ come funziona.

Come funziona il Salu Salztherme Luneburg e cosa troverete all’interno

Arrivando dalla strada principale, c’è il parcheggio dedicato ai visitatori del centro, a cui si accede ritirando il biglietto con la data e l’orario di entrata. Il biglietto va conservato perché poi servirà per uscire.

Risalendo dal parcheggio si accede a un piazzale molto grande, riconoscerete l’entrata perché di fronte c’è un grandissimo hotel, il Salu, che viene usato per convegni e incontri di lavoro.

La biglietteria si trova davanti all’entrata ed è qui che si paga in base alle ore che si resta -troverete tutte le info e i prezzi nell’ultimo paragrafo dell’articolo-.

A questo punto vi verrà fornito una specie di orologio di plastica che però è digitale. Questo orologio va tenuto al polso -potete tranquillamente bagnarlo in acqua- perché vi servirà per accedere all’interno e chiudere l’armadietto dove depositate le vostre cose. Inoltre, semplicemente posizionando il quadrante alla cassa del bar-ristorante interno, il conto delle ordinazioni sarà addebitato alla fine. Questo è una cosa comodissima perché vi permette di non portarvi il portafoglio all’interno della piscina rischiando di perderlo.

A fine serata, infatti, basterà mostrarlo in cassa per pagare le consumazioni prima di andare via, quando avrete ripreso le vostre borse. A questo punto, dopo aver pagato, si inserisce l’orologio in un gabbiotto di plastica che provvede ad azzerare il codice e vi consente di uscire dalla struttura per tornare alla macchina. Et voilà, il gioco è fatto perché è davvero un sistema comodissimo.

Orari e prezzi

Come vi dicevo, all’interno del centro si trova il ristorante.

Qui potete ordinare caffè e cappuccini, ma anche succhi di frutta e la cena completa. Noi abbiamo cenato qui la seconda volta che siamo venuti. Chiaramente il menù è alla tedesca, quindi il piatto principale sono le salsicce con le patatine fritte, però è possibile trovare anche una vasta scelta di insalate e gli onnipresenti nuggets per i più piccoli. Il servizio è self-service e i tavoli sono molto puliti e spaziosi. Ci sono anche i seggioloni per i bambini. L’unica accortezza è di ordinare prima delle 20,00 perché poi c’è la chiusura, quindi per cenare vi consiglio di recarvi a mangiare entro le 19,00.

Questo vale solo per il ristorante, perché il centro termale segue questi orari di apertura:

  • dal lunedì al sabato dalle 10,00 alle 22,00
  • la domenica e i giorni festivi dalle 8,00 alle 20,00

Per conoscere in dettaglio gli orari della sauna e del centro fitness, che invece sono soggetti a cambiamenti stagionali, vi consiglio di dare un’occhiata al sito www.salue.info anche per vedere qualche foto, visto che, come dicevo prima, non mi è stato possibile scattarne a causa del regolamento che tutela la privacy dei visitatori.

Per quanto riguarda il prezzo, in 4 adulti noi abbiamo pagato circa 50,00 euro in totale per 4 ore, mentre è gratuita l’entrata per i bambini fino a 3 anni. In ogni caso, potete chiedere direttamente alla biglietteria perché i receptionist parlano inglese.

Per finire, ecco l’indirizzo del Salu Salztherme Luneburg da impostare sul navigatore:

Kurzentrum Luneburg Kurmittel Gmbh, Uelzener Stasse 1-5, Luneburg -comunque è molto facile da raggiungere in quanto si trova sulla strada principale-.

Cosa fare a Luneburgo: la mia opinione

In questo articolo vi ho parlato del Kurpark e del centro termale salino, un po’ perché sono luoghi che ho visitato personalmente e dunque mi sento di consigliarveli, ma anche perché sono posti che davvero si adattano alle esigenze di tutti.

Secondo me, dopo un paio di giorni trascorsi a visitare il centro città, spezzare un attimo è l’ideale, quindi il consiglio che mi sento di darvi è di trascorrere la mattinata al parco per poi passare il pomeriggio alle terme cenando direttamente al ristorante.

A proposito di cibo, nel prossimo articolo vi parlerò più in dettaglio di cosa mangiare da queste parti, suggerendovi un paio di posti tutti sperimentati personalmente.

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Luneburgo con bambini: visita al Wildpark Lüneburger Heide

Luneburgo con bambini

Se vi state chiedendo cosa fare a Luneburgo con bambini, questo è l’articolo che fa per voi.

Oggi vi parlo della mia visita al WildPark Luneburger Heide, il luogo perfetto per i bimbi dai due anni in su, tanto che questo giardino zoologico è tra i più rinomati di tutta la Germania.

La mia opinione sugli zoo

Personalmente non ho mai amato gli zoo, perché li trovo di una crudeltà inaudita. Per me gli animali devono restare liberi nella natura e questo è l’unico modo etico che accetto per poterli osservare.

Ecco perché quando mi hanno proposto questa visita non ero affatto entusiasta e tutt’ora ho qualche remora a parlarne in questo blog.

Gli animali del WildPark Luneburger Heide

Tuttavia, va detto che gli animali che attualmente popolano il parco sono nati in cattività, quindi, se venissero re-inseriti adesso nel loro habitat naturale, difficilmente riuscirebbero a sopravvivere.

Alla luce di questo, tutto sommato, portare i bambini a visitare il parco può essere un’esperienza interessante, purché gli si spieghi che amare davvero gli animali significa lasciarli vivere in libertà.

Dopo questa premessa, che mi sembrava doverosa, parto subito con il raccontarvi tutto.

Luneburgo con bambini: tutto sul Luneburger WildPark Heide

Il WildPark Luneburger Heide, aperto nel 1970, quando ancora non si parlava di protezione della fauna selvatica, si trova nel comune di Hanstedt, a circa 20 km da Luneburgo, da cui è facilmente raggiungibile in macchina.

Il percorso

Il parco copre diversi ettari ed è interamente circondato dai boschi, all’interno dei quali ci sono i vari sentieri, tutti facilmente percorribili sia a piedi che con i passeggini.

Del resto, le famiglie numerose in Germania sono la norma e ogni nucleo familiare conta almeno 3 o 4 bambini, spesso tutti molto piccoli e con pochissima differenza di età. Questo è frutto di una politica volta a incentivare le nascite, che si traduce in un sistema che funziona alla grande sotto tutti i punti di vista.

I genitori tedeschi sono molto meno ansiosi rispetto a quelli italiani e trasportano i piccoli nei carrelli legati alle biciclette. Carrelli che spesso contengono pure lattine di birra e sacchi di patate, proprio come le immagini da cartolina.

Luneburgo con bambini: gli animali del parco

Chiaramente, il cuore del parco sono gli animali, parliamo di circa 1200 specie diverse tra orsi, cervi, renne, stambecchi e non solo.

Il WildPark Luneburger Heide è famoso per ospitare anche bisonti americani, una quantità stupefacente di volatili che vanno dai gufi alle aquile, fino alle civette.

L’attrazione maggiore, però, è la coppia di tigri che io sono riuscita a vedere a distanza ravvicinata.

Adesso vi mostro una serie di foto dei vari animali, ciascuno ben tenuto nella sua area -qui infatti gli animali non sono tenuti in gabbia come nei classici zoo, ma vivono in aree recintate la cui grandezza dipende dalla specie-.

Luneburgo con bambini
Luneburgo con bambini
Luneburgo con bambini
Luneburgo con bambini
Luneburgo con bambini
Luneburgo con bambini

Gli animali preferiti dai bambini

Gli animali da cui i bambini sono più affascinati, grazie alla loro dolcezza e docilità, sono i cerbiatti.

All’entrata è possibile acquistare il cibo che loro prendono direttamente dalle mani dei visitatori. Vi dirò che per me è stata una bellissima esperienza, perché non capita tutti i giorni di passeggiare tra i cerbiatti e le gazzelle.

Nella foto che vi mostro tra un attimo sorridevo estasiata perché, davvero, erano dolcissimi, anche se restava un non so che di stonato, perché ribadisco che ogni animale dovrebbe vivere in completa libertà.

Luneburgo con bambini

La ricostruzione degli habitat naturali

Un dettaglio che invece ho apprezzato è la ricostruzione dei vari habitat molto somiglianti a quelli che si trovano in natura.

Nella zona dove ci sono le tigri, ad esempio, la giungla è stata ricostruita con una serie di piante e arbusti interrotti da un corso d’acqua.

L’area degli orsi contiene piscine d’acqua artificiali scavate nella pietra che ricordano il letto di un fiume.

Luneburgo con bambini

In questa foto, infine, si vede quella che credo sia una donnola nuotare in acqua; in questo caso il suo nido è stato scavato tra le rocce, esattamente come avviene in natura.

Luneburgo con bambini

Gli spettacoli del WildPark Luneburger Heide

Un’altra attività che vi consiglio all’interno del parco -nonostante sia diffusa anche da noi- sono gli spettacoli del pomeriggio con le aquile addestrate.

Questa disciplina ha origini molto antiche e affonda le sue radici nel Medioevo, quando i rapaci venivano utilizzati per esibirsi negli spettacoli rivolti ai signori delle corti e alle fiere di paese.

Gli spettacoli con le aquile e i gufi del WildPark Luneburger Heide si svolgono all’aperto, in un lato che rimane verso la fine del sentiero, che segue un percorso ad anello.

Servizi e infrastrutture per bambini e non all’interno del parco

Fin ora vi ho parlato degli animali senza tralasciare le mie perplessità. Ora voglio dire due parole sulle infrastrutture all’interno del parco, che lo rendono un luogo adattissimo ai bambini.

Wc e punti ristoro

Prima ho detto che il parco copre diversi ettari. Qui nulla sembra essere lasciato al caso e praticamente ogni 200 metri troverete bagni, panchine dove riposarvi e tavoli dove fare un pic-nic, oltre a tantissimi punti ristoro per prendere un caffè o fare una vera pausa pranzo a base di hot-dog e patatine fritte.

Fast food e area giochi

Il vanto del parco, però, è il fast food che si trova vicino all’entrata, dove tornerete una volta aver concluso il percorso. Qui potrete trovare menù per bambini a base di chips e nuggets, ma anche le famose salsicce tedesche e ogni tipo di bevanda alla spina, dalla birra alla Coca-Cola.

Qui si vendono anche i gelati che, d’accordo, forse non saranno come quelli italiani, io però ho provato il cono alla vaniglia e devo dire che era davvero buono.

Inoltre, al lato del ristorante fast food, c’è una grandissima area giochi, interamente realizzata su un terreno sabbioso. Si va dalle altalene ai cavallucci, fino ai percorsi arrampicata per i più grandi.

In pratica, è l’ideale per far stancare bene i piccoli prima di rientrare, mentre vi godete una birra ai tavoli del ristorante 🙂

Il parcheggio

Infine, il parco dispone di un grandissimo parcheggio all’aperto all’ombra degli alberi, dove ho visto molte famiglie fermarsi per un pic-nic prima di cena -si tratta di uno spazio molto bello che definire parcheggio è riduttivo, non aspettatevi di essere circondati dallo smog perché questi prati sono grandissimi e c’è spazio per tutti-.

Nel prossimo paragrafo vi parlo dei prezzi e degli orari di apertura.

Prezzi + orari

Al momento, gli orari riportati all’interno della biglietteria sono i seguenti:

  • dal 1° Marzo al 31 Ottobre il parco è aperto dalle 8,00 alle 19,00
  • dal 1° Novembre al 28 Febbraio l’apertura è alle 9,30 con la chiusura fissata per le 16,30

Queste invece sono le tariffe per l’entrata:

  • 13,00 euro a persona tariffa standard
  • pacchetto famiglia 2 adulti + 2 bambini -dai 3 ai 14 anni- 46,00 euro

Per essere sempre aggiornati sulle ultime offerte e per gli sconti in caso di gruppi, vi consiglio di scrivere un’e-mail al seguente indirizzo:

info@heide-himmel.de

Luneburgo con bambini, la mia opinione sul WildPark Luneburger Heide

Come vi dicevo, ancora non riesco a farmi un’idea definitiva su questo luogo.

Il mio lato ambientalista mi impone di chiedermi perché gli animali debbano vivere in aree recintate. Detto ciò, non posso negare che in questo caso parliamo di un luogo davvero curato e organizzato, con tantissimi servizi pensati per le esigenze di tutta la famiglia. Quindi, direi sì a una visita se viaggiate a Luneburgo con piccoli al seguito, a patto però di spiegargli che questa non è la condizione naturale degli animali.

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Viaggi

Cosa vedere a Luneburgo, nel Nord della Germania

cosa vedere a Luneburgo

In questo articolo vi parlo di cosa vedere a Luneburgo, la città tedesca nel cuore della bassa Sassonia.

Era da un po’ che non parlavo di viaggi, e adesso che posso tornare a scriverne ho davvero tantissimo da raccontare. Quindi mettetevi comodi, anche perché questo è solo il primo di tutti gli articoli che ho in programma sul mio viaggio in Germania.

Luneburgo: partiamo dal nome e facciamo chiarezza

Date le domande che mi sono state poste prima del viaggio, mi sono resa conto che sono in molti a fare confusione sul nome e l’esatta collocazione di questa città.

Quindi partiamo dal nome e facciamo un po’ di chiarezza.

Luneburg, la città di cui vi parlo, si trova in Germania a pochi chilometri da Amburgo e neppure troppo lontana dal confine danese. La sua traduzione in italiano è Luneburgo, da non confondere con la quasi omonima Lunenburgo, che invece si trova nella Nuova Scozia canadese.

Questo errore è molto comune in Italia, forse perché in genere gli italiani che visitano la Germania si fermano in Baviera o al massimo a Berlino.

La Bassa Sassonia, invece, all’estremo Nord del Paese, non è una meta molto conosciuta da noi, quindi sono pochi gli italiani che si avventurano fin qui.

Dire che si tratta di una destinazione che vi consiglio assolutamente sembra quasi scontato, quindi bando alle chiacchiere, vi racconto subito cosa vedere a Luneburgo.

Cosa vedere a Luneburgo, nel cuore della Bassa Sassonia

Nei paragrafi successivi vi parlerò di cosa visitare in città, con un occhio di riguardo al centro storico.

Prima di tutto, però, vediamo come arrivare.

Come arrivare a Luneburgo

Nonostante siamo in Germania, i collegamenti con questa parte del Paese e l’Italia non sono proprio eccezionali, quindi vi consiglio di guardare con largo anticipo i voli che dal nostro Paese arrivano all’aeroporto di Amburgo.

Tenete presente, comunque, che in molti casi si tratta di voli che hanno almeno uno scalo. Dall’aeroporto di Amburgo, Luneburgo è facilmente raggiungibile in taxi, in pullman oppure in treno -il servizio dei treni regionali qui è davvero fantastico e la stazione di Luneburgo si trova proprio a poche centinaia di metri dal centro-.

Arrivare a Luneburgo in macchina: si può fare

Se invece avete un po’ di tempo a disposizione e amate i lunghi viaggi in auto, vi dico come sono arrivata io: dall’Italia, direttamente in macchina. La distanza da Roma è di circa 1700 km.

Lo so, è un viaggione, ma vi assicuro che il senso di libertà nello spostarsi così liberamente e ammirare il panorama è impagabile.

Secondo il navigatore, il tempo per raggiungere Luneburgo in macchina è di circa 17 ore. Noi ce ne abbiamo messe 24, tenendo conto delle varie soste in cui ci siamo fermati a dormire, anche perché abbiamo viaggiato con una bambina piccola i cui tempi andavano necessariamente rispettati.

Comunque vi parlerò di questo in un articolo a parte dove vi racconterò delle difficoltà che abbiamo incontrato -perché sì, ci sono state- e dei consigli per superarle al meglio.

Cosa vedere a Luneburgo in coppia o famiglia

Ci sono due cose che amo profondamente di questa città.

La prima, le dimensioni ridotte, che la rendono molto vivibile e facilmente visitabile anche nel caso con voi ci siano bambini molto piccoli. L’altra è l’incredibile quantità di verde che si perde a vista d’occhio.

Questo fa si che Luneburgo sia una sola cosa con il verde dei boschi, dove le case tradizionali, che sembrano uscite direttamente dalla favola di Hansel e Gretel, vanno a braccetto con i colori delle stagioni.

Cosa vedere a Luneburgo: visita al centro città

cosa vedere a Luneburgo

La prima cosa da fare a Luneburgo è sicuramente una visita in centro.

Come vi dicevo nel paragrafo precedente, parliamo di una città piuttosto piccola, quindi il centro è facilmente visitabile a piedi e molte strade sono pedonali per la gioia dei bambini, che possono correre indisturbati. Tra l’altro qui ci sono ovunque piste ciclabili e sono in molti a scegliere la bicicletta per i loro spostamenti quotidiani.

cosa vedere a luneburgo
Luneburgo, la città del sale e città anseatica

Luneburgo è una città molto antica ed è conosciuta anche come la città del sale.

La sua posizione strategica, grazie alla presenza delle saline, la resero un punto di snodo per la rotta commerciale sul Mar Baltico. Proprio grazie a questo riuscì a entrare nella Lega Anseatica, tanto che città anseatica è l’altro appellativo con cui viene indicata dai suoi abitanti.

Oggi il suo centro storico è un dedalo di stradine che raccontano dei suoi periodi di massimo splendore e gli edifici dall’architettura tradizionale, con le facciate in mattoni rossi e i tetti spioventi, si mixano perfettamente alle testimonianze gotiche delle Chiese.

Cosa vedere a Luneburgo: la zona più famosa del centro storico

Una caratteristica propria di Luneburgo sono le porte molto appariscenti degli edifici.

Molte hanno colori davvero vivaci e colpiscono le decorazioni, a metà tra il gotico e uno stile che ricorda un non so che di stregonesco.

cosa vedere a luneburgo

Accanto a queste porte, ci sono le vetrine dei piccoli negozi che danno sulla strada. Anche queste sono davvero caratteristiche, tanto che io mi incantavo letteralmente a guardarle.

I piccoli laboratori degli artigiani conservano ancora gli oggetti della vita quotidiana tradizionale e sono decorati con le tendine in pizzo, utensili di porcellana e i fiori, che da queste parti fanno capolino un po’ ovunque.

Guardate qua:

cosa vedere a Luneburgo

Solo il Palazzo del Municipio, che risale attorno al 1200, sembra discostarsi da questo stile e si presenta nelle sue forme lineari e pulite, senza comunque stonare nell’armonia che caratterizza Luneburgo.

Ai lati della piazza su cui sorge il Muncipio ci sono varie stradine nelle quali è possibile trovare ristoranti, fermarsi per un aperitivo o provare uno dei prodotti tradizionali venduti nelle piccole panetterie della città.

Un angolo di Venezia a Luneburgo

Proseguendo all’interno di queste stradine, tra le quali vi consiglio assolutamente di perdervi, perché davvero ogni angolo è una piccola scoperta, si arriva alla zona adiacente al fiume.

Per noi italiani è impossibile non pensare a Venezia, perché il Llmenau taglia trasversalmente la città e questa parte del centro storico è costruito interamente sull’acqua.

cosa vedere a Luneburgo

Qui si può passeggiare sul piccolo ponte di legno o fermarsi a mangiare qualcosa in uno dei tanti locali del quartiere, fino ad arrivare all’antico mulino, dove i fiori strizzano l’occhio a una piccola cascata naturale.

Ecco uno scatto del mulino, che all’ora del tramonto trasmette sempre un po’ di malinconia.

Cosa vedere a Luneburgo: il centro storico “vecchio” sconosciuto ai turisti

Se fin ora ho parlato del centro storico più famoso di Luneburgo, quello fotografato dai turisti -prettamente Nord europei- che visitano la città, adesso vi conduco in un luogo davvero speciale.

In pratica si tratta di un piccolo insediamento che si snoda parallelo al centro storico turistico.

All’inizio sembra un anonimo gruppo di case, tanto che questa parte non è neppure segnalata dalle indicazioni turistiche.

Eppure, questo è il primo e il più antico quartiere della città.

In questa zona, si tratta di una minuscola area dove spesso passano solo biciclette, le abitazioni sono tutte molto piccole. Ma l’atmosfera che si respira ricorda davvero quella di un qualche film Fantasy.

I tetti sono così appuntiti che sembrano sfidare le leggi della gravità, mentre i mattoncini rossi e marroni fanno pensare a un mix di frutta e cioccolata.

Queste case oggi sono quasi tutte abitate, eppure, in un pomeriggio d’estate, sembravano esserci solo i fiori e i gatti a farci compagnia.

cosa vedere a luneburgo

Insomma, si tratta di un percorso che merita davvero di essere scoperto.

Per ora mi fermo qui perché rischio di scrivere un mattone, ma nei prossimi articoli vi parlerò di cosa fare nei dintorni di Luneburgo e cosa mangiare in città.

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Travel Blogging

Del bourn-out lavorativo e delle salite per realizzare un sogno

bourn out lavorativo

C’era una volta una ragazza che viveva dei suoi sogni, che amava scrivere e non vedeva l’ora di girare il mondo.

Tenne duro per anni, prima scrivendo nelle pause del lavoro, poi con la sua bambina neonata in braccio, infine la notte, mentre la piccola dormiva.

Finché un bel giorno cominciarono ad arrivare i primi riconoscimenti e, soprattutto, tante offerte di lavoro che quando ne capita una sola di quel genere è già la chance di una vita.

Essendo una mamma, non se la sentiva di accettare ruoli così impegnativi, e nonostante la tristezza per le opportunità perse, era consapevole di aver imboccato la strada giusta e continuava a resistere, combattendo a denti stretti per realizzare i suoi sogni.

Finché un giorno di Settembre, stremata, cadde in una specie di bourn out. Prese a calci la porta del salotto, e per un istante fu tentata di riservare lo stesso trattamento al suo computer, compagno di sogni e di scrittura. Per la prima volta dopo oltre un anno, aveva persino saltato l’appuntamento settimanale con i lettori del suo blog.

Quel giorno però, fu anche quello del risveglio. Perché quella donna ammise a sé stessa che non c’è organizzazione o volontà che tenga, alla lunga, se non si riceve un minimo di supporto da quella società che troppo spesso viene identificata come un’entità astratta, dimenticandoci che la società è composta da ognuno di noi.

Allora prese coscienza dei suoi limiti, accettando di fare meno, nonostante la ferrea volontà di realizzare cento, mille sogni.

E promise a chi non credeva in lei che un giorno, nessuno sarebbe potuto entrare in una libreria senza leggere il suo nome e chiunque avesse aperto una qualsiasi pagina sul web, avrebbe trovato i suoi pezzi a fargli compagnia.

Cosa voglio dirti

Ho voluto raccontarti uno spaccato della mia giornata, una di quelle decisamente no, per dirti che, se ti senti stremato, ti capisco.

Non importa che tu sia uomo o donna e non importa neppure che lavoro fai.

Quando le cose non vanno come vorresti, riparti da te.

Spegni il telefono per un giorno, beviti un caffè, fai una passeggiata, gioca con i tuoi figli se ne hai e guardali negli occhi.

La sera poi, o anche il giorno successivo, riparti da te, ancora una volta.

Ricordati chi sei e da dove sei partito, pensa al tuo obiettivo e focalizzalo nella tua mente, ripercorrendo tutti i passi che ti hanno portato dove sei adesso. Poi, inizia a fare qualcosa, non importa cosa, ma fallo. Sistema la tua scrivania, riordina le fatture, scrivi quell’ e-mail al collega che ammiri e che ti ispira tanto.

Ricomincia, ma a piccoli passi. E prima che tu te ne renda conto, quei passi si trasformeranno in un percorso meraviglioso. Un percorso costellato di salite e cadute rovinose. Ma che, alla fine, sarà proprio quello che ti condurrà esattamente dove sogni di essere.

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Promozione turistica

Turismo virtuoso: oltre il villaggio turistico

turismo virtuoso

Sempre più spesso, oggi, sentiamo parlare di turismo virtuoso.

Ma cosa si nasconde dietro questa definizione e come possiamo -davvero- metterne in pratica i principi?

Soprattutto, esiste un modello in grado di coniugare gli interessi di tutti i soggetti coivolti?

Cosa si intende per turismo virtuoso

Partiamo dalla definizione.

Nella dicitura turismo virtuoso rientrano una serie di sotto-definizioni, ognuna delle quali si rifà a uno specifico segmento di mercato.

Ad esempio, troviamo:

  • il turismo green
  • il turismo accessibile
  • lo slow tourism

Mettendo insieme tutte queste nicchie, ne viene fuori che il turismo virtuoso è un modello caratterizzato dai principi di etica, responsabilità e sostenibilità. Ognuna di queste micro aree, poi, si applica tanto al territorio -o destinazione- quanto alle comunità coinvolte dal fenomeno turistico.

Il turismo è un settore in continuo cambiamento

Partiamo da un presupposto.

Il turismo è ormai un fenomeno globale, che continua a cambiare seguendo gli eventi internazionali -è chiaro che un conflitto modifica la percezione di sicurezza di una determinata zona- ma anche la situazione sanitaria. Lo abbiamo visto molto bene con il Covid. Senza dimenticare, poi, i trend del momento che influenzano non di poco la domanda.

Tale fenomeno modifica profondamente il tessuto non solo economico, ma anche socio-culturale dei luoghi, ovvero delle destinazioni in cui il turismo viene consumato.

Un modello che non è più sostenibile

Da qualche anno, ormai, gli operatori del settore sembrano aver preso coscienza della necessità di proporre un modello alternativo rispetto a quello attuale, incentrato sul consumismo.

Consumismo che spesso prosciuga i luoghi senza apportare alcun beneficio alle comunità locali.

L’errore in cui si rischia di cadere, però, è una banalizzazione di tale necessità. Non si tratta meramente di rispettare il Pianeta. Senza una reale comprensione del problema, si rischia di fare più danno che altro.

Chiaramente, il rischio è tanto più alto quanto lo sono gli interessi in gioco, soprattutto quando c’è la presenza di un conflitto tra questi interessi.

Perché è innegabile che, purtroppo, il modello proposto a partire dalla metà degli anni ’90, è proprio quello che apporta i maggiori introiti ai colossi del settore.

Turismo virtuoso: oltre il modello dei villaggi turistici

Entriamo nel concreto e analizziamo brevemente i pacchetti All-Inclusive, che si vendono tanto bene sul mercato.

Un turismo “tutto compreso” nei resort turistici

turismo virtuoso

Tale modalità di fare turismo, da un po’ di tempo a questa parte, ha smosso più di qualche dubbio, alimentando la diatriba, apparentemente senza soluzione, tra turisti e viaggiatori.

Tralasciando i dettagli di questa distinzione, che non servono a risolvere il problema, si può affermare tranquillamente che il mondo dei pacchetti All-Inclusive è diffuso prettamente in Occidente. Vale a dire, nei Paesi del Nord del Mondo, dove l’identikit di chi viaggia assume caratteristiche ben precise:

  • pochi giorni di ferie concentrati in periodi ristretti dell’anno, di solito a Natale e in estate;
  • la necessità di staccare e dunque di evadere dalla quotidianità;
  • il desiderio di concedersi esperienze apparentemente fuori dal comune, senza uscire dalla propria zona comfort.

Alla luce di questo, appare chiaro come il turismo dei pacchetti All-Inclusive rappresenti la soluzione perfetta a questo tipo di consumatore che vede nel villaggio turistico la massima realizzazione dei suoi desideri.

Il paradosso dei villaggi turistici

Funziona in questo modo.

Si sceglie una destinazione, possibilmente esotica, si atterra all’aeroporto locale e ci si infila in uno di quei villaggi dove la realtà si appiattisce e dove tutto è uguale in tutto il mondo.

Poco importa in questo caso il livello del servizio. Può essere un family hotel o un resort di lusso, le caratteristiche sono sempre le stesse.

Stanze dotate di ogni comodità, ristorante italiano -al massimo compaiono un paio di proposte presentate come esotiche- piscina e intrattenimento serale.

Durante il soggiorno, che di solito è suddiviso in settimane, grazie ai voli charter che fanno la spola tra i vari Paesi, si esce al massimo una o due volte per le escursioni programmate nei luoghi clou, quelli turistici da cartolina che vale la pena condividere sui social network. Senza mai perdere di vista la guida che si limita a spiegare qualcosa sulla storia locale.

Così, l’esperienza si consuma nell’illusione di visitare un Paese esotico, senza davvero entrare in contatto con le usanze locali e la gente del posto.

Chi usufruisce di tali pacchetti torna a casa senza il minimo arricchimento e a guadagnarci sono solo i colossi del settore. Perché nemmeno un euro finisce nelle tasche delle comunità locali, che si vedono sottratto il loro territorio senza ricevere il benché minimo vantaggio da questo modello consumistico.

Spattacolarizzare la realtà

L’altra caratteristica di un turismo mordi e fuggi nei Paesi esotici si intreccia alla spettacolarizzazione della realtà.

Questo avviene in diversi modi e tutti si nutrono di stereotipi, contribuendo ad aumentarli fino a creare un circolo vizioso.

Fotografie inappropriate

turismo virtuoso
Foto di Valeria Rodrigues da Pixabay

Pensiamo all’Africa. Tutti sanno che esistono indubbiamente situazioni di estrema povertà, eppure sembra impossibile riuscire a generalizzare un continente in questo modo.

L’Africa non è solo povertà, ci sono realtà molto variegate e città modernissime. Lo dimostrano gli investimenti delle grandi aziende che sempre più spesso vi orientano i loro interessi commerciali e i tantissimi europei che che decidono di stabilirvisi creando un business tutto loro.

Eppure, spesso si vedono turisti che usano il cellulare con una violenza inaudita, scattando selfie al limite della decenza, sorridenti davanti alle scene di povertà. Oppure persone locali fotografate senza il loro permesso, nemmeno fossero animali da circo.

Questo è un turismo che ruba l’identità e che alimenta lo sfruttamento delle risorse di un’Africa che oggi più che mai è in cerca di riscossa.

Una riscossa che però non può avvenire a meno che non cessi subito questo modello di turismo basato su uno show che di reale ha molto poco. Perché la realtà è fatta di persone in carne e ossa, che hanno una dignità e che va a tutti i costi rispettata. Persone che si portano dietro una storia fatta di ambizioni, speranze, e una cultura, con la quale solo se si entra in contatto è possibile parlare di esperienza e, dunque, scambio e arricchimento. Entrando nelle loro vite in punta di piedi, con il massimo rispetto di quella vita e di quella realtà.

Questo avviene solo smettendo di guardare il mondo alla luce dei tipici standard occidentali, standard che presuppongono che tutto sia dovuto al ricco turista in cerca di facili emozioni.

Recite a uso e consumo dei turisti

turismo virtuoso
Foto di Valerie Baron da Pixabay

L’altro modo in cui avviene la spettacolarizzazione è forse ancora più subdolo e non per questo meno violento. In questo caso, le grandi aziende del settore turistico hanno una responsabilità diretta.

Avviene quando, con la scusa di far conoscere ai turisti le tradizioni locali, si organizzano costose escursioni dove si inscena, come in una recita, la tradizione locale. Canti e balli popolari al termine dei quali viene servita la cena, ancora una volta in un modo che è totalmente scollegato dalla realtà.

Partecipare a uno spettacolo a pagamento, seduti su comode sedie refrigerati dall’aria condizionata, non significa affatto conoscere le tradizioni locali.

Il coraggio di dire no: Gaia e Ntoyai

Un esempio di impegno diretto e di coraggio nel ribellarsi a questo sistema malato, proponendo un turismo etico e responsabile, arriva direttamente da Instagram. Il tutto grazie a Gaia Dominici, una giovane donna italiana che vive nella savana da quando ha sposato Ntoyai, un guerriero della tribù dei Masai.

Gaia e Ntoyai -che sono su Instagram con il nome Siankiki- sono un vulcano di idee e proprio per promuovere un turismo rispettoso, qualche tempo fa diedero vita a Terre del Kenya. Da alcuni mesi hanno annunciato lo stop di questo progetto, in quanto le loro convinzioni si sono scontrate con una realtà che non li rappresenta e un modo di fare turismo che di etico e rispettoso ha ben poco.

Questo a dimostrazione che c’è ancora molto su cui lavorare. Il primo passo, tuttavia, è proprio intervenire su una mentalità profondamente sbagliata, di cui Gaia si fa spesso portavoce.

Come creare un modello di turismo virtuoso?

Eppure, da tutto questo se ne esce, a patto di creare un’offerta turistica etica e sostenibile, capace di regalare esperienze reali, senza svilire o danneggiare l’autenticità e la dignità delle comunità locali.

Affrontare tutto questo significa rifiutare un sistema privo di etica, teso alla massimizzazione del profitto e allo sfruttamento del territorio.

Le grandi multinazionali del settore devono necessariamente dialogare con gli Enti turistici locali. Le varie forze devono scendere in campo dando spazio agli esperti del luogo: guide turistiche, interpreti, artisti, direttori di musei e siti storici, associazioni culturali e a difesa dell’ambiente, host e ristoratori autoctoni.

Costruire un modello di turismo virtuoso significa interagire davvero con le realtà locali. Soprattutto, pagando il prezzo adeguato per i servizi di cui si usufruisce. Perché un mercato sano, in un’economia che funziona, comporta benefici per entrambe le parti. Altrimenti, parliamo di sfruttamento e questo nulla ha a che vedere con il turismo virtuoso.

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Hotel Management

Come creare una promozione in hotel: esempi pratici a costo zero

creare una promozione in hotel

Nell’articolo di oggi parliamo di come creare una promozione in hotel partendo da situazioni tipo che potrebbero portare più arrivi nella vostra struttura.

Perché creare offerte ad hoc in albergo

Riprendiamo un attimo quanto detto la volta scorsa.

Creare delle promozioni sulla base degli eventi in programma nella vostra zona, oppure per determinati periodi dell’anno, vi permette di aumentare praticamente a costo zero il livello di riempimento delle camere.

Nell’articolo precedente, avevamo considerato questi eventi:

  • concorsi pubblici ed esami di ammissione all’università
  • sagre e concerti
  • presentazioni letterarie
  • mostre e visite guidate nei musei
  • ponti e festività

Per avere più presenze con questo sistema, il primo passo è dividere l’anno in periodi più piccoli e, calendario alla mano, appuntare i giorni e le manifestazioni di interesse nella vostra zona.

Come creare una promozione in hotel

Oggi parliamo dell’ultima fase, ovvero la creazione pratica delle offerte per spingere le persone a soggiornare da voi.

Lo faremo con degli esempi a partire dai punti elencati nel paragrafo precedente.

Concorsi pubblici

I concorsi pubblici si dividono in due categorie: alcuni prevedono la prova di un solo giorno, altri procedono per esclusione in base ai risultati che si ottengono, dunque si protraggono per più giorni. La stessa cosa avviene per gli esami di ammissione all’università.

Esempio di promozione in albergo

Partiamo dal primo caso, ovvero la prova di un solo giorno.

Che fare?

Offrite una notte -quella del concorso/esame- a prezzo pieno e stabilite uno sconto in caso di un soggiorno di due notti.

Per i concorsi/esami di più giorni, controllate la durata effettiva. Sono previsti 4 giorni? Dunque sono 3 notti. Offrite 3 notti al prezzo di 2, magari risparmiando sui servizi accessori come la colazione, in modo da invogliare a prenotare anche chi non conosce esattamente la durata del soggiorno, che appunto dipende dai risultati delle prove.

Concerti

Come dicevo nell’articolo precedente, i concerti attirano sempre un gran numero di persone. Il bello è che spesso si svolgono nel fine settimana.

Come sfruttare questa occasione?

Promuovete un’offerta di questo tipo:

  • 1 notte 90,00 euro -faccio un esempio in quanto il prezzo dipende da un gran numero di variabili-
  • 2 notti a 160,00 anziché 180,00 euro

Sagre e feste di paese

Un discorso analogo si potrebbe applicare nel caso di sagre, fiere ed altri eventi locali.

Se offrite servizi aggiuntivi, cosa che consiglio caldamente -tipo tour ed escursioni alla scoperta del territorio- la promozione potrebbe essere:

  • 1 notte 80,00 euro
  • 2 notti a 140,00 euro con la possibilità di prenotare una degustazione vini al prezzo di -ipotesi- 15,00 euro a persona.

Presentazioni letterarie

L’altra volta ho detto una cosa che reputo molto vera. Gli appassionati di libri sono un pubblico molto ristretto rispetto ad altre nicchie, pensiamo ad esempio a chi segue lo sport.

Se però avete la fortuna di avere più o meno vicine delle librerie dove si organizzano eventi di questo tipo, si può pensare a diverse soluzioni.

Vi lascio un paio di esempi.

Esempio di promozione in albergo

  • Se avete un pulmino, anche di quelli piccoli a 5 posti, offrite il servizio di transfer fino alla libreria nel caso questa non sia raggiungibile a piedi. Il costo? Sempre per esempio, 20 euro a persona e 15 in caso di gruppi familiari.
  • Potreste anche proporre un tour letterario nella vostra città a chi resta la seconda notte, un’escursione dunque interamente cucita sugli interessi dei vostri ospiti, che difficilmente diranno di no.

Mostre e musei

In questo caso, il consiglio è di fare rete con gli Enti del territorio.

Facciamo un esempio pratico?

Se nelle vicinanze della vostra struttura c’è un museo che ospita una mostra, si potrebbe stabilire una sorta di convenzione. Tu albergatore promuovi l’evento sui tuoi canali social, dandogli così maggior visibilità, e i tuoi ospiti otterrebbero uno sconto sul prezzo del biglietto di entrata.

Ponti e festività

In questo caso potete davvero sbizzarrirvi, a patto di considerare i giorni in cui cadono le feste e gli eventuali servizi aggiuntivi di cui disponete.

Vediamo qualche caso pratico.

Offerta in hotel per San Valentino

  • 1 notte 100,00 euro
  • 2 notti 180,00 euro con rosa in omaggio e colazione in camera

Promozione in albergo per Pasqua

  • 2 notti 300,00 euro
  • 3 notti 400,00 anziché 450

Offerta in hotel per Natale

  • 1 notte 180,00 euro
  • 2 notti 340 euro anziché 360, con itinerario cartaceo in omaggio per scoprire la città nella magia del Natale

Creare una promozione in hotel

Grazie a questi esempi, riuscirete ad aumentare, senza spendere nulla o quasi, le presenze nel vostro albergo.

Chiaramente sono esempi generici, perché poi il tutto deve essere adattato al tipo di struttura ricettiva e al vostro mercato di riferimento.

Se avete bisogno di un tocco di personalizzazione, creando un piano ad hoc per voi, vi consiglio di dare un’occhiata alla mia pagina Lavora con me e di scrivermi senza impegno per raccontarmi le vostre necessità.

Vi aspetto.

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Hotel Management

Aumentare gratis le presenze in hotel: occhio al calendario!

aumentare gratis le presenze in hotel

Aumentare le presenze in hotel, o in qualsivoglia tipo di struttura ricettiva, è uno dei principali obiettivi per il buon andamento di un’impresa che si occupa di accoglienza turistica.

Questo punto si può concretizzare in diversi modi, ognuno dei quali presenta costi e variabili differenti.

Nell’articolo di oggi vi parlo di un trucco a costo zero, spesso bistrattato per la sua semplicità, eppure incredibilmente efficace.

Bando alle chiacchiere e iniziamo.

Aumentare gratis le presenze in hotel

Uno dei modi più immediati per accrescere il riempimento delle camere nell’arco di una stagione, consiste nel guardare il calendario.

Mi spiego meglio.

Aprite il calendario e suddividetelo in periodi, prendendo nota dei mesi in cui, potenzialmente, potrebbero esserci più arrivi. Fatto questo, si entra subito nella seconda fase, che consiste nel cercare tutti gli eventi in programma nella vostra zona.

Tutto qui, senza nessun inganno. Un metodo che, come vedete, è davvero alla portata di tutti.

Quali sono gli eventi da tenere d’occhio?

Io ne ho selezionati 7 e ve ne parlo nei prossimi paragrafi.

Concorsi pubblici

Di solito si tengono a Settembre nelle grandi città, come Roma o Milano.

Sono concorsi per entrare nelle forze dell’ordine, nell’insegnamento o nella Pubblica Amministrazione in generale, per esempio per lavorare negli Uffici Comunali.

A questa sezione vanno aggiunti gli esami di ammissione alle Facoltà universitarie a numero chiuso come Medicina. In genere si tengono qualche mese prima dell’inizio dell’Anno Accademico vero e proprio, dunque in Primavera-Estate.

Quindi, se avete un albergo nei pressi di un’università, anche questa potrebbe essere un’occasione da non perdere per avere presenze in più.

Concerti

I concerti attirano tantissimo seguito soprattutto nel caso di artisti molto famosi.

Sono sempre programmati con largo anticipo, spesso anche un anno prima, momento in cui si aprono le pre-vendite dei biglietti.

Anche in questo caso, gli artisti famosi prediligono i grandi centri, quindi se avete una struttura ricettiva in centro città siete sicuramente avvantaggiati.

Aumentare gratis le presenze in hotel con gli eventi sportivi

Un discorso analogo può essere fatto con gli eventi sportivi.

Se parliamo di calcio, chiaramente le strutture nelle città come Roma, Napoli, Torino e Milano hanno un punto di forza perché possono attirare arrivi che si protraggono per tutta la stagione calcistica e parliamo di numeri davvero importanti.

Se però avete una struttura in montagna, potete declinare questo caso ad eventi sicuramente di minor rilevanza, ma non per questo meno appetibili.

Ad esempio, lo scii è certamente meno seguito rispetto al calcio, eppure ci sono appassionati che non perdono nemmeno una competizione. Insomma, non scartate a priori una nicchia solo perché vi sembra più ristretta.

Sagre

Questo potrebbe diventare il punto di forza degli hotel di provincia.

Chi lavora fuori dalle grandi città, tende spesso a non capire appieno l’importanza delle iniziative locali.

Se è vero che non si riesce a incrementare il numero di presenze perché gli eventi si tengono tutti nei grandi centri, è altrettanto vero che gestire un numero di arrivi più ristretto aumenta la possibilità di lavorare sulla fidelizzazione degli ospiti.

Perchè?

Un conto è gestire 100 arrivi al giorno, altra cosa è accogliere 10 o 20 persone. Proprio grazie a un numero più piccolo, sarà possibile offrire un servizio personalizzato e, soprattutto, si avrà il tempo di fare due chiacchiere per farsi conoscere.

Non dimentichiamo mai il potere del fattore umano. Agli ospiti piace essere accolti come se fossero a casa e non certo essere considerati dei numeri. Far capire loro che dietro al bancone c’è una persona reale, con il suo bagaglio di esperienze e la storia della sua azienda, è uno dei punti chiave per fidelizzarli.

Presentazioni letterarie

In questo caso parliamo di un numero di persone più ristretto e molto di nicchia.

Tuttavia, oggi specializzarsi è uno dei punti chiave per distinguersi dalla concorrenza. Dunque, lavorare con gli appassionati di libri potrebbe diventare il vostro punto di forza.

Chiaramente, questo funziona se avete la fortuna di essere in una città medio-grande, dove ci sono almeno un po’ di librerie, altrimenti non è possibile sfruttare questo aggancio se gli arrivi legati a tale tipo di eventi sono troppo pochi.

Mostre e musei

Se state pensando che aumentare le presenze in albergo con le attività legate ai musei e alle mostre d’arte sia riservato solo alle strutture nelle grandi città, beh, non è per forza così. Questo discorso potrebbe funzionare anche per le località più piccole, purché ci sia almeno un museo particolare.

Ora, è chiaro che gli hotel a Roma sono avvantaggiati, e non vi prendo in giro perché il numero degli arrivi non può essere minimamente paragonato rispetto a un piccolo centro.

Ma pensiamo a Greccio, il borgo famoso per i presepi, dove c’è un museo interamente dedicato a questo tema. Ogni anno sono tantissimi i visitatori che visitano Greccio per i presepi. Ecco allora che un hotel da queste parti potrebbe tranquillamente sfruttare la presenza del museo, mettendo in atto una serie di azioni per aumentare -e prolungare- il riempimento delle stanze.

Ponti e festività

Si tratta forse del punto più semplice da attuare perché coinvolgono l’Italia da Nord a Sud senza eccezione.

Partendo da Gennaio, i periodi secondo me più interessanti sono:

  • San Valentino
  • Carnevale
  • Pasqua
  • ponti primaverili
  • Halloween
  • 8 Dicembre
  • Natale e Capodanno

Sarà sufficiente declinare il tutto al tipo di struttura e alla stagionalità per garantirvi un numero di presenze costante tutto l’anno.

Tre passi per aumentare le presenze in hotel a costo zero

Perché questo metodo funzioni, è necessario muoversi in anticipo, almeno un anno prima.

Questo vi permette di:

  • avere sotto controllo gli eventi
  • prendere eventuali accordi con gli organizzatori -presto vi spiegherò perché-

Ricapitolando, per aumentare senza spendere nulla il riempimento delle stanze nel vostro albergo:

  • dividete i 12 mesi dell’anno in micro-stagionalità;
  • calendarizzate gli eventi interessanti -cioè quelli che possono portare arrivi-;
  • studiate offerte e promozioni ad hoc da pubblicizzare nei vari canali di comunicazione.

Vi parlerò di questo nel prossimo articolo, dove vedremo come creare offerte personalizzate in base al tipo di evento.

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Italia Viaggi

Il Santuario della Santissima Trinità a Vallepietra

Articolo aggiornato il 24 Agosto 2022

santuario santissima trinità vallepietra

Oggi voglio parlarvi di un luogo molto speciale, il Santuario della Santissima Trinità a Vallepietra. Talmente speciale che sembra uscito da una fiaba, abbarbicato tra precipizi e speroni rocciosi.

Il Santuario è molto conosciuto in tutto il centro Italia, tuttavia non è molto facile da raggiungere. Per questo, alla fine dell’articolo troverete tutte le informazioni pratiche per organizzare la visita al Santuario.

Il Santuario e la Santissima Trinità: le origini tra storia, fede e leggenda

Il fascino del Santuario affonda le radici nella sua origine misteriosa, a metà fra il mito e la fede. Non è semplice tracciare un confine netto tra i due campi.

Per la gente del luogo, infatti, i due aspetti si fondono dando origine a un’interpretazione difficilmente spiegabile con la razionalità. Io stessa ho ascoltato diverse versioni mescolate tra loro fin da quando ero bambina.

Le leggende

  • Partiamo con la leggenda più conosciuta a livello popolare. Si racconta che un contadino stesse arando i suoi campi. Improvvisamente, i buoi sarebbero precipitati con tutto l’aratro lungo uno sperone roccioso alto circa 300 metri. Il contadino, affacciandosi per guardare sotto il burrone, avrebbe trovato i buoi miracolosamente vivi, inginocchiati davanti al dipinto della Santissima Trinità.
  • Secondo un’altra leggenda, si narra che due uomini provenienti da Ravenna, si sarebbero rifugiati sul Monte Autore -dove attualmente sorge il Santuario- per sfuggire alle persecuzioni di Nerone. Avrebbero poi ricevuto la visita degli apostoli Pietro e Giovanni e ricevuto cibo e acqua da un angelo. Sarebbe infine apparsa la Santissima Trinità, che avrebbe benedetto il Monte Autore, dando al luogo un ‘importanza pari a quella di Gerusalemme e del Monte Sion.

L’interpretazione storica

Al di là dei racconti popolari, comunque, esisterebbe davvero un collegamento tra il Santuario della Santissima Trinità, l’Oriente e la Terra Santa. Secondo alcuni studiosi, infatti, il Santuario sarebbe stato fondato da monaci orientali. A testimonianza di questa ipotesi ci sarebbe lo stile del dipinto della Santissima Trinità, identificato come bizantino, e i nomi antichi dei luoghi circostanti. Pare infatti che, fino al secolo scorso, i monti attorno al Santuario si chiamassero Sion e Cappadocia, come l’ antica regione bizantina che oggi appartiene alla Turchia.

Indipendentemente dall’origine, il Santuario della Santissima Trinità attira ogni anno moltissimi visitatori.

Il Santuario della Santissima Trinità e le cappelle

Per raggiungere il Santuario si cammina a piedi per circa un quarto d’ora a partire dal parcheggio su strada. La cosa impressionante durante la camminata è il paesaggio circostante. Il precipizio da un lato, un enorme sperone roccioso dall’altro. Tanto alto da far girare la testa.

santuario santissima trinità vallepietra

All’arrivo, quasi sorprende la piccola struttura scavata letteralmente nella roccia. Modesta e spoglia, al suo interno contiene soltanto il dipinto raffigurante la Santissima Trinità.

santuario santissima trinità vallepietra

Oltre al Santuario, nella stessa area, scavate nella roccia ci sono tre cappelle. La prima è la Cappella del Crocifisso. Le altre due sono dedicate a San Giuseppe e a Sant’Anna -la madre della Vergine Maria-:

Santuario della Santissima Trinità a Vallepietra

La cappella è davvero minuscola, eppure è molto bella nei suoi colori vivaci e negli archetti che sovrastano l’altare. Effettivamente, anche in questo caso, c’è qualcosa che richiama l’Oriente, quindi, forse, la teoria dell’origine bizantina è davvero la più probabile.

santuario della santissima trinità a Vallepietra

Perché visitare il Santuario?

Se vi state chiedendo perché dovreste visitare il Santuario, non esiste una sola risposta. Molti scelgono di recarsi in questo luogo per motivi religiosi, ma non c’è solo questo.

Il Santuario si trova incastonato in un bellissimo angolo del centro Italia, quasi lungo la linea di confine tra Lazio e Abruzzo, circondato da boschi suggestivi.

Lo sperone roccioso ha il potere di far sentire incredibilmente piccolo e indifeso chiunque lo guardi. E subito si pensa ai tempi antichi, a come sia stato possibile, senza nessuna tecnologia, vivere e costruire il Santuario in un luogo tanto remoto.

L’amore per questo Santuario è insito nella gente del posto, tanto che ogni anno sono molti i pellegrinaggi organizzati e, lungo la strada per raggiungerlo, ci sono moltissime croci piazzate dalle diverse delegazioni.

santuario santissima trinità vallepietra

Anche Giovanni Paolo II amava il Santuario. Si dice che fosse molto devoto alla Santissima Trinità e, da queste parti, la sua visita è ricordata con gioia anche a distanza di molti anni.

L’unica nota negativa, purtroppo, è il commercio degli oggetti più svariati che viene permesso nel piazzale antistante il Santuario. Credenti o meno, sono profondamente convinta che un luogo sacro vada rispettato, ecco il motivo per cui non ho comprato mai nulla in quelle bancarelle. Fosse per me, le farei sistemare accanto al parcheggio, dove, tra l’altro, ci sono diversi punti ristoro dove è possibile acquistare anche specialità del territorio.

Informazioni utili per visitare il Santuario della Santissima Trinità

Come arrivare

Una volta usciti dall’autostrada -si esce a Carsoli dalla Roma- l’Aquila, ad Anagni-Fiuggi dalla Milano-Napoli- la località di riferimento è Vallepietra.

Da quel momento si percorre una strada di montagna piuttosto isolata e occorre seguire le indicazioni stradali per raggiungere il Santuario.

Orari di apertura

Il Santuario della Santissima Trinità è aperto dalle 7,00 del mattino fino alle 18,00 -chiude alle 19,00 nei giorni festivi- e resta chiuso durante il periodo invernale.

L’ultimo giorno di apertura è il 1 Novembre. Se potete, visitate il Santuario durante la settimana in quanto la domenica è spesso molto affollato.

Altre informazioni pratiche

Il Santuario è situato in montagna, quindi vi consiglio di portare con voi una giacca per le prime ore del mattino, anche in estate, in quanto le giornate possono essere particolarmente ventose. Scegliete scarpe basse e un abbigliamento comodo.

Il costo del parcheggio nei pressi del santuario è di 3,00 euro al giorno.

Voi conoscete questo Santuario? Ci siete mai stati? Se vi va, raccontatemi la vostra esperienza.

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Hotel a Settembre: tips per organizzare al meglio il lavoro

hotel a settembre

In questo articolo parliamo di come organizzare il lavoro negli hotel durante il mese di Settembre.

Perché Settembre?

La fine dell’estate è il Capodanno lavorativo per qualsivoglia settore e le strutture ricettive non fanno eccezione.

Certo, molto dipende dalla stagionalità e dal tipo stesso di struttura, però Settembre è il mese ideale per fare il punto della situazione.

Come?

Analizzando tutta una serie di punti e stabilendo nuove strategie di marketing e di gestione, in modo da prepararsi per tempo ai periodi clou dei ponti pre-natalizi e del Capodanno.

Per essere il più chiara possibile, ho suddiviso tutto in tre aree tematiche, ognuna delle quali va a toccare diversi aspetti della gestione.

Eccole:

  • manutenzione
  • formazione del personale
  • organizzazione pratica del lavoro di accoglienza

Partiamo dal primo tema.

Hotel a Settembre, le tips per organizzare il lavoro: la manutenzione

hotel a settembre

Di solito si pensa alla manutenzione come alla blanda sostituzione di prese e lampadine. Per come la vedo io, Settembre è il mese perfetto per pensare più in grande. Anche perché, molte imprese che forniscono servizi legati a questa branca, dopo la riapertura di Agosto sono spesso alla ricerca di nuovi clienti. Il che significa avere a disposizione più preventivi, con la possibilità di accaparrarsi il migliore in termini di qualità prezzo.

Quali aspetti dovrebbe toccare la manutenzione?

Fermo restando che la perfezione di un servizio si compone di tanti fattori e che l’eccellenza non è mai troppa, secondo me si dovrebbero considerare almeno questi punti:

  • riscaldamenti
  • linea Internet
  • pulizia generale

Vediamoli insieme.

Riscaldamenti

Parliamoci chiaro. Non importa se avete un piccolo hotel in centro città o gestite una grande struttura in montagna. A nessun ospite piace battere i denti dal freddo. Quindi una bella controllata all’impianto di riscaldamento è d’obbligo. Settembre è il mese ideale perché non è ancora arrivato il freddo e questo vi permette di muovervi con calma, prima dell’arrivo dell’inverno, nel caso ci fossero problemi o mal funzionamenti.

Lo so, probabilmente sembra scontato, ma l’organizzazione è tutto. Ritrovarsi con un impianto difettoso quando le temperature sono già in calo, rischia di diventare un grande, grandissimo problema, che si traduce in una perdita di soldi e un disservizio per gli ospiti.

Linea Wifi

Oggi viviamo tutti iper-connessi. Per ragioni ludiche, certo, ma anche di lavoro.

Questo significa che fornire un collegamento alla Rete rapido ed efficiente è uno dei punti alla base di un buon servizio di accoglienza. Se avete una struttura ricettiva che accoglie chi viaggia per affari, il funzionamento del Wifi diventa imprescindibile.

Un bel controllo alla linea non fa mai male, verificate sempre che funzioni in reception e in tutte le stanze. A questo proposito, sarebbe utile stampare una brochure con le istruzioni per accedere al Wifi con tanto di password da mettere in ogni stanza.

Se anche questo vi sembra scontato, la verità è che una mentalità tutta italiana tende a non pensare ai problemi finché questi non si presentano.

Ricordo fin troppo bene il disastro in uno degli hotel in cui ho lavorato. In questa struttura ogni anno ci sono moltissimi arrivi in occasione dei concorsi pubblici. Una volta, il Wifi andò fuori uso proprio nel periodo di maggior riempimento. Purtroppo, il mio capo aveva pensato bene di evitare un controllo alla linea, nonostante da dieci giorni si registrassero frequenti interruzioni, apparentemente senza motivo. Certo, la sfortuna ci mise del suo, perché il tecnico di fiducia era ancora in vacanza, fatto sta che piovvero lamentele e recensioni negative. E quelle purtroppo rimangono, danneggiando irrimediabilmente l’immagine dell’hotel.

Pulizia generale

Lo so, la pulizia non rientra propriamente nella manutenzione, ma la inserisco lo stesso perché, accanto a un controllo dei malfunzionamenti, un bello sgrosso è indispensabile.

In base alla tipologia e alla dimensione della struttura, si potrebbe pulire una camera a fondo ogni giorno, concentrandosi sui dettagli che sfuggono alla pulizia delle stanze in partenza.

Mi riferisco agli angoli dei battiscopa, alle righe delle mattonelle, ai muri dietro agli armadi e al lavaggio delle tende.

La pulizia non è mai troppa e, a dirla tutta, la routine dello sgrosso andrebbe mantenuta tutto l’anno. Pulendo a fondo le stanze a rotazione, si avrebbe:

  • una pulizia reale e non solo apparente
  • un lavoro più veloce le volte successive
  • maggior controllo delle manutenzioni da effettuare in ogni stanza

Hotel a Settembre: organizzare al meglio il lavoro

Passiamo al punto successivo per l’organizzazione della gestione alberghiera dopo l’estate.

Parliamo di risorse umane, dove le parole chiave sono organizzazione e formazione.

Formazione del personale

hotel a settembre

Settembre è il mese giusto per proporre allo staff nuove tecniche di gestione e corsi di aggiornamento, almeno per due motivi.

  • Chi lavora in hotel, tendenzialmente non va in vacanza quando lo fanno gli altri. Però, concedere qualche giorno di relax per godersi la famiglia, anziché concentrare le ferie tutte a Gennaio, permette al personale di ricaricarsi ed essere più propenso ad apprendere cose nuove. Quindi, sì, avere un piano ferie estivo è fondamentale.
  • Settembre è il periodo in cui partono molti corsi di formazione, quindi si può scegliere fra tanti temi, spesso a prezzi molto vantaggiosi.

A questo proposito, vi lascio il link al mio articolo dove parlo appunto di formazione: Come e perché formare il personale in hotel

Organizzazione

Organizzare lo staff al meglio significa lavorare sull’efficacia dei reparti e dunque del servizio in generale. La ripartizione delle mansioni e il controllo dei singoli reparti passa inevitabilmente dall’organigramma.

Se non avete idea di come redigerlo, ne parlo qui, dove troverete qualche spunto interessante: Come organizzare un organigramma alberghiero

Se invece avete già un organigramma, ma vi sembra un inutile documento la cui funzione è prendere polvere in un cassetto, o che giace dimenticato in un file del computer, vi rimando alla pagina Lavora con me , dove troverete un assaggio di cosa posso fare per voi.

Organizzazione pratica del lavoro

hotel a settembre

Passiamo all’ultimo punto e vediamo come agire sulla gestione dell’hotel a Settembre.

Qui si apre un mondo, perché davvero si può intervenire su più fronti. Io però consiglio sempre di fare meno ma farlo bene. In questa ottica, la principale cosa da fare, è lo studio dell’andamento dell’anno precedente.

Chiedetevi:

  • qual è stato il periodo di maggior affluenza
  • come avete riempito le camere nei periodi morti

Riguardo al primo punto, diventa fondamentale capire cosa ha funzionato e cosa no, in modo da evitare il ripetersi del disservizio.

Passiamo ora al periodo di vuoto che in genere, sulla base del tipo di struttura ricettiva e la sua localizzazione, coincide con la bassa stagione.

A questo punto, create nuove offerte per invogliare gli ospiti a soggiornare da voi, valutando anche contratti di riempimento con agenzie e TO, in modo da avere più presenze possibili.

Hotel a Settembre: considerazioni e opinioni

Rendere tutto questo una routine all’interno del processo gestionale, a lungo andare comporta un’organizzazione maggiore del servizio. Il che si traduce in:

  • elevata capacità di individuare i punti critici
  • elasticità nell’affrontare gli imprevisti

Ora lascio la parola a voi albergatori. Come organizzate annualmente il lavoro nel vostro hotel? Siete d’accordo con quanto ho detto? Avete altro da aggiungere?

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Italia Viaggi

Cosa fare a Trevi nel Lazio, tra boschi e cascate

Articolo aggiornato il 10 Agosto 2022

Cosa fare a Trevi nel Lazio

Cosa fare a Trevi nel Lazio, nella Valle dell’Aniene

Oggi voglio parlarvi di un luogo non lontano da casa mia. Uno di quei luoghi da cartolina, ancora sconosciuto al turismo di massa e che, proprio per questo, difficilmente troverete nelle classiche guide turistiche. Sto parlando di Trevi nel Lazio.

In realtà tutta la zona circostante è un mondo incantato da scoprire e assaporare piano piano. Ho pensato, quindi, di cominciare con questo articolo al quale, nel tempo, ne seguiranno altri. Il mio desiderio? Condurvi per mano alla scoperta del Lazio più nascosto, alla ricerca di luoghi dove la vita è ancora tranquilla, luoghi dove si può vivere e viaggiare lentamente.

Cosa fare a Trevi nel Lazio, un borgo quasi sconosciuto

Questo borgo di poco più di 2000 anime, si trova in provincia di Frosinone, incastonato tra i Monti Ernici e i Monti Simbruini.

Come la maggior parte dei piccoli comuni del Lazio, Trevi ha origini antichissime, tanto che ne esistono testimonianze dettagliate sin dai tempi dei romani.

A Trevi nel Lazio la vita scorre lenta e per questo è la meta ideale per chi è in cerca di una vacanza tranquilla e rilassante, a contatto con la natura e le tradizioni laziali. Tutti i paesini della zona sono accomunati da queste caratteristiche, l’ideale sarebbe quindi concedersi un po’ di tempo per scoprire questo angolo del Lazio senza fretta.

Al di là del centro abitato di Trevi nel Lazio, l’attrazione più caratteristica è proprio quella della natura.

Il Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini

Trevi nel Lazio è inglobato nel Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini. Tutta l’area protetta è di origine carsica e la sua caratteristica principale è rappresentata dai boschi fittissimi, costituiti soprattutto da faggi, castagni e noccioli. Gli animali sono parte viva e integrante del parco. Molti di essi appartengono a specie protette. Soprattutto il lupo, che solo in anni molto recenti ha fatto la sua ricomparsa. Oltre al lupo, gli abitanti tipici di questi boschi sono l’orso, la volpe, il capriolo e l’aquila.

Trevi nel Lazio e la natura

Se vi state chiedendo quale sia il paesaggio tipico di queste parti, date un’occhiata qui:

cosa fare a Trevi nel Lazio

Già, perché uno degli elementi che caratterizzano maggiormente il territorio di Trevi nel Lazio è proprio l’acqua. Ci sono ben due fiumi che scorrono limpidi e puliti, dalle acque cristalline come solo chi abita in alta montagna può conoscere. I due fiumi sono l’Aniene e il Simbrivio.

La presenza di questi fiumi si è rivelata fondamentale per lo sviluppo dei territori circostanti e della città di Roma. A questo proposito esiste la leggenda secondo cui l’acqua della Fontana di Trevi proverrebbe esattamente da questi fiumi. Per gli abitanti di Trevi, la prova della veridicità della leggenda starebbe nel nome stesso della fontana; Fontana di Trevi, appunto.

Questi luoghi sono amati e frequentati dagli appassionati degli sport all’aperto, ma non solo. Non ci sono soltanto bikers ed escursionisti, ma anche turisti della domenica che amano rilassarsi all’ombra degli alberi.

Quando ero bambina, assieme a tutta la famiglia, appartenevo a questa categoria. Ricordo ancora che mio nonno legava il cocomero a una pietra, utilizzando una fune, per raffreddarlo in acqua. In effetti, l’acqua è davvero fredda, eppure a me è sempre piaciuto entrarci a piedi nudi e divertirmi a raccogliere pietre colorate.

Le cascate di Trevi nel Lazio

cosa fare a Trevi nel Lazio

Ed eccola, la vera meraviglia del luogo: le cascate. Questa è un’attrazione che vale davvero la pena di visitare, nonostante il percorso non troppo comodo per raggiungerla.

Fino a non molto tempo fa, infatti, bastava attraversare un ponte. Dopo il crollo accidentale, l’unico modo per arrivare alle cascate, è il percorso privato del ristorante “Le Cascate”, con accesso visibile dalla strada.

Si tratta di un percorso di fortuna, accidentato e improvvisato con tavole di legno. Secondo me, data la bellezza e l’importanza di questi luoghi, dovrebbe essere tenuto molto meglio. Comunque, basta avere ai piedi un paio di scarpe comode, il sentiero non è difficile da percorrere.

cosa fare a Trevi nel Lazio

Le cascate di Trevi si trovano nella zona di Comunacque, chiamata così in quanto sorgono nel punto di confluenza tra l’Aniene e il Simbrivio. Questo angolo di bosco è davvero suggestivo.

La sensazione infatti è quella di essere in una qualche località sperduta. Il rumore assordante dell’acqua, il fiume cristallino e il muschio sulle rocce lo rendono un luogo magico, come una sorta di mondo delle fate.

Perché non pensare, allora, a un weekend alternativo, diverso dalle classiche e famose città d’arte? Credetemi, dopo un fine settimana trascorso da queste parti, tornerete a casa davvero rigenerati.

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Medio Oriente e dintorni

Razan Zaitouneh, in prima linea contro Bashar Al-Assad

raizan zaitouneh

Tra tutte le storie degli attivisti siriani, quella di Razan Zaitouneh è tra le più importanti per tratteggiare la reale situazione che in Siria si protrae da oltre un decennio, anche perché questa donna era tra le figure di spicco della società civile siriana e ricopriva un ruolo pubblico. Non certo una sconosciuta, insomma, da far sparire sperando che finisse nel dimenticatoio.

Chi era Razan Zaitouneh

La Zaitouneh, prima della sua sparizione, è stata in prima linea contro il regime di Bashar Al-Assad, contro il quale ha messo in campo tutta la sua preparazione in ambito giuridico, facendo delle denunce e dell’associazionismo le sue armi principali.

L’attivismo per i diritti umani in Siria

Razan Zaitouneh, infatti, prima di essere un’attivista era un avvocato e ha ricevuto riconoscimenti internazionali per il lavoro che stava svolgendo in Siria. Tra tutti, spicca il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, assegnatole il 27 Ottobre 2011.

Nel 2001 fonda la Hras, Associazione per i Diritti Umani in Siria e, nel 2005, lo Shril -la Rete Siriana di informazioni per i diritti umani-.

Il rapimento a Damasco

Dopo essersi nascosta, in quanto accusata dal regime siriano di essere una spia a servizio dei governi stranieri, Razan Zaitouneh viene rapita il 9 Dicembre 2013 a Damasco. Da quel momento si perdono le sue tracce. Nessuno ha rivendicato il gesto e ancora oggi non ci sono notizie certe su di lei.

Il pensiero di Razan Zaitouneh sulle reazioni internazionali al regime di Bashar Al-Assad

Quelli che seguono sono gli stralci di un’intervista rilasciata da Razan durante il periodo in cui viveva nascosta. Trovate la parte integrale su rfel.org “RadiofreeEuropeRadioLiberty”.

[…] Davvero è ridicolo che siano passati sette mesi e il Consiglio delle Nazioni Unite non approvi una risoluzione di condanna contro il regime siriano. Penso che ci sia ancora molto da fare da parte della comunità internazionale. […] Il popolo siriano ha bisogno di essere protetto. Allo stesso tempo, diciamo che non vogliamo che questa rivoluzione diventi armata, vogliamo rimanere pacifici. […] Dovrebbe esserci una tabella di marcia in cooperazione tra la comunità internazionale e l’opposizione siriana […] per proteggere il popolo siriano e aiutare a porre fine a questo regime […]

Le parole della famiglia

Quella che segue, invece, è la dichiarazione rilasciata dalla famiglia nell’Aprile 2014, pubblicata su europarl.europa.eu:

Noi, i familiari di Razan Zaitouneh, attivista per i diritti umani, avvocato, scrittrice, e, soprattutto essere umano, rilasciamo la presente dichiarazione a oltre tre mesi dal rapimento premeditato che nessuno ha rivendicato e per il quale non sono emerse dichiarazioni ne richieste, in un chiaro tentativo di guadagnare tempo e soffocare la libertà di parola di nostra figlia e dei suoi colleghi, al fine di costringerli a smettere di scrivere e impedire di esercitare il diritto alla libertà di espressione.

La voce di Razan Zaitouneh

Concludo l’articolo con un video di denuncia, dove Razan Zaitouneh racconta la situazione siriana sotto il regime di Bashar Al-Assad.

https://youtube.com/watch?v=pmRGpQwmAUE
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Hotel Management

Targetizzare il servizio in hotel

targetizzare il servizio in hotel

Targetizzare il servizio in hotel è una delle maggiori chiavi per differenziarsi nel mondo dell’ospitalità alberghiera.

Ma cosa significa, esattamente, targetizzare il servizio?

Questo verbo, preso in prestito dall’inglese target, è sinonimo di personalizzazione, una caratteristica che oggi, purtroppo, spesso tende a mancare nelle piccole e medie strutture ricettive.

Perché è difficile la personalizzazione ad hoc

Questo avviene per una serie di concause che possiamo sintetizzare in questo modo:

  • servizi omologati
  • gestione in outsourcing
  • ribasso dei prezzi

Cerchiamo di capire meglio e partiamo dal primo punto.

Omologazione del servizio

Mai come oggi si è perso il concetto della personalità.

Fino a qualche tempo fa, dormire in un ostello era un’esperienza ben diversa, ad esempio, del soggiornare in un hotel a 3 stelle.

Questo perché l’hotel – e un tre stelle è già sinonimo di un servizio di un certo tipo- puntava su alcuni quid tipici, in qualche modo ben riconoscibili, come la reception aperta tutta la notte o il servizio wifi per i propri clienti.

Oggi queste differenze sembrano essere sparite perché, in media, chi dorme in un ostello si aspetta dei servizi che in teoria non sarebbero tipici di questo tipo di struttura. Quindi possiamo dire senza ombra di dubbio che le aspettative, almeno da parte dei clienti, si sono decisamente alzate.

Servizi in outsourcing

Tali aspettative, però, non sempre vengono soddisfatte, soprattutto in luoghi dove c’è tanta concorrenza -prendiamo come esempio il centro di Roma-. Perché se da una parte le richieste diventano più specifiche, dall’altra assistiamo alla consuetudine -che a me non piace per niente- di delegare alcuni servizi principali a società esterne, con le quali gli albergatori stringono accordi commerciali di media e lunga durata.

Pensiamo per esempio alla colazione.

Ormai, soprattutto in determinate zone d’Italia, si contano sulle dita le strutture ricettive dotate di bar interno. Quasi tutte si limitano a fornire un voucher valido per cappuccino e cornetto al bar più vicino, perdendo in qualità e incontrando non pochi problemi.

Il motivo di questa situazione è facilmente rintracciabile nel punto successivo.

Prezzi sempre più bassi

Alla base di tutto questo c’è la corsa al ribasso dei prezzi.

Perché non solo c’è sempre più concorrenza -spesso sleale- ma questa concorrenza è sempre più facilmente controllabile.

Prima ogni struttura ricettiva aveva il suo listino prezzi che sostanzialmente cambiava in base alla stagionalità e a discrezione degli albergatori.

Da quando le OTA sono entrate nel mercato, ogni variazione di prezzo dei competitors è facilmente controllabile in tempo reale e tutti sembrano fare a gara a chi offre il prezzo più basso, ritoccando le tariffe anche più volte al giorno.

Tutto questo ha comportato che il servizio è pressocché uguale in ogni struttura: si riceve la prenotazione, la si inserisce nel sistema e si accolgono le persone con quattro parole, limitandosi a consegnare loro la chiave della stanza, la password wifi se tutto va bene e i voucher di cui parlavo prima.

Il risultato è un servizio corretto, ma privo di quel non so che per rendere l’esperienza di chi arriva memorabile.

Come personalizzare un servizio in una struttura ricettiva e renderlo unico

Con questo non intendo certo dire che si deve mettere il tappeto rosso agli ospiti, bensì fornirgli un servizio riconoscibile, qualcosa capace di imprimersi nella loro mente e fargli dire “Certo che torneremo qui”.

Contrariamente a quello che si pensa, personalizzare un servizio di accoglienza non è immediato, perché prima impone di ripensarsi, il che significa analizzare la propria immagine, imparando a valorizzare i punti di forza.

Io dico sempre che tutto parte almeno da due elementi:

  • la zona
  • il target dei clienti

Analisi del territorio

Concentrarsi su questo è il primo passo per targetizzare il servizio, perché é chiaro che una struttura ricettiva in città dovrà fornire servizi molto diversi rispetto a un hotel in montagna.

Se parliamo di una grande città, ad esempio, si potrebbe optare per una convenzione con un parcheggio privato nei pressi della struttura. Oppure fornire una serie di escursioni organizzate per permettere agli ospiti di conoscere quei luoghi meno famosi, che spesso sono anche i più autentici ma restano fuori dai circuiti turistici.

Studio della clientela tipo

targetizzare il servizio in hotel

Riguardo al target degli ospiti, il tipo di accoglienza e il servizio durante il soggiorno dipendono tantissimo dall’età e dal Paese di provenienza.

Perché è chiaro che le aspettative di un trentenne sono molto diverse da quelle di un sessantenne. Se la maggior parte degli ospiti hanno una certa età e le camere sono disposte su più piani, secondo me è impensabile non fornire il servizio di facchinaggio. Allo stesso modo, la sera potrebbe essere carino organizzare qualche tipo di intrattenimento se ci sono gli spazi per farlo.

Considerazioni sulla targetizzazione del servizio negli hotel

Vi faccio un esempio. Qualche tempo fa ho lavorato per una struttura in montagna, un hotel dalle dimensioni medio-grandi. Il classico albergo stile anni 80, dove la maggior parte degli ospiti si recano ancora in villeggiatura per fuggire dal caos delle grandi città.

Non parlo di soggiorno, ma di villeggiatura, questo a sottolineare che la durata media del pernottamento varia da una durata media di dieci giorni fino alle due settimane.

Il punto debole di questo hotel era proprio l’intrattenimento, criticità accompagnata dall’età media elevata degli ospiti, perché nonostante il servizio di alta qualità, la sera non avevano nulla da fare, anche perché spesso le località di montagna – a meno che non siano rinomate come quelle del Trentino- non offrono tanto a questo riguardo.

L’idea è stata di animare le serate prima con dei semplici balli di gruppo, poi ci siamo spinti oltre, coinvolgendo le scuole di danza della zona.

Ogni sera era dedicata a un tipo di musica diversa, che un paio di volte alla settimana lasciava il posto ai tornei a carte perché, come dicevo prima, tutto doveva essere rapportato all’età media dei clienti.

Capire la provenienza degli ospiti

Riguardo alla provenienza, sembra qualcosa di scontato, ma in realtà non è così e lo dico per esperienza personale.

Accogliere un asiatico è molto diverso dal farlo con un occidentale, o, ancora, un indiano o una persona mediorientale.

Non si tratta di stereotipi, perché, semplicemente, ogni persona che arriva in una struttura ricettiva -poco importa che sia per vacanza o per lavoro- ha delle esigenze e delle aspettative diverse. Aspettative che spesso variano in base alle consuetudini del proprio Paese, ecco perché in questo caso parlo di background culturale.

Questo non significa conoscere per filo e per segno ogni aspetto di tutti i Paesi del mondo -anche se, ammettiamolo, quanto sarebbe bello!-. Piuttosto, spulciate tra i registri degli arrivi e scoprite da che parte provengono in prevalenza i vostri ospiti.

A questo punto, sarebbe una buona cosa approfondire qualche elemento del clima, della storia e delle attrazioni da visitare. Non solo per avere qualche elemento di conversazione a loro familiare, ma anche per evitare inconsapevolmente qualche gaffe che metterebbe in cattiva luce l’hotel.

Fidatevi, a volte sono i piccoli dettagli a salvare un soggiorno. Anche perché, spesso, quando ci si sente ben accolti sul lato umano, è più facile passare sopra ad alcune mancanze pratiche, come un servizio wifi lento o un asciugamano dimenticato.

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Medio Oriente e dintorni

Ghyat Matar, il ragazzo che donava fiori ai soldati di Assad

ghyat matar
Foto di “Siria, documentazione delle torture del regime in prigione”

Continua il nostro viaggio alla scoperta delle storie dei martiri della Rivoluzione Siriana.

Oggi vi parlo di Ghyat Matar, il ragazzo che offriva un fiore in segno di pace ai soldati di Bashar Al-Assad.

Benché la sua storia abbia avuto una rilevanza internazionale, probabilmente la stessa dell’omicidio di Hamza Al-Katheb, in Italia, a eccezione di chi si occupa della Siria, è ancora poco conosciuta.

In rete non ho trovato molte informazioni su di lui, eccetto qualche foto e i pochi, brevi accenni alla sua vita. Per questo, ho pensato di integrare nell’articolo tutte le fonti ufficiali che sono riuscita a trovare al riguardo.

Le trovate in fondo alla pagina.

Ghyat Matar, il pacifista siriano conosciuto come Little Gandhi

Ghyat Matar, all’epoca dei fatti appena ventiseienne, è un ragazzo in attesa di diventare padre. Quando scoppiano le proteste in tutto il Paese, decide di rispondere al regime a modo suo, usando la potente arma del pacifismo.

Lo fa offrendo ai soldati di Bashar Al-Assad fiori e bottiglie d’acqua, nella speranza di toccargli il cuore e risvegliare le loro coscienze. Perché lui non credeva possibile che un siriano potesse sparare su un altro fratello siriano.

Viene sequestrato il 6 Giugno 2011 a Daraya, nei pressi di Damasco. Il suo corpo è restituito alla famiglia 4 giorni dopo, con addosso i segni delle torture più atroci.

Le dichiarazioni internazionali sul suo assassinio

Diplomatic.gouvr.fr, Ministero francese dell’Europa e degli Affari Esteri, “Siria, Morte sotto tortura del membro dell’opposizione Ghyat Matar”, 12/09/2011:

[…] La Francia condanna l’orribile omicidio del giovane […] Ghyat Matar, arrestato il 6 Settembre dalle forze di sicurezza siriane […] Morì a causa delle torture inflittegli. I siriani, che chiedono rispetto per la loro dignità e libertà, sono sottoposti […] a una sanguinosa repressione che riflette il rifiuto del regime di intraprendere una transizione democratica. La Francia è più che mai al fianco del popolo siriano. […] La Francia continua a sollecitare le autorità siriane a porre fine alle violenze e a rilasciare tutti i prigionieri politici.[…] Le atrocità commesse ogni giorno dal regime di Damasco contro il suo stesso popolo sono inaccettabili. […] Nella 18° sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite […] l’Alto Commissario delle Nazioni Unite […] Navi Pillay, ha indicato il bilancio delle vittime a seguito della repressione arrivato ad almeno 2600 […]

Da notare che tale numero, sottostimato, si riferisce al 2011 e da allora sono passati oltre dieci anni.

Avrupa.info.tr, Bruxelles, 12 Settembre 2011, Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri:

L’Unione Europea condanna con la massima fermezza l’assassinio dell’attivista per i diritti umani Ghyat Matar arrestato dalle forze di sicurezza siriane. […] l’ennesimo segno della brutalità con cui il regime risponde alle aspirazioni del popolo siriano

Inevitabile chiedersi, a distanza di undici anni da queste dichiarazioni, dove sia finito tutto questo sdegno.

Quando e dove abbiamo smarrito la strada, lasciando i siriani al loro destino?

Il ricordo di Ghyat Matar

In rete ho trovato delle bellissime parole che verrebbero attribuite proprio a Ghyat Matar. Non sono riuscita a verificarlo con esattezza, ma amo credere che questa fosse davvero la sua speranza, certo che avrebbe, prima o poi, dato la vita per la sua Siria:

Ricordati di me, quando celebri la caduta del regime e…ricorda che ho dato la mia anima e il mio sangue per quel momento. Possa Dio guidarti sulla strada della lotta pacifica e concederti la vittoria.

Ghyat Matar

Nel 2017 esce, “Little Gandhi”, il film-documentario che racconta la sua storia.

Quello che vedete è il trailer ufficiale, in arabo ma sottotitolato in inglese.

In ricordo di Ghyat Matar, e di tutti quelli che, come lui, hanno perso la vita per difendere la libertà.

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Irlanda Viaggi

Weekend a Cork: cosa vedere nella capitale culturale irlandese

weekend a Cork

In questo articolo vi parlo di cosa visitare in un weekend a Cork, la vivace cittadina nel Sud dell’Irlanda, conosciuta come la capitale culturale del Paese.

Perché visitare Cork

Veniamo subito al dunque e scopriamo i motivi per cui vale davvero la pena visitare Cork, città che non ha nulla da invidiare alla più conosciuta Dublino, che tanto amo.

I motivi per un viaggio a Cork sono tanti, e io li riassumo così:

  • è una città magnifica dal punto di vista architettonico;
  • è un luogo cosmopolita, che attira ogni anno tantissimi giovani provenienti da tutta Europa, cosa che la rende vivace e sempre in movimento;
  • rappresenta bene il tipico stile di vita irlandese;
  • vanta un’eccezionale tradizione enogastronomica.

Inoltre, le sue dimensioni sono molto ridotte, il che rende Cork un luogo perfetto da visitare in un paio di giorni, soprattutto se abbinati in un viaggio che include anche Dublino.

A proposito della capitale, in questo articolo trovate molte informazioni pratiche per scoprire la città in un viaggio a misura di italiani. Se vi va, date un’occhiata: Vacanza a Dublino: consigli da expat nella capitale irlandese

Come molte altre città irlandesi, Cork ha una storia molto antica e spesso si intreccia al commercio e alle scorribande vichinghe.

Una storia costellata di incendi e distruzioni che nel tempo hanno plasmato l’anima della città e oggi si presenta come un affascinante mix tra gotico, georgiano e moderno, con il fiume Lee testimone silenzioso di tutti questi eventi.

Oggi Cork è una città universitaria che vive di commercio e turismo, rivalutata dopo essere stata scelta come capitale culturale irlandese nel 2005.

Weekend a Cork: cosa vedere in due giorni

Come dicevo all’inizio, la città non è molto grande, dunque un fine settimana è perfetto per scoprire le attrazioni principali.

Nei paragrafi successivi vi parlo di:

  • architettura gotica
  • un magnifico castello con giardini da favola
  • un mercato tra i più famosi d’Europa
  • una visita alla principale distilleria del posto

Iniziamo?

Chiese e cattedrali

Cork si caratterizza essenzialmente per due edifici religiosi, molto diversi tra loro e che, per questo, riassumono bene l’anima cosmopolita della città.

St. Anne Church

Questa Chiesa in stile neogotico si trova nel quartiere di Shadom ed è dedicata al culto cattolico.

La sua struttura imponente, caratterizzata dalle onnipresenti guglie appuntite, è sicuramente tra le più pregevoli in termini architettonici, ma gli abitanti della città la amano per due motivi.

  • Il primo è legato alla storia. Sulle facciate della Chiesa ci sono 4 orologi, e, soprattutto in passato, segnavano sempre orari diversi a causa del forte vento che spesso soffia in città, tanto che le persone del posto chiamano la Chiesa the four facede liar, la bugiarda dai quattro volti.
  • Il secondo è che tutti hanno la possibilità, ancora oggi, di suonare le campane della Chiesa accedendo alla torre del campanile attraverso una rapida scalinata. Questa attività è considerata molto divertente e consigliata a tutti i turisti perché una leggenda popolare racconta che suonare le campane porterebbe fortuna e felicità.

St. Finbarr’s Cathedral

La cattedrale è dedicata a San Finbarr, il patrono della città che trascorse gli ultimi giorni della sua vita trasmettendo agli ordini monastici tutta la sua conoscenza.

La cattedrale di St. Finbarr è dedicata al culto anglicano e il simbolo è un angelo dorato che tiene in mano una tromba. L’angelo, posizionato sul pinnacolo principale, è considerato il protettore di Cork. Secondo una tradizione popolare, si unirà agli angeli del Paradiso quando annunceranno la fine del mondo.

Weekend a Cork: il castello Blarney

weekend a Cork

Una tappa imperdibile in un fine settimana a Cork è sicuramente il Castello Blarney.

Viene considerato uno dei più importanti di tutta l’Irlanda e fu costruito circa 600 anni fa da Cormac MC Carthy, una delle figure più famose di tutto il Paese.

Oggi è possibile visitare molte stanze all’interno del castello, però va detto che in realtà gli elementi famosi, le vere attrazioni del luogo, sono due:

  • la Pietra dell’Eloquenza
  • i giardini

Ve ne parlo nei prossimi paragrafi.

La Pietra dell’Eloquenza

Si tratta di una pietra, nemmeno tanto grande per la verità, che in epoca pre-Covid veniva baciata da ogni turista che si avventurava nella visita al castello.

Esistono tante leggende sulla sua origine, tutte legate ai racconti biblici.

Ecco le più famose.

  • Secondo alcuni, sarebbe la pietra dietro la quale Davide si nascose da Saul, arrivata in Irlanda durante il periodo delle Crociate.
  • Secondo altri, si tratterebbe invece del cuscino di Giacobbe e sarebbe arrivata sull’isola grazie al Profeta Geremia.

Non si conosce la sua vera origine, fatto sta che i racconti biblici si mescolano alle tradizioni pagane. Un racconto locale, infatti, dice che l’antico signore del castello ne avrebbe scoperto il potere magico grazie alla rivelazione di una strega che aveva salvato.

Baciare la pietra significherebbe avere in dono l’arte dell’eloquenza, con la promessa di non restare mai più a corto di parole in qualsiasi situazione.

I giardini

Leggende a parte, il pezzo forte del castello di Blarney sono i giardini che si estendono per chilometri.

Ogni giardino ha una storia tutta sua, con delle caratteristiche talmente diverse tra loro da offrire delle vere e proprie esperienze tematiche.

Nel castello è possibile ammirare:

  • il Giardino dei Veleni
  • il Giardino delle Felci e dei Ghiacci
  • il Bosco Erbaceo
  • il Giardino delle Paludi
  • la Giungla
  • il Giardino dei Fiumi e dei Laghi
  • il Giardino delle 7 Sorelle
Informazioni pratiche per la visita al castello

Il biglietto per visitare il castello e i giardini ha un costo di:

  • 18,00 euro per gli adulti
  • 8,00 euro dagli 8 ai 16 anni
  • 14,00 euro per gli over 60
  • 40,00 euro il carnet famiglia -per famiglia si intendono 2 adulti e 2 bambini-

Una volta effettuata la prenotazione, c’è un mese di tempo per usufruirne, in quanto si tratta di biglietti aperti.

Per info e prenotazioni potete scrivere a questo indirizzo e-mail:

info@blarneycastle.ie

L’English Market, il vanto culinario di Cork

weekend a Cork

Probabilmente il nome non gli rende piena giustizia, perché siamo pur sempre in Irlanda, dunque non è dato sapere perché questa meraviglia enogastronomica sia conosciuta come il mercato inglese.

Appellativi a parte, credetemi se vi dico di non lasciarvi scappare una sosta qui durante un fine settimana a Cork.

Si tratta del mercato coperto più grande e famoso d’Irlanda, dove è possibile degustare tutte le specialità tipiche.

Da provare subito:

  • le salsicce
  • i formaggi
  • la cioccolata

Weekend a Cork: visita alla distilleria James Midleton

weekend a Cork

Eccoci arrivati all’ultima attività che vi consiglio durante una visita da queste parti: il tour alla distilleria Midleton, tra le più antiche e famose di Cork.

Questa distilleria ha alle spalle l’esperienza e la passione per il lavoro di tante generazioni, che hanno tramandato l’arte della produzione del whisky di padre in figlio.

Durante la visita, che va prenotata in anticipo, è possibile acquistare i prodotti più rinomati all’interno del negozio, che porta il nome della famiglia Midleton.

Ma non solo.

Si può scegliere tra una vasta gamma di visite guidate, ognuna caratterizzata da un diverso tipo di esperienza.

Ecco le più famose.

Premum Whiskey Tasting

” Arrive as an appreciator, depart as an expert”, così recita lo slogan associato a questo mini tour. Già, perché il suo fulcro è la chiacchierata con un Jameson Ambassador, ovvero una delle figure di spicco della distilleria che vi poterà alla scoperta della storia dell’azienda.

Costo: 30,00 euro a persona per circa 30 minuti.

Behind The Scene

In questo tour andrete alla scoperta degli edifici principali della distilleria, per concludere con una degustazione di whisky scelti dalla casa.

Costo: 60,00 euro a persona per circa 2 ore.

James Experience Tour Premium Whiskey Tasting

Questa visita guidata propone, infine, la proiezione di un cortometraggio dopo il giro all’interno della fabbrica. Si conclude con una degustazione a scelta fra 4 tipi di whisky diversi ed è il tour che vi consiglio perché secondo me è il migliore per rapporto qualità prezzo.

Costo: 48,00 euro a persona per circa un’ora.

All’interno del sito jamesonwhiskey.com troverete tutti i tour spiegati in dettaglio per scegliere quello che più fa al caso vostro.

Weekend a Cork: che ne pensate?

Si conclude così il fine settimana alla scoperta di Cork, tra storia, gastronomia ed esperienze al profumo di whisky, per fare amicizia con una città che, seppur piccola, offre davvero tanto ed è l’ideale per conoscere un pezzo d’Irlanda. Una città forse meno conosciuta, ma altrettanto affascinante.

Siete mai stati a Cork? Vi piacerebbe visitarla?

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Medio Oriente e dintorni

Hamza Al-Katheb: il simbolo della Rivoluzione Siriana

Hamza Al-Katheb
Foto di “Siria, documentazione delle torture in prigione”

Oggi vi racconto la storia di Hamza Al-Katheb, il bambino martire, considerato il simbolo della Rivoluzione Siriana.

Nella drammaticità degli eventi in Siria, ci sono storie che fanno più male di altre, come quella di Hamza Al-Katheb, di cui, per la sua giovane età, ho trovato davvero difficile parlare. Però lo considero un dovere, perché questa, di storia, apre un profondo squarcio sulla nostra inconsapevolezza, gettandoci in un incubo dal quale è impossibile svegliarsi. Racconta una realtà d’inferno, incomprensibile e inaccettabile per qualsiasi essere umano dotato di una coscienza.

La storia di Hamza Al-Katheb

Siamo nella Primavera del 2011, nei pressi di Dara’a, la città simbolo della Rivoluzione Siriana, in quanto da qua è partito tutto.

Hamza è un bambino alle soglie dell’adolescenza e, accompagnato dalla sua famiglia, inconsapevole della drammatica piega che avrebbero assunto le proteste, si reca a una manifestazione di dissenso contro Bashar Al-Assad. Come, probabilmente, avrebbero fatto migliaia di italiani, portandosi dietro i figli, nella percezione errata che il diritto a manifestare sia acquisito e, dunque, intoccabile.

Solo che poi accade qualcosa che non è concepibile, almeno per quelle menti aperte alla civiltà e alla vita come un valore sacro.

I fatti

Il 29 Aprile del 2011, nei pressi di Saida, durante la manifestazione, i servizi segreti siriani prendono il sopravvento e iniziano a sparare sui civili, armati unicamente di fiori e del telefono cellulare per riprendere gli eventi.

Nel caos, Hamza sparisce e viene arrestato assieme ad altri manifestanti. Il suo corpo viene riconsegnato alla famiglia solo un mese più tardi, il 25 Maggio.

Il cadavere è martoriato. Sono evidenti i segni della tortura: bruciature di sigarette, ossa rotte, fori di proiettile. I genitali sono mutilati. Ad Hamza è stato tagliato il pene.

Diffusione del video: le torture su Hamza Al-Katheb

Al-Jazeera diffonde un video per mostrare al mondo il martirio di questo bambino innocente.

Dopo averlo visto per intero, ho scelto di non mostrarlo su questo blog perché, come potrete immaginare, è di una brutalità estrema e guardarlo è un colpo al cuore. Se volete vederlo, lo trovate in rete, ma vi consiglio di non farlo in presenza di bambini o di persone sensibili.

A seguito della diffusione del video, il regime di Bashar Al-Assad prova a smentire.

Un articolo di Enrica Garzilli, pubblicato il 4 Giugno 2011 su Ilfattoquotidiano.net, riporta che:

I giornalisti stranieri non possono entrare in Siria ma secondo quelli locali e gli attivisti dei diritti umani non c’è alcun dubbio sull’autenticità del filmato su Hamza. Al-Dunia […] apertamente favorevole al regime, ha trasmesso un’intervista ad Akram Al-Shaar, medico legale del Tishreen Military Hospital di Damasco. Secondo Al-Shaar, i segni sul corpo di Hamza sono dovuti […] non alle torture subite.

La reazione americana alla morte di Hamza Al-Katheb

Il fatto assume una rilevanza internazionale, tanto che a parlarne è la stessa Hillary Clinton.

Qui trovate il video del suo intervento. Se capite l’inglese, vi consiglio davvero di ascoltarlo.

In sostanza, la Clinton afferma che

La morte di Hamza simboleggia per molti siriani il collasso totale di qualsiasi sforzo da parte del governo siriano di lavorare e ascoltare la propria gente.

Viene da chiedersi, allora, perché la Siria sia stata completamente abbandonata dal mondo, lasciando il popolo alla mercé di Bashar Al-Assad.

Testimonianze dalla Siria: i bambini e il muro della discordia

Concludo con l’estratto di una testimonianza di una donna italo-siriana, pubblicata su ospitipeacelink.it, utile a inquadrare meglio gli eventi di quelle settimane e a far comprendere perché si continua, ancora oggi, a combattere in Siria.

[…] Nella piccola città di Dara’a, a Sud della Siria, il 9 Marzo 2011 un gruppetto di […]ragazzini scrivono sui muri della propria scuola “Adesso tocca a te, Dottore” […] Bashar Al-Assad, infatti, ha una laurea in medicina. […] I bambini vengono arrestati, maltrattati e torturati […] Il capo della polizia segreta, un cugino del presidente Assad rifiuta di liberarli. Fu proprio per loro […] che il 15 Marzo 2011, centinaia di uomini e donne […] scendono nelle strade di Dara’a, chiedendo la loro liberazione. Dara’a viene subito assediata, attaccata dai carri armati e elicotteri, privata per lunghe settimane di elettricità ed acqua, isolata dal resto della Siria […] Il regime di Assad accusa i manifestanti di essere terroristi, ma […] l’unica arma nelle loro mani erano i cellulari […] Le proteste si espandono in tutta la Siria, e con loro i bombardamenti, i massacri, le distruzione e la morte […] Hamza Al-Katheb, considerato simbolo e martire […] ucciso dopo essere stato torturato nella maniera terribile nelle prigioni del regime siriano. Ma Hamza non è l’unica vittima, il regime di morte non si ferma. […] In molti credono che in Siria l’esercito combatta i […] terroristi […] In Siria non si combatte una guerra in nome della religione, in Siria si combatte un dittatore che non vuole lasciare il Paese […] Nel mio Paese si combattono dei mercenari pagati dal dittatore […] si combatte un dittatore sanguinario che da moltissimi anni ha portato la Siria alla povertà e alla morte […]

Oggi, Hamza Al-Katheb, è diventato il simbolo della Rivoluzione Siriana e di tutti quelli che sperano nella giustizia e nella democrazia per Damasco e la sua gente.

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Hotel Management

Cinque servizi in hotel per i turisti americani

servizi in hotel per i turisti americani

In questo articolo analizziamo il mercato statunitense e vediamo, almeno a grandi linee, quali sono i servizi in hotel indispensabili per i turisti americani.

Come sempre, il rischio che si corre quando si parla di una grossa fetta di persone è di cadere negli stereotipi.

Io non amo i cliché. Quindi, se è vero che non si può generalizzare, è altrettanto vero che esistono degli standard che, per chi proviene dagli Stati Uniti, rappresentano il livello di servizio minimo da cui partire. Quello che serve, insomma, per prendere in considerazione di soggiornare in una certa struttura ricettiva.

Qualche dato sul mercato statunitense

Per ragioni di completezza, proviamo a tracciare una panoramica su questo tipo di visitatori.

Chiaramente non può essere esaustiva, ma aiuta a delineare un quadro utile a comprendere le opportunità di aprirsi a questo mercato.

Secondo confindustria.it -il grassetto è mio-

In Italia, la quota di spesa dei turisti statunitensi nel 2016 si è attestata al 13% del totale. […] Nella classifica dei Paesi ad alto volume di spesa gli americani svettano per acquisti sul mercato italiano (4,7 miliardi di euro nel 2016), con una media di 1.166 euro di acquisti pro-capite e 135 euro per notte di soggiorno.

L’alloggio è la prima voce di spesa (2 miliardi di euro), seguito da bar e ristorazione (1,1), shopping (0,8) e trasporti (0,4).

Per tipologia di sistemazione, l’albergo è la soluzione più gettonata dagli americani, con un’incidenza del 69,1% sul totale della spesa per questa voce.

[…] la spesa effettuata […] è ancora inferiore al potenziale attivo del Bel Paese, […] se tale potenziale trovasse piena espressione, […] per gli Usa l’incremento sarebbe […] +0,8 miliardi solo per l’alloggio (+ 0,5 miliardi per il settore alberghiero) […]

Numeri di questo tipo fanno riflettere sull’importanza di farsi trovare pronti ad accogliere questo segmento di mercato, di cui voglio mettere in luce l’importanza soprattutto relativamente al comparto alberghiero.

Turisti americani in Italia: identikit e aspettative

Ma chi sono, esattamente, i turisti americani che vengono in Italia?

Facendo una statistica generale, gli statunitensi che trascorrono le vacanze nel nostro Paese, si dividono in due categorie.

Da una parte troviamo le famiglie con bambini. Si tratta quindi di coppie giovani che viaggiano con figli al seguito, con una media di due o tre bambini per nucleo familiare.

Dall’altro troviamo una fascia più matura, persone in pensione che non hanno fretta di tornare a casa e spesso si cimentano in veri e propri tour alla scoperta dell’Italia.

Riguardo al reddito, possiamo tranquillamente dire che gli arrivi statunitensi nel Bel Paese appartengono tutti alla fascia medio-alta e dunque sono persone alto spendenti.

Di solito, hanno una vera predilezione per:

  • l’arte classica;
  • il cibo italiano;
  • i prodotti manifatturieri a marchio Made in Italy, in particolare per abbigliamento e gioielli.

In virtù di queste caratteristiche, i turisti americani prediligono le destinazioni più conosciute soprattutto per quanto riguarda le città d’arte.

Analizzando le mete preferite in Italia, la presenza più forte di americani si registra nelle città di:

  • Venezia
  • Firenze
  • Roma
  • Napoli

Altre opportunità per il settore alberghiero legate alla presenza di turisti americani in Italia

Inoltre, e qui vi parlo per esperienza personale, sono molto propensi a scoprire altri spaccati del nostro territorio, anche perché parliamo di soggiorni lunghi che in molti casi arrivano fino alle due o tre settimane.

Però raramente si muovono in autonomia e preferiscono le escursioni organizzate.

Questo è un punto che secondo me si dovrebbe tenere molto in considerazione, in quanto le strutture ricettive che lavorano con il mercato americano potrebbero collaborare con le agenzie che si occupano di fornire tour personalizzati.

Questo, per il comparto alberghiero, comporterebbe due vantaggi.

  • Un maggiore introito dato dalle percentuali di vendita delle escursioni.
  • Grande soddisfazione dei propri ospiti. Questo perché, a seguito di una bella esperienza, ricorderanno scuramente di aver acquistato l’escursione da voi e questo farà aumentare la voglia di tornare, assieme al passaparola ad amici e familiari una volta rientrati a casa.

Ora però entriamo nel vivo dell’argomento e vediamo cosa si aspettano i turisti statunitensi quando soggiornano in una struttura ricettiva.

I servizi indispensabili in hotel per i turisti americani

In base a quanto ho visto io nel corso degli anni, ci sono cinque punti che per un turista Usa sono la base che gli permette di sentirsi a suo agio e pensare di tornare nello stesso posto:

  • camere spaziose
  • aria condizionata
  • wifi
  • cassaforte
  • colazione

L’importanza della camera

servizi in hotel per i turisti americani

Iniziamo dal primo punto.

Per tradizione, gli americani sono abituati ai grandi spazi, soprattutto perché, lo ripeto, parliamo di persone che hanno una certa disponibilità economica.

Avete presente quegli appartamenti con i salotti immensi o le ville con i giardini dove amano trascorrere il tempo libero, come si vede nei film? Non si tratta, almeno in questo caso, di fiction, perché spesso è davvero così.

Quindi, non dico che si aspettano di ritrovare le stesse cose da noi, ma il fattore spazio è molto importante e lo giudicano in base al loro metro di misura.

Questo significa che, benché gli hotel rispettino gli standard di metratura imposti dalla legge italiana, loro potrebbero comunque trovare le camere troppo strette.

Ecco perché è sempre una buona idea assegnare loro la stanza più spaziosa di cui disponete.

Se questo non è possibile, lo dico sempre per esperienza, intervenite sui dettagli.

Loro hanno un’idea ben precisa dell’Italia, trovano tutto romantico e molto lezioso. Qui è l’arredamento che può fare la differenza.

Non serve fare chissà che cosa, possono bastare pure le tende in tinta con le coperte per suggerire un senso di armonia cromatica. Ecco perché i colori chiari sono quelli da preferire, perché la luce contribuisce a far sembrare gli ambienti più grandi e meno soffocanti.

Il consiglio, se avete lo spazio per farlo, è di far trovare sempre anche una scrivania e una sedia, molto utili quando si sta davanti al pc. Questo perché, trattandosi di soggiorni molto lunghi, spesso chi arriva da noi viaggia con il portatile a seguito.

Se poi riuscite a piazzare pure una poltrona vicino al letto, beh, sarebbe il top, perché loro tengono davvero molto a questi dettagli.

Aria condizionata

servizi in hotel per i turisti americani

Il secondo punto della lista è l’aria condizionata.

Ho lavorato in tante strutture e credetemi che su questo gli americani sono molto esigenti.

Loro vivono praticamente con l’aria condizionata tutta l’estate ed è uno standard che non si sognerebbero mai di mettere in discussione.

Se manca, o non funziona bene, non saranno affatto soddisfatti.

Spesso mi è capitato di vedere situazioni in cui qualche albergatore, anche in fase di prenotazione, proponeva un prezzo più basso a fronte di una camera senza aria condizionata. Ovviamente, loro rifiutavano sempre.

Il mio consiglio?

Lasciate stare, riservate la stanza migliore al prezzo reale, senza fornire alternative che possono mettere in dubbio la qualità del vostro servizio.

In altre parole, proponete subito la camera a -facciamo un esempio- 200 euro a notte, ma dotata di tutti i comfort, senza temporeggiare troppo. Perché questo è un altro punto fondamentale.

Sia durante la richiesta di informazioni che in fase di prenotazione vera e propria, gli americani si aspettano in genere, una risposta quasi immediata. Quindi l’e-mail di risposta è fondamentale e deve essere veloce, chiara e precisa. Questo aumenta considerevolmente la possibilità di vendita del soggiorno, perché la prima impressione, soprattutto per loro, conta sempre tantissimo.

Wifi

servizi in hotel per i turisti americani

Tra i servizi indispensabili che gli americani si aspettano di trovare in hotel, ce n’è uno a cui non riescono proprio a rinunciare.

Parlo del wifi, che deve essere veloce senza perdere la connessione.

Per capire perché, dobbiamo considerare almeno due punti.

Il primo, gli Stati Uniti sono tra le nazioni più tecnologiche del mondo e questo porta le persone a vivere sempre connesse. Il che significa che tutti, ma proprio tutti, hanno confidenza con il mondo del web, anche le fasce più mature -una situazione molto diversa rispetto all’Italia, insomma-.

Infine, considerate che si trovano molto lontani da casa e una rete veloce e funzionante è fondamentale per comunicare con famiglia, amici e colleghi di lavoro.

Ora, so bene che il territorio italiano pecca gravemente su questo punto, perché ci sono tantissime zone scoperte dove il web è ancora un’utopia.

Apro una piccola parentesi: le istituzioni dovrebbero riflettere attentamente su questo punto, perché è impensabile proporsi come destinazione turistica a certi mercati internazionali se non interveniamo neppure sulle strutture e le infrastrutture di base. Chiusa parentesi.

Questo per dire che quando il wifi è lento non è sempre colpa degli albergatori. Però, se ci si rivolge a una nicchia che considera un certo servizio necessario, bisognerebbe fare tutto il possibile per risolvere le criticità, soprattutto nelle strutture ricettive che si trovano nei grandi centri.

Cassaforte

Adesso parliamo di sicurezza.

Non so voi, ma una delle prime cose che a me hanno sempre chiesto gli ospiti americani è come impostare il codice di sicurezza della cassaforte nella stanza.

Per loro è indispensabile, non solo per metterci dentro il portafoglio e le varie carte di credito -non amano viaggiare con troppo contante- ma anche e soprattutto per il passaporto.

Quindi, se avete intenzione di aprirvi al mercato statunitense, investire in questo servizio è un punto fondamentale, molto apprezzato dai turisti provenienti dall’altra parte dell’Atlantico.

Breakfast

servizi in hotel per i turisti americani

Passiamo ora all’ultimo punto.

Un servizio sempre molto apprezzato -non solo dagli americani, certo- ma per loro è quasi un must, è la colazione inclusa nel prezzo.

Ora, è vero che non tutti fanno colazione. Ancor più vero è che non tutti gli americani sono abituati a mangiare uova e pancetta a colazione, perché questo è uno stereotipo.

Però in vacanza si vuole sempre essere coccolati e la colazione è un punto a cui difficilmente si rinuncia nel momento in cui si pernotta in una struttura ricettiva.

Se potete, evitate il classico servizio con il ticket da far vedere al bar di fronte e cercate di fornirne uno vostro, con un minimo di personalizzazione.

L’ideale sarebbe disporre di una sala apposita e prevedere anche qualche alimento salato, perché spesso gli stranieri non amano la colazione dolce.

Se questo non è possibile, orientatevi su caffetterie di un certo livello, dotate di spazi interni per fare colazione con calma, evitando la ressa tipica del servizio al banco. Anche perché, al di la dei cliché, non dimentichiamo che gli americani sono un popolo che per tradizione sono molto legati al concetto di prima colazione, quindi sono abituati a dedicarvi molto tempo quantomeno nelle occasioni di festa e in vacanza.

Servizi indispensabili in hotel per i turisti americani: qualche riflessione

Come abbiamo visto, i punti chiave per accogliere i turisti americani nelle strutture ricettive italiane -e far sì che tornino e facciano un buon passaparola- passano per la tecnologia, la sicurezza e un alto livello di personalizzazione dell’accoglienza.

Il soggiorno quindi diventa esperienza, che va ben oltre le notti trascorse nella stanza di un hotel.

Un’esperienza che deve essere costruita e pensata per un segmento importante che rappresenta, come dicono i dati, un introito fondamentale per il Pil italiano, soprattutto per il comparto turistico alberghiero.

Lavorare su tutto questo significa aprirsi a un mercato internazionale esigente, ma dalle grandi opportunità di successo, un elemento da considerare attentamente per rilanciare il settore e trainarlo verso lidi meno stagnanti.

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Medio Oriente e dintorni

Siria: è davvero guerra civile?

guerra civile in siria

Già, davvero possiamo parlare di guerra civile in Siria?

La domanda me la pongo in prima persona, ma la rivolgo anche a voi che mi leggete. Perché spesso, quando scrivo, ho più domande che certezze e oggi ancora di più.

Cosa significa parlare della Siria oggi

Quando ho scelto di iniziare a trattare questo argomento, ero consapevole del rischio.

Primo, perché è sempre un punto delicato descrivere eventi tanto drammatici ancora in corso di svolgimento e poi non è facile dare una risposta a tutto. Perché, anche involontariamente, si rischia di raccontare le cose in modo superficiale, o peggio, di parte. In questo caso, dalla parte occidentale, ovvero facendomi influenzare dalla narrazione dei nostri media.

Il rischi di cui parlo, però, era non tanto di scontentare qualcuno -cosa inevitabile quando si prende una posizione, qualunque essa sia- quanto di urtare la sensibilità di chi da questi eventi è coinvolto in prima persona.

A quanto pare, è esattamente quello che è accaduto.

Siria, è davvero guerra civile? Cosa non è piaciuto del mio pensiero

Due cose mi sono state contestate.

  • La prima è una narrazione tipicamente occidentale, dove mancherebbe una parte importante della verità.
  • La seconda è l’espressione guerra civile riferita alla Siria.

Ma andiamo per ordine.

Per farvi capire meglio, andate a leggere l’articolo in questione e poi tornate qui. Vi lascio il link: Siria: i perché di una rivoluzione dimenticata

Ora che avete letto, voglio provare un attimo a spiegare il mio pensiero proprio a partire dai punti che ho elencato.

Narrazione occidentale

Le mie fonti

In parte credo sia normale essere influenzati dal sistema di informazione nel Paese in cui si vive.

Eppure, chi mi conosce personalmente, lo sa bene. Ho sempre cercato di andare oltre, in questo caso l’ho fatto attingendo anche a fonti straniere -per fonti intendo giornali, blog ed emittenti radiofoniche-.

Chiaramente, il mio limite è non parlare l’arabo. Ora, se io cerco di informarmi usando solo risorse in lingua inglese, molto probabilmente la mia opinione si plasmerà sulla base dei modelli di pensiero britannici e americani. Per evitare questo e cercare di essere il più oggettiva possibile, ho usato fonti in tutte le lingue che conosco, ma per l’appunto manca l’arabo.

Inoltre, ve ne accorgerete nei prossimi articoli sulla Siria che usciranno nelle settimane successive, mi sono attenuta a fonti certe, come:

  • articoli già pubblicati, citando autore, nome della testata, data di pubblicazione e titolo di riferimento;
  • saggistica di settore, anche qui con tutti i riferimenti del caso;
  • dichiarazioni ufficiali di personalità di spicco in qualche modo legate al mondo arabo, facilmente reperibili e dunque verificabili da chiunque;
  • fonti ufficiali dell’Unione Europea;
  • dati confermati da associazioni di spicco come Unicef e Medici Senza Frontiere.

Cosa non ho mai detto

Detto ciò, io non ho mai asserito che le organizzazioni fondamentaliste come il Daesh -leggete Isis- e il Movimento di Liberazione Al-Nusra abbiano tra i fedelissimi esponenti del popolo siriano. Seppure qualcuno c’è, si tratta di numeri assolutamente marginali, comunque ho affermato esattamente il contrario, raccontando come tali organizzazioni abbiano massacrato civili innocenti che avevano la colpa di ribellarsi alla loro violenza.

Vi dirò di più.

Io ho persino preso una posizione molto impopolare, arrivando a ipotizzare una sorta di alleanza tra lo stesso Bashar Al-Assad e i gruppi fondamentalisti che lui stesso dichiara di combattere.

Guerra civile in Siria sì o no?

Passiamo adesso al secondo punto. Davvero è possibile parlare di guerra civile in Siria?

Perché la verità è che più di qualcuno si è profondamente risentito, dicendo senza mezzi termini che il mio pensiero è tipicamente occidentale e che al posto di guerra civile avrei dovuto usare la parola Rivoluzione. In realtà ho usato entrambe, ma anche qui andiamo per ordine.

Parlo e scrivo da europea

Il mio pensiero è troppo occidentale?

Può darsi, niente di più facile. Del resto sono occidentale per nascita, cultura e formazione. Il punto è che ho sempre avuto la voglia di scavare a fondo nelle cose, dunque sono la prima a mettermi in discussione.

Detto questo, perché parlo di guerra civile riferendomi alla Siria?

Per almeno due motivi.

Io scrivo in italiano, dunque il mio pubblico di riferimento è in primis italiano e, più in generale, appartiene a un modello di pensiero fondamentalmente europeo.

Se guardiamo alla storia europea, la Rivoluzione che conosciamo meglio è quella francese, ma da allora sono passati diversi secoli. Certo, c’è la Rivoluzione d’Ottobre in Russia più vicina a livello temporale, ma i francesi sono più simili -socialmente e culturalmente- all’Italia di quanto non sia la Russia, quindi fare un confronto con quest’ultima aprirebbe una diatriba in questo momento poco utile.

Come italiani, però, abbiamo spesso sentito parlare di guerra civile in tempi più recenti, basti pensare alla guerra civile spagnola agli inizi del ‘900. Dunque è un concetto che il lettore medio italiano sente più vicino -storicamente parlando- rispetto al termine Rivoluzione.

Guerra civile e Rivoluzione in Siria: i termini a confronto nella lingua italiana

Ma c’è un altro motivo per cui, riferendomi alla Siria, ho parlato di guerra civile e questo motivo passa per la lingua italiana, mescolandosi agli eventi storici.

Ripercorrendo quanto accaduto in Siria, possiamo affermare che tutto nasce con le proteste a Dara’a, proteste che poi si sono propagate in tutto il Paese. La Rivoluzione scoppia quando la società civile decide di ribellarsi al Governo repressivo di Bashar Al-Assad.

Analizziamo ora il significato della parola Rivoluzione nella lingua italiana secondo il vocabolario Treccani -il grassetto è il mio-:

Una Rivoluzione è un cambiamento radicale nell’ordinamento politico di uno Stato, che viene ottenuto in modo rapido[…] Si verifica quando un gruppo sociale o un’intera popolazione, non sentendosi rappresentati dalle istituzioni o ritenendosi vittime di ingiustizie […] decidono di rovesciare queste istituzioni e di stabilire un nuovo ordinamento

Tuttavia non cerco per forza la ragione, quindi per la massima trasparenza possibile, vediamo anche come continua la definizione -il grassetto è sempre il mio-:

In senso più ampio, si chiama Rivoluzione qualsiasi processo storico, anche non violento e protratto nel tempo, che determini un cambiamento radicale in una società

Ora vediamo un attimo la definizione di guerra civile:

Conflitto combattuto tra i cittadini di uno stesso Stato diviso in fazioni […]

Siria: Rivoluzione o guerra civile?

Concludendo, dal mio umilissimo punto di vista, le proteste a Dara’a hanno scatenato la Rivoluzione siriana, sulla base della quale si è poi innestata anche la guerra civile nel momento in cui il popolo siriano combatte contro i fedelissimi di Assad -sempre siriani- in quanto io parlo di nazionalità senza riferirmi all’etnia o alla religione.

Parallelamente alla guerra civile, permane e anzi diventa più forte la Rivoluzione, che esprime il desiderio di libertà e democrazia della maggior parte della società siriana.

Cosa vi invito a fare

Ora che ho chiarito meglio il mio pensiero, ci tengo a ribadire di non avere la verità assoluta in tasca. Per questo, se avete una storia da raccontare sulla Siria, o anche se volete semplicemente esprimere il vostro punto di vista su tutto questo, vi invito a contattarmi e sarò felice di darvi spazio sul mio blog.

Perché continuo a essere certa che il dialogo e il confronto siano le basi della conoscenza e del rispetto reciproco.

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Francia Viaggi

Vacanza a Chalons-en-Champagne: tutte le info da non perdere

vacanza a chalons en champagne

Ho già parlato diverse volte del perché fare una vacanza a Chalons-en-Champagne e di cosa vedere in questa splendida città della Francia Nord Orientale.

Tuttavia, rileggendo i vari articoli, mi sono resa conto che sono un po’ troppo dispersivi, soprattutto per i lettori italiani che, di solito, non considerano la regione della Champagne-Ardenne come meta per un viaggio.

In questo articolo, dunque, riepilogo le informazioni principali, allo scopo di creare un fil rouge su cosa vedere a Chalons-en-Champagne.

Alla fine troverete una serie di link che approfondiscono tutti i punti di cui vi parlo.

Dove si trova Chalons-en-Champagne e come arrivare

Come vi dicevo, questa città si trova nella Francia Nord Orientale, nel cuore della campagna della regione Champagne-Ardenne. A pochi chilometri, dunque, dal confine con il Belgio e il Lussemburgo, cosa che la rende una meta interessante perché potrebbe benissimo essere il punto di partenza per un itinerario più lungo, alla scoperta delle altre città europee.

Dall’Italia, il modo più comodo per raggiungerla è arrivare a Parigi e prendere uno dei treni regionali che, dalla stazione centrale, vi condurranno in un paio d’ore al centro di Chalons-en-Champagne.

Vacanza a Chalons-en-Champagne: cosa vedere

Come ho raccontato nei vari articoli, la storia della città è fortemente intrecciata alla diffusione del cattolicesimo in Europa, quindi gli edifici religiosi che abbelliscono il centro, sono l’elemento che più caratterizza l’architettura urbana.

Chiese e Cattedrali

vacanza a chalons en champagne

A parere mio, qui si trovano alcuni dei più importanti esempi di Chiese gotiche europee.

Vi lascio un elenco di quelle che non potete proprio perdere:

  • Cattedrale di Saint Etienne
  • Notre Dame de l’Epine
  • Chiesa di Saint Alpine
  • Notre Dame en Vaux

I parchi

vacanza a chalons en champagne

L’altro elemento che caratterizza Chalons-en-Champagne sono gli spazi verdi, curati in ogni dettaglio. Dai parchi ai giardini, queste aree sono ideali per le passeggiate e le escursioni in bicicletta.

Qui ogni parco ha le sue caratteristiche. Alcuni sono più leziosi e si intravede benissimo la mano dell’uomo nel forgiare gli spazi e le piante, che diventano un elemento puramente ornamentale. Altre aree sono invece più selvatiche, anche perché il modello di turismo proposto dagli Enti turistici locali vede nel rispetto ambientale uno dei suoi punti più importanti.

Io vi consiglio di fare un giro in questi 3 parchi, tutti diversi tra loro per dimensioni, paesaggi e attività che si possono svolgere:

  • Petit Jard
  • Grand Jard
  • Jardin des Anglais

Le manifestazioni

Passiamo ora alla cultura, in cui la città è molto vivace.

Ogni anno, dalla Primavera all’Autunno, sono tante le manifestazioni che animano Chalons-en-Champagne.

Si va dalle fiere ai concerti all’aperto, fino ai tour organizzati per visitare la città da un punto di vista diverso, ad esempio in barca o in bicicletta.

Vi segnalo due eventi che secondo me sono tra i più interessanti.

  • Il primo è particolarmente adatto ai bambini ed è il Festival delle Arti di Strada che si tiene a Giugno. Durante questa manifestazione le vie della città si animano di arte e danze in tutte le sue forme e il circo occupa il posto d’onore. Non tutti sanno, infatti, che qui si trova una delle più importanti scuole europee per la formazione delle arti circensi.
  • Il secondo evento si chiama Metamorph’eau’ses ed è il tour organizzato al chiaro di luna per visitare la città in barca, con i monumenti del centro illuminati da luci colorate. Un giro davvero magico che è nato in un progetto del 2015, quando l’amministrazione locale ha scelto di valorizzare Chalons-en-Champagne sfruttando l’elemento dell’acqua, che è diventato il fil rouge di questo tour. La città, infatti, è attraversata da fiumi e canali, tanto da essere conosciuta come Petite Venice, la Piccola Venezia.

Tour ed escursioni

Una delle caratteristiche che rendono Chalons-en-Champagne una destinazione adatta agli amanti della natura è la grande varietà di escursioni che si possono effettuare nei dintorni, dove è il lato green a far da padrone.

Eccone alcune, tutte a pochi chilometri dalla città:

  • Faux de Verzy
  • Beconnes
  • Crociera sul Marna

Tutte queste attività possono essere prenotate presso l’Ufficio Turistico di Chalons-en-Champagne, in Via Quai des Artistes.

Vacanza a Chalons-en-Champagne: racconti + info utili

Come promesso all’inizio, vi lascio una serie di link, dove troverete i racconti e le informazioni più approfondite di tutto ciò che ho riepilogato in questo articolo.

Perché visitare Chalons-en-Champagne

Cosa vedere a Chalons-en-Champagne: storia, cultura e folclore

Escursioni a Chalons-en-Champagne e dintorni: le 5 da non perdere

Escursione in barca a Chalons-en-Champagne: dove le luci giocano con l’acqua

Buona lettura.

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Medio Oriente e dintorni

Paolo Dall’Oglio: l’italiano che amava la Siria

paolo dall'oglio

Chissà perché, quando i conflitti sono lontani da casa nostra, pensiamo che in nessun caso ci possano riguardare. Eppure, non è sempre così. Oggi voglio raccontarvi la storia di Padre Paolo Dall’Oglio, il sacerdote italiano che amava la Siria.

Una storia toccante, che mette in luce la sua sensibilità e la memoria corta dei governi italiani.

Perché questa storia, ormai, come tutto ciò che riguarda la Siria, sembra essere caduta nell’oblio.

Chi è Padre Paolo Dall’Oglio

Quando scoppiarono le prime rivolte popolari nel 2011, Padre Paolo Dall’Oglio si trovava in Siria già da tantissimo tempo.

Infatti, a partire dagli anni ’80, aveva fondato una comunità monastica, la comunità Mar Musa, nella quale si prodigava a promuovere il dialogo tra l’Islam e il Cristianesimo.

Il Ruolo di Paolo Dall’Oglio nella Rivoluzione Siriana

Il dialogo interreligioso era il punto fermo della sua vita. Un dialogo che Padre Paolo tentò di rafforzare dai primissimi anni del 2000, quando in Occidente, a seguito degli attentati alle Twin Towers, si è risvegliato un forte senso anti-islamco, volto non a isolare i terroristi, ma che purtroppo colpiva -e continua a colpire in modo più o meno indiscriminato- tutti coloro che professano la religione islamica.

Vivendo in Siria da tempo, Padre Paolo conosceva bene la società siriana e le ragioni dei movimenti di protesta, così tentò di agire proponendo una risoluzione pacifica. Risoluzione che, secondo lui, doveva necessariamente passare per la democrazia, ovvero libere elezioni con il consenso della maggioranza di tutte le parti sociali coinvolte.

Il regime ovviamente non gradì il suo intervento, che considerava come un’ingerenza alla politica interna, così, il 12 Giugno 2012, fu attuato il decreto di Bashar Al-Assad che prevedeva l’espulsione di Padre Paolo Dall’Oglio dalla Siria.

A partire da questo momento, la situazione diventa confusa e non ci sono fonti certe circa i suoi spostamenti.

Il rapimento e le ultime notizie

Quello che sappiamo è che nel 2013 rientra in Siria, probabilmente dal confine al Nord del Paese controllato dalle forze ribelli, all’epoca profondamente spaccate al loro interno e divise tra il Free Syrian Army, il Movimento di Liberazione di Al Nusra e il Daesh, da noi meglio conosciuto come Isis.

Diverse fonti raccontano che Paolo Dall’Oglio in questo periodo è in prima linea per aiutare i civili. Il 29 Luglio 2013 si perdono le sue tracce, come se la terra lo avesse inghiottito.

Benché ci sia la certezza del suo rapimento da parte delle forze estremiste, nessuno, ancora oggi, conosce la sua sorte.

Secondo il sito arabo Zamal Al-Wasl, con una nota diffusa il 12 Agosto 2013, Padre Paolo Dall’Oglio sarebbe stato ucciso, ma la Farnesina non ha mai dato conferme.

A rilanciare la notizia che sarebbe ancora vivo è il Times, il 7 Febbraio 2019. Secondo questa fonte, Paolo Dall’Oglio sarebbe stato ceduto alle forze arabe da alcuni membri dell’Isis che, messi alle strette dagli attacchi guidati dagli Stati Uniti, tentavano di lasciare il Paese. Anche in questo caso, però, nessuno ha mai confermato o smentito la notizia.

La testimonianza dalla Siria

A questo proposito è molto interessante un’intervista di Riccardo Cristiano, pubblicata su Avvenire.it il 28 Luglio 2021, dal titolo “Quell’ultima notte con Padre Paolo Dall’Oglio nella cella del Daesh a Raqqa”.

Quello che segue è il racconto del giornalista.

Lui mi ha detto che posso fare il suo nome, ma preferisco citare solo le sue iniziali: A.K. Quel che conta è il racconto di questo rifugiato siriano, musulmano osservante, fuggito nel 2015 da Raqqa. Dopo un bombardamento si è messo in marcia verso la rotta balcanica. Il viaggio che lo ha portato in Europa è durato quasi due mesi: arrivato in Germania ha fatto la sua scelta di ricollocamento. […] Questo mi ha interessato […] ma i miei dubbi non li nascondo. Tanti si presentano dicendo di sapere di Paolo […] ma lui ha subito messo in chiaro di non sapere il cognome […]

Quelli che seguono sono gli stralci del racconto di A.K., il rifugiato siriano che avrebbe diviso la cella con Padre Paolo Dall’Oglio.

Ero infermiere a Raqqa, e così conobbi i combattenti di tutti i gruppi siriani. […] Erano tutti dei nostri […] impegnati nella lotta contro il regime. ll Daesh no. Quando […] ci ha chiesto di giurargli fedeltà, […] ci siamo rifiutati. […] Mi hanno portato in prigione, nel quartier generale […] Era Paolo. […] Era il 2013, durante il Ramadan […] La mattina seguente, il capo della Sicurezza del Daesh, […] ha prelevato Padre Paolo dicendo […] che voleva fargli capire cosa fosse la libertà di cui gli occidentali tanto parlano. […] Non so cosa sia successo dopo, ma ho sentito che lo avrebbero condannato perché lavorava nell’informazione. […]

Intanto, gli anni passano. La sua storia, come tante, è ormai lontana dalle cronache e dai salotti televisivi. Perché la Siria e le sue storie, sembrano essere dimenticate.

Eppure, Paolo continua a vivere nella memoria della sua famiglia.

Per conoscere e approfondire il pensiero di Padre Paolo sul dialogo interreligioso, vi consiglio la lettura del suo libro “Innamorato dell’Islam, credente in Cristo”.

Questa, invece, è la toccante testimonianza di sua sorella, che spera un giorno di poterlo riabbracciare.

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Consulenze alberghiere

Come si svolge una consulenza alberghiera

come si svolge una consulenza alberghiera

In questo articolo vi porto dietro le quinte del mio lavoro e vi racconto come si svolge una consulenza alberghiera.

Ci sono diversi motivi per cui il direttore di una struttura ricettiva, o aspirante tale, sceglie di rivolgersi a un consulente.

Proviamo a sintetizzarli:

  • studio di fattibilità di un progetto;
  • risoluzione di un problema;
  • raggiungimento di nuovi obiettivi.

Nei prossimi paragrafi entriamo nel dettaglio di questi tre punti.

Come si svolge una consulenza alberghiera

come si svolge una consulenza alberghiera

Chiaramente, ogni consulente ha il suo metodo di lavoro e gli step da percorrere variano in base al risultato da conseguire, però credo sia importante squarciare il velo di mistero che avvolge noi tecnici che, per riuscire nel nostro lavoro, dobbiamo soprattutto presentarci in quanto persone, solo dopo come tecnici, almeno secondo me.

Quello che vi racconto oggi, quindi, è il mio metodo di lavoro, che non è universale, ma è quello che mi aiuta a raggiungere il miglior risultato possibile, lavorando fianco a fianco di chi si rivolge a me.

Studio di fattibilità

Una delle richieste che ricevo più frequentemente da chi mi contatta, riguarda l’analisi dei progetti imprenditoriali.

Soprattutto i giovani -diciamo nella fascia under 40- mi scrivono raccontandomi la loro idea e la domanda è: “Secondo te, Michela, può funzionare?”.

Come si può intuire, la risposta è fondamentale, perché da un sì o un no può dipendere il futuro di queste persone, quindi si tratta di una grande responsabilità che non mi assumo mai a cuor leggero.

La prima cosa che faccio in questi casi è prendermi tutto il tempo necessario per analizzare la situazione -e vi consiglio di diffidare di una risposta immediata-.

A questo punto procedo per step.

Prima di tutto, cerco di conoscere meglio le persone che mi contattano decidendo di affidarsi alla mia esperienza.

Se vivono nella mia zona, le incontro personalmente per rompere il ghiaccio, altrimenti facciamo diverse video chiamate, questo soprattutto perché amo presentarmi e non passare semplicemente per “il consulente alberghiero che spilla soldi”.

In queste occasioni cerco di sapere il più possibile dei miei clienti, quindi chiedo informazioni personali che vanno ben oltre il budget disponibile. Informazioni che sono fondamentali per studiare approfonditamente il loro progetto imprenditoriale come:

  • esperienze lavorative pregresse;
  • titoli di studio;
  • interessi personali.

Infatti credo moltissimo nel valore della formazione, anche perché, logicamente, chi proviene dal settore turistico è avvantaggiato, mentre per chi è a digiuno di certe nozioni, bisognerà affrontare un percorso diverso per costruire una solida base che servirà a ottimizzare la gestione grazie alle giuste competenze.

A questo punto inizia lo studio di fattibilità vero e proprio, che amo fare sul campo per analizzare la zona interessata sotto ogni angolazione.

Uno studio di fattibilità serio richiede tempo, anche un mese, perché bisogna scavare a fondo nel territorio, analizzandone:

  • le caratteristiche geografiche;
  • il tessuto socio-economico;
  • le risorse turistiche;
  • il loro livello di fruibilità;
  • tutti i competitors.

Solo dopo aver indagato tutti questi aspetti posso dare una risposta esaustiva e oggettiva, perché, spesso, il problema è proprio questo.

Chi ha un progetto da raccontare è talmente innamorato della sua idea che tende a essere poco lucido e troppo ottimista.

Valutare la bontà di un piano imprenditoriale significa analizzarne anche -e soprattutto- i rischi e lavorare per abbatterli, mettendo tutto sul piatto della bilancia e valutando se ci sono le prospettive per riuscire.

Quando queste prospettive vengono a mancare, o non sono sufficienti, la mia risposta è no, e a quel punto parte lo studio di un’idea alternativa.

Risoluzione di un problema

L’altra grande fetta di lavoro arriva spesso dagli albergatori che hanno bisogno di gestire una problematica che compromette, o comunque mette a rischio, l’andamento della struttura ricettiva.

Naturalmente, conoscere il tipo di problema, rende tutto più immediato, perché é fondamentale rivolgersi a un consulente conoscendo già il campo in cui si vuole intervenire.

Di che tipo di problema parliamo?

Dipende, perché a me capitano clienti con criticità di natura amministrativa, economica o gestionale, ma spesso questi campi si intrecciano, dando vita a situazioni complesse da spianare attingendo a diverse soluzioni.

Risolvere problemi economici e amministrativi in una struttura ricettiva

Qualche esempio?

  • Fatture arretrate da controllare;
  • ricavi insufficienti;
  • utili gestiti in modo non ottimale;
  • camere vuote;
  • clienti insoddisfatti;
  • divisione poco chiara delle mansioni tra il personale;
  • difficoltà di comunicazione, sia interna che esterna.

In situazioni come queste, la prima cosa da fare è sviscerare i problemi di ogni singolo reparto e risalire alla causa, solo dopo questo studio si può iniziare a risolvere le criticità.

Ad esempio, nel caso di ricavi insufficienti, è importante analizzare:

  • i costi fissi
  • i costi variabili
  • il prezzo dei servizi offerti

Quando ho un quadro completo della situazione, inizio a intervenire cercando di contenere le spese variabili, per esempio, trovando fornitori più convenienti o che accettino pagamenti dilazionati per non inficiare la liquidità aziendale.

Il passo successivo è capire se i servizi offerti -camere, ristorante- sono in linea con la zona, il tipo di struttura e il target dei clienti.

Naturalmente è fondamentale tenere d’occhio la situazione nei mesi successivi per capire se la strada imboccata è quella giusta o si deve aggiustare il tiro.

Analizzare tutti questi dati significa avere accesso alla contabilità interna per studiare i costi e i ricavi e capire il livello di riempimento delle camere, ecco perché, non mi stancherò mai di ripeterlo, è fondamentale che tra consulente e albergatore ci sia soprattutto una condivisione di valori, ma anche fiducia e una certa sintonia.

Questa è la base per risolvere insieme i vari problemi che possono presentarsi e per cui un consulente alberghiero è chiamato a intervenire.

Lavorare sulla soddisfazione degli ospiti

Altro esempio; i clienti sono tutti insoddisfatti?

Male, perché chiaramente è un male, ma bene perché, almeno, c’è un punto di partenza. Il passo successivo è capire il motivo e intervenire in fretta.

Prima di pensare a una soluzione, mi soffermo con attenzione su alcuni punti per risalire alla causa di questo malcontento.

In questo caso, un aiuto grandissimo arriva sempre dalle recensioni, quindi il primo passo è proprio partire dalla voce dei clienti per capire cosa non funziona.

Qui si aprono poi una serie di variabili.

Io ritengo sempre che si debba andare oltre i numeri, quindi, a prescindere dall’analisi dei reparti, mi concentro tantissimo sull’ascolto attivo del personale che, non dimentichiamolo, è la forza trainante di qualsiasi azienda.

Può esserci un problema di sovraccarico di lavoro?

Se la risposta è sì, inizio a lavorare sull’organigramma, intervenendo sulla ridistribuzione delle risorse, cambiando, se necessario e sempre in accordo con l’albergatore, tutto il modello organizzativo e redigendone uno ex-novo – a proposito, vi lascio il link al mio articolo sulla creazione dell’organigramma che potreste trovare utile Come organizzare un organigramma alberghiero -.

Raggiungimento di nuovi obiettivi

Questo è un altro motivo per cui ricevo molte richieste da parte di tanti albergatori.

Ricordate, più avrete le idee chiare, maggiore sarà l’aiuto che un buon consulente alberghiero può fornirvi.

Il segreto è partire con un’idea misurabile in termini di risultati.

Ad esempio, aumentare gli utili può tradursi in: voglio aumentare il ricavo della mia struttura ricettiva del 10% -questa percentuale non l’ho scritta a caso, in quanto il consulente non fa miracoli e io non credo a chi promette di triplicare gli utili in breve tempo-.

In casi come questo è necessario studiare una strategia a lungo termine, per poi valutare i passi da percorrere nel breve e medio periodo.

Volete accrescere la vostra visibilità?

Io vi consiglio di partire da un blog aziendale -piccolo passo- che, nel lungo periodo, vi aiuterà a farvi un nome diventando riconoscibili nella testa dei clienti e ad aumentare le prenotazioni dirette -raggiungimento dell’obiettivo-.

Di solito, uno degli obiettivi più ambiti è migliorare la qualità del servizio.

Bene, ci sta, ma è troppo generico.

Innanzitutto, bisogna capire in cosa consiste la qualità del servizio che intendete offrire.

  • Volete camere più belle?
  • Desiderate differenziarvi dai competitors?
  • Vi piacerebbe dare qualcosa in più ai vostri ospiti?

Stabilito questo, procedo per gradi, valutando i costi/benefici del progetto e studiando tutte le strade percorribili.

Rinnovare le camere in toto, può rivelarsi molto costoso, soprattutto nel caso la vostra struttura disponga di oltre 20 stanze.

Personalmente, cerco sempre di fornire soluzioni in linea con il budget dei miei clienti, perché è inutile proporre un progetto da 50.000 euro se la disponibilità non supera i 20.000.

Come faccio?

Credendo tantissimo nel concetto di network, nel tempo sono riuscita a mettere insieme una serie di contatti di cui mi avvalgo -benedette relazioni sociali 🙂 – professionisti che mi vengono in aiuto nel momento in cui ho bisogno di personalizzare un servizio.

In pratica, collaboriamo cercando di contenere i costi facendo rete, anche perché, in termini economici, conviene sempre acquistare una serie di servizi anziché rivolgersi a 10 persone diverse per ogni singola esigenza.

Inoltre, ho imparato che non bisogna mai fermarsi al primo preventivo. Valutarne sempre due o tre è fondamentale, analizzando nel dettaglio l’offerta e calcolando la convenienza in termini di tempi, assistenza e qualità, un punto che non deve mai mancare.

Tornando al nostro esempio sul rinnovo delle camere, ci sono soluzioni che permettono di farlo a un costo contenuto.

Come?

Scegliendo una gamma di colori e usarli personalizzando l’hotel. Da qui, si parte ridipingendo gli arredi esistenti e creando logo e biglietti da visita in tema con i nuovi colori che caratterizzano la struttura ricettiva. Se vi interessa questo discorso, vi rimando al mio articolo dove vi racconto come ho rinnovato una piccola struttura con una spesa contenutissima: Creare un nuovo servizio in hotel con pochi soldi.

Chiaramente, avere un budget elevato abbatte tempi e fatica, ma vi racconto tutto questo per dire che esistono anche soluzioni alternative.

Tutti i consulenti lavorano così? No, come è giusto che sia, ognuno ha il suo metodo. Io ho voluto mostrarvi come si svolge una mia consulenza alberghiera, perché io penso che il segreto sta nel personalizzare il servizio sulla base delle esigenze dei clienti, trovando la strada migliore da percorrere.

Se siete arrivati a leggere questo articolo fin qui, probabilmente sono riuscita a suscitare il vostro interesse e questo mi fa capire di aver ragione, in quanto la pensate come me.

Avete in mente un’idea da realizzare per la vostra struttura ricettiva ma non sapete fare o temete di non farcela?

Contattatemi senza problemi e parliamone, troveremo insieme la strada più adatta a voi. Per scoprire come posso aiutarvi, vi rimando alla pagina Lavora con me, dove compilare il modulo di contatto.

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Tutti gli errori dell’Occidente in Siria: una gestione disastrosa

errori dell'Occidente in Siria

Se l’Occidente, gli Stati Uniti e l’Europa per intenderci, nel corso degli anni avesse agito diversamente, l’attuale situazione siriana sarebbe diversa?

Domanda di non poco conto, perché gli errori della gestione occidentale in Siria hanno contribuito al disastro che oggi è per lo più ignorato dal mondo.

La drammatica situazione che si registra nel Paese tenuto sotto scacco da Bashar Al-Assad non è frutto di improbabili eventi casuali. Bensì dipende -anche e per la maggior parte- da una serie di mancanze e improbabili pasticci diplomatici e di comodo, messi in piedi da una parte di mondo che ha goffamente tentato di reagire. Lo ha fatto senza tener conto della situazione nel suo insieme, a dimostrazione che la nostra classe dirigente manca di competenze geopolitiche, oggi indispensabili per governare in una società aperta e globalizzata come quella attuale.

Gli errori dell’Occidente in Siria

Sull’argomento ci sarebbe moltissimo da dire. Ma, volendo semplificare, è possibile tracciare un fil rouge che, scelta dopo scelta -e in qualche caso non scelta- ha fatto si che questa tragedia continui a consumarsi in silenzio da oltre un decennio.

Combattere il terrorismo lasciando campo libero a Bashar Al-Assad

I primi interventi da parte della coalizione militare guidata dagli Stati Uniti di Obama contro l’Isis, risalgono ormai ad Agosto 2014.

Secondo quanto riportato da WallStreetItalia.com

[…] Gli esperti internazionali hanno sottolineato la necessità che la coalizione rimanga unita e determinata nella sua missione di degradare e sconfiggere l’Isis. E di farlo “attraverso un approccio globale che includa impegni militari, umanitari, di stabilizzazione, di comunicazione e politici nel periodo avvenire”, confermando la necessità di continuare nell’impegno militare.

Parole lodevoli, su questo non c’è dubbio. Eppure, guardando la storia a ritroso, saltano all’occhio fatti discutibili.

La coalizione militare guidata dagli americani e appoggiata da Inghilterra, Francia e Turchia -altro elemento che apre la strada a non poche perplessità- nei suoi interventi si è concentrata unicamente sulla sconfitta dell’Isis.

Che di certo non sono angeli caduti dal cielo, nessuno può affermare il contrario e nessuno può dimenticare i video realizzati a uso e consumo di un Occidente terrorizzato. Terrorizzato dalla concreta possibilità di attentati su suolo europeo e americano e dalla presunta invasione islamica, non certo preoccupato di indagare nelle dinamiche interne della stessa organizzazione. Neppure, a essere onesti, di comprendere quali conseguenze avrebbe portato ai civili siriani la nascita del Califfato.

Due pesi e due misure, insomma. Fai ciò che ritieni più opportuno, purché lontano dall’Occidente.

Ma non solo.

Lasciare solo il Free Syrian Army

Nel momento in cui si era capito di che pasta fossero fatti i combattenti appartenenti all’Isis, che inizialmente facevano fronte comune con il Movimento di Liberazione di Al-Nusra -organizzazioni che avevano, almeno all’apparenza, l’obiettivo di opporsi al regime di Assad, l’Occidente ha pensato bene di smettere di sostenere l’Esercito Siriano Libero. Che di fatto era l’unica organizzazione con un preciso referente, Riyad Al-As’ad prima e Salim Idris in seguito.

Viene spontaneo chiedersi, dunque, se ci siano stati dei tentativi di dialogo con lui, se sia stata almeno imbastita una strategia per cercare un accordo, o, quantomeno, chiedergli di riferire circa la sua presunta vicinanza alle violente politiche di Al-Nusra e Isis.

Perché a onor del vero, quello che la storia consegna all’Occidente, è la profonda spaccatura tra le varie forze di opposizione, tanto che il Free Syrian Army è accusato di essere troppo debole e moderato dagli altri due.

Davvero è stato fatto tutto il possibile per aiutarlo, prima di lasciarlo solo?

Il dubbio è più che legittimo. Su Insideover.com, in un articolo del 3 Settembre 2017 di Roberto Vivaldelli, si riportano le parole di Robert Ford, l’ex ambasciatore americano in Siria:

La guerra è agli sgoccioli. Assad ha vinto e rimarrà al potere. Questa è la nuova realtà che dobbiamo accettare, e non c’è molto che possiamo fare. A meno che i governi stranieri che in passato hanno sostenuto il Free Syrian Army siano disposti a inviare denaro, armi […], e fornire supporto militare alle Forze Democratiche Siriane […] che stanno combattendo contro lo Stato Islamico, sarebbe comunque impossibile per i ribelli sconfiggere Assad e i suoi alleati russi e iraniani.

La realtà è davvero come la conosciamo?

Resta un mistero, poi, per chiunque ami porsi delle domande, come sia possibile che Bashar Al-Assad, sostenuto peraltro da Vladimir Putin, sia in grado di radere al suolo un intero Paese di 23 milioni di abitanti, distruggendo porti, città, fabbriche, siti archeologici millenari e usare armi chimiche sulla popolazione inerte ma non sia riuscito a contenere l’Isis.

I fondi alla Turchia e i risultati disastrosi

Nel disastro perpetrato dall’Occidente in Siria, poi, salta all’occhio un altro errore. Un errore madornale commesso da un Europa impazzita e impacciata. Un errore che si continua a pagare in termini di vite umane, senza tralasciare, peraltro, l’enorme dispendio economico.

Un mare di soldi che avrebbero potuto essere spesi, se non per sostenere attivamente i ribelli di Assad, almeno per salvare la vita alle vittime -un numero incalcolabile e sottostimato- del regime governativo.

La non scelta dell’Occidente e i profughi siriani

Anziché attivarsi e fronteggiare in prima linea un disastro umanitario senza fine, i leader europei hanno scelto di lavarsene le mani. Sborsando milioni di euro da regalare letteralmente alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, allo scopo di contenere la temuta invasione di profughi musulmani che, inevitabilmente, si sarebbero riversati in Europa. Ancora una volta, una scelta di comodo e il timore di un’invasione islamica.

L’impasse Europa-Turchia nella questione siriana

Tale scelta -o non scelta che dir si voglia- ha contribuito a creare un’ impasse diplomatica intricata come poche.

Da una parte Erdogan che continua a intascare i fondi europei che, almeno in teoria, dovrebbero essere utilizzati a scopi umanitari -altro elemento su cui ci sarebbe moltissimo da dire-.

Dall’altra, un’ Europa che si è auto-imprigionata e si ritrova oggi sotto il ricatto di Erdogan, il quale minaccia, di nuovo -un fatto davvero ricorrente nella questione siriana- lo spettro della tanto temuta invasione di migranti musulmani.

Lo stesso Erdogan che, pur avendo sostenuto la coalizione americana contro l’Isis -appoggiando, dunque, almeno inizialmente, il fronte europeo- oggi diventa sempre più minaccioso nei confronti della Siria, senza tralasciare l’incognita dell’esplosiva situazione relativa alla minoranza curda.

Ancora una volta, chi si aspetterebbe un qualche tipo di intervento, anche solo diplomatico, da parte di Europa e Stati Uniti, sembra attendere invano.

Secondo Alberto Negri, in un articolo pubblicato su Linkiesta.it

[…] L’aspetto più sconcertante di questo atteggiamento americano, è che in Siria gli Usa non sono intervenuti neppure per proteggere i loro alleati curdi-siriani colpiti dall’avanzata della Turchia.[…] Eppure i curdi sono stati impiegati dagli Usa per combattere il Califfato e conquistare Raqqa, un tempo capitale di Al-Baghdadi e dell’Isis

Gli errori dell’Occidente in Siria: la situazione attuale e il ruolo di Biden

Da Bruxelles e dalla Casa Bianca tutto tace.

Perché Biden pare essere più interessato al conflitto in Ucraina, dando a Vladimir Putin del macellaio e del criminale di guerra.

Ironia della sorte, sembra dimenticare che si tratta dello stesso uomo che ha appoggiato e continua ad appoggiare incondizionatamente Bashar Al-Assad. Tanto rumore -sacrosanto- per l’Ucraina, che però stride drammaticamente con il silenzio riservato alla Siria.

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Reception

Diventare receptionist d’albergo: cosa studiare?

Articolo aggiornato il 29 Giugno 2022

diventare-receptionist-albergo-cosa-studiare

Il percorso per diventare receptionist d’albergo qualificato include un’ottima formazione, spiccate capacità comunicative e tanta intraprendenza nella ricerca del lavoro.

In questo articolo andiamo ad analizzare singolarmente le materie da studiare per lavorare in albergo e diventare receptionist d’hotel professionista.

Le caratteristiche del receptionist d’hotel

Come altri impieghi a contatto con il pubblico, anche quello del receptionist d’hotel è un lavoro poliedrico.

Tra prenotazioni di musei on-line, consigli sulle escursioni nei dintorni e la scelta del vino migliore, per essere davvero professionali servono competenze molto diverse tra loro.

Competenze interpersonali

Di solito tutti si concentrano sull’esperienza, io, però, non sono d’accordo. Tutta la preparazione del mondo, infatti, diventa inutile se non è supportata da un insieme di capacità comunicative e comportamentali. Quali? Ecco, secondo me, le più importanti:

  • predisposizione al contatto con le persone;
  • capacità di ascolto;
  • buona gestione dello stress – ovvero, saper mantenere calma e compostezza anche davanti agli imprevisti-.

Certo si tratta di caratteristiche intrinseche al carattere, però, con il tempo, possono essere sviluppate e migliorate. A questo proposito, vi consiglio di leggere il mio articolo sugli skills fondamentali per un receptionist d’hotel: Essere un buon receptionist d’hotel: le capacità da coltivare

Capacità tecniche

Le capacità tecniche includono tutte le mansioni tipiche di un receptionist d’albergo: non solo -dunque- l’accoglienza degli ospiti, ma anche la gestione delle prenotazioni. Detto questo si apre un mondo, nel senso che molto dipende dal tipo di struttura in cui lavorate. Potreste dover inserire le prenotazioni nel programma di gestione aziendale, occuparvi dell’overbooking, della gestione reclami, della fatturazione eccetera. Tutto quello che, in gergo tecnico, si chiama back-office e andremo ad approfondire in seguito.

Chiaramente, non ci si può improvvisare e una buona preparazione di base è indispensabile.

Tutte le materie fondamentali per diventare receptionist d’albergo si studiano nei percorsi scolastici e universitari di settore. Tuttavia, se provenite da un percorso formativo diverso, si possono anche studiare singolarmente.

Diventare receptionist d’albergo: le materie base da studiare

Lingue

Iniziamo proprio dalla materia fondamentale, ovvero, le lingue. Chiaramente, occorre saperle parlare bene per potersela cavare in ogni situazione. In genere, per diventare receptionist d’hotel, si richiede la conoscenza di due lingue straniere.

Se vi state chiedendo quali lingue studiare, partite sempre dall’inglese, che non può mancare per chi vuole lavorare nel mondo del turismo. Le altre lingue maggiormente utilizzate-almeno in Italia- sono il francese, il tedesco e lo spagnolo. Tuttavia, l’arabo e le lingue orientali come il cinese e il giapponese, diventano sempre più apprezzate, per non parlare del russo.

Consiglio: se non avete la possibilità immediata di imparare queste lingue emergenti, partite da quelle europee, per poi scegliere una lingua extra come specializzazione -magari studiandola privatamente-. Non è mai tardi, è qualcosa che potrete fare negli anni e un ottimo modo per dare visibilità al vostro curriculum.

Tecnica turistica

Lo so, il nome è molto generico e, detto così, non dice molto. In sostanza, si tratta di una materia vastissima che studia e analizza il fenomeno turistico da ogni angolazione.

Riassumendo, la tecnica turistica può essere suddivisa in diverse macro aree, ognuna delle quali contiene tanti sotto argomenti.

A livello macro, volendo semplificare parecchio, troveremo:

  • l’economia, con la gestione finanziaria delle aziende turistiche;
  • la parte legislativa, con le varie definizioni e tipologie delle aziende;
  • il marketing, con le strategie comunicative e promozionali a breve, medio e lungo periodo.

Con il termine aziende turistiche, si intendono tutte le imprese che, pur nella loro diversità, si relazionano al fenomeno turistico. Quindi, ad esempio, rientrano nella categoria tour operator, agenzie di viaggio ed enti del turismo.

Anche se a prima vista tutto questo potrebbe allontanarsi dall’ottica alberghiera, studiare bene la tecnica turistica è fondamentale per una conoscenza del turismo a 360°.

Informatica

Oggi, gran parte del lavoro organizzativo del receptionist d’hotel si svolge tramite computer. Anche se non bisogna certo essere dei geni informatici, una buona preparazione può essere utile.

Da dove partire? Secondo me, le basi sono:

  • i vari programmi di posta elettronica;
  • il pacchetto Office – Word, Excel, Power Point-.

Dopodiché, si deve imparare ad utilizzare il software di gestione alberghiera -diverso in ogni struttura- e le varie interfacce dei colossi come Booking ed Expedia.

Consiglio: dato che le conoscenze digitali sono sempre più richieste, se questo mondo vi appassiona, potreste orientarvi su qualche competenza specifica. Per esempio in linguaggi di programmazione, oppure in gestione dei programmi grafici, non si sa mai cosa potrebbe venirne fuori.

Diventare receptionist d’albergo: quel quid in più

Come abbiamo visto fin ora, lingue, tecnica turistica e informatica sono le materie base da studiare per diventare receptionist d’albergo. Tuttavia, per distinguersi realmente, dovete puntare su qualcosa di diverso che possa attirare l’attenzione su di voi.

Cosa studiare per differenziarsi: le materie extra

Secondo me, ci sono almeno tre materie fondamentali per diventare un receptionist d’albergo esperto, capace di lavorare nelle strutture di lusso di qualsivoglia Paese.

Geografia turistica

Ovvero, la conoscenza delle attrazioni turistiche e delle peculiarità storiche e artistiche dei luoghi. Questo, è essenziale per due motivi:

  • vi permetterà di essere ben preparati sul vostro territorio di riferimento;
  • potrete conversare con gli ospiti sulle bellezze di casa loro.

Vi consiglio assolutamente di non sottovalutare il secondo punto. I vostri ospiti, infatti, saranno felici se dimostrerete una conoscenza di questo tipo e vi renderà molto competenti agli occhi del vostro capo. Soprattutto quando sarete in grado di argomentare su una destinazione fuori dalle grandi rotte turistiche.

Geografia culturale

Per definizione si tratta della disciplina che studia la simbologia attribuita ai luoghi. In sostanza, studiare questa materia significa conoscere bene la storia, la religione e le pratiche socio-culturali di un popolo, da un punto di vista anche antropologico.

Qual è la sua utilità nel campo del mondo alberghiero? Vi faccio un esempio in base alla mia esperienza. Avendo studiato geografia culturale del Medio-Oriente, ho saputo cavarmela in situazioni potenzialmente spinose con diversi ospiti di cittadinanza israeliana di religione sia ebraica che musulmana. Nell’hotel in cui ho lavorato si trattava di una situazione frequente, e credetemi se vi dico che i dirigenti della struttura apprezzavano tantissimo. Se non avessi studiato la geografia culturale di questi luoghi, probabilmente non avrei saputo rispondere con il giusto tatto alle considerazioni di questi ospiti.

Tecniche di ospitalità alberghiera

Questa materia è legata alla geografia culturale, ma è più pratica.

Le tecniche di ospitalità alberghiera sono tante e dipendono dal tipo di struttura in cui si lavora -che può essere più o meno di lusso, quindi, anche l’accoglienza può essere più o meno formale-.

Il fil rouge, però, è sempre l’attenzione al bagaglio socio-culturale degli ospiti. Chiaramente, è molto diverso avere a che fare con persone di provenienza occidentale oppure orientale, perché il loro back-ground è differente. Parlo del modo di approcciarsi al personale dell’hotel, alle aspettative verso il soggiorno e alle eventuali richieste extra.

Avere un occhio di riguardo in questo senso significa, di fatto, due cose:

  • mostrare considerazione per gli ospiti che si sentono apprezzati e non trattati come un numero;
  • dimostrare una profonda conoscenza nel campo dell’ospitalità alberghiera.

Siete d’accordo con quanto ho scritto? Avete altre materie da suggerire?

Ora, non vi resta che cominciare a studiare per diventare degli ottimi receptionist d’albergo.

Buon percorso di studi,

Michela

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Medio Oriente e dintorni

Siria: i perché di una rivoluzione dimenticata

siria i perché di una guerra

La rivoluzione siriana si inserisce nel contesto delle Primavere Arabe, l’insieme dei movimenti di protesta nati alla fine del primo decennio del 2000. Un movimento complesso, che l’Occidente non ha saputo cogliere pienamente nella sua essenza -e, forse, di fatto- non ha neppure saputo raccontare.

Capire la guerra in Siria: i perché della rivoluzione

I primi manifestanti del mondo arabo iniziarono a riversarsi nelle piazze chiedendo riforme con uno spirito innovatore che, come un fuoco, si è propagato a colpo d’occhio in diversi Paesi del Medio Oriente.

L’inizio delle proteste a Dara’a

In Siria, il fulcro della delle proteste si rintraccia nella città di Dara’a , a Sud del Paese.

Probabilmente, allora, nessuno poteva immaginare la drammatica piega che avrebbero assunto le cose. Eppure, all’interno della società siriana, i segnali c’erano, ma tutti erano troppo impegnati ad analizzare l’impatto che le Primavere Arabe avrebbero avuto in Europa, così ben pochi hanno saputo coglierli.

La situazione degenerò rapidamente. Le proteste di Dara’a infuocarono il Paese, che si ritrovò sconvolto da una guerra civile in cui furono – e continuano a essere- i civili a farne le spese.

I movimenti di protesta vennero duramente repressi da Bashar Al-Assad, che non ebbe alcuno scrupolo a usare le più bieche forme di violenza sulla popolazione.

Il Ruolo dei Paesi esteri nella rivoluzione siriana

In tale contesto, nel 2011, in contrapposizione all’esercito siriano regolare, quello governativo, nasce l‘Esercito Siriano Libero, appoggiato dai civili che si ribellavano al regime e dai combattenti stranieri, presenti in ogni conflitto, che avevano sposato la causa della rivoluzione siriana.

In questo periodo, all’inizio del 2012, iniziano a delinearsi i primi schieramenti internazionali. Da un lato Russia, Cina e Iran, che avallano il regime di Assad. Dall’altro, Turchia, Gran Bretagna e Francia, forti dell’appoggio fornito dagli Stati Uniti.

I movimenti fondamentalisti

Negli anni immediatamente successivi, il fronte ribelle è profondamente spaccato al suo interno. A fianco dell’Esercito Siriano Libero, compare il Movimento di Liberazione Al- Nusra, fondato da Muhammed Al-Jawlani. Secondo più fonti, tale movimento ha rivendicato diversi attentati terroristici. Accanto ad Al-Jawlani, si delinea una nuova organizzazione, il Daesh.

Daesh è la sigla ricavata da un acronimo arabo e nell’alfabeto latino viene tradotta come “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, più conosciuto come Isis.

La rivoluzione in Siria: eventi e spaccature del fronte ribelle

Il 2013 vede due eventi che saranno ricordati come fondamentali nell’evoluzione della guerra.

  • La conquista strategica della città di Raqqa
  • Il sospetto atroce dell’uso di armi chimiche sulla popolazione, precisamente nella data del 21 Agosto.

Secondo il sito ProterraSancta, le rilevazioni sul posto eseguite dai funzionari dell’Onu confermano tale ipotesi, senza lasciare spazio al minimo dubbio.

Intanto, a farne le spese sono sempre i civili. A causa dell’estremismo degli esponenti del Movimento di Al-Nusra e dell’Isis, l’Occidente sospende ogni aiuto al fronte ribelle. Solo nel 2014 si assisterà a una vera e propria rottura tra le varie forze in campo.

Dal canto loro, l’Isis e il Movimento di Al-Nusra, accusano l’Esercito Siriano Libero di essere troppo moderato, esercito che, di fatto, resta sul campo totalmente abbandonato, nel tentativo di ribellarsi al regime di Assad e alla violenza delle forze fondamentaliste, le quali, pur opponendosi formalmente al governo, seminano il terrore nel Paese, uccidendo migliaia di loro connazionali.

Si arriva così al 2014 quando, all’interno di una Siria martoriata, va in onda la farsa di una delle elezioni più truccate della storia.

Assad viene rieletto con una percentuale di preferenze che sfiora il 90%. Il voto, tuttavia, viene permesso solo nei territori occupati dal suo governo, senza che nessun organismo internazionale vigilasse sulle procedure delle elezioni, escludendo la minoranza curda e l’intero fronte ribelle, concentrato a Nord del Paese.

Alla rielezione di Assad si affianca -parallelamente- la nascita del Califfato Islamico proclamato dall’Isis, con la repentina conquista delle città di Kobane e Mosul.

Gli esponenti dell’Isis, attraverso una strategia comunicativa che terrorizza l’Occidente, conquistano i principali siti archeologici e industriali del Paese, perpetrando violenze inaudite contro chiunque si opponga allo Stato Islamico.

Non si conosce esattamente il numero dei morti tra i civili imputabili all’Isis. Sta di fatto che, in questo anno, si calcola siano 300.000 i profughi riversatisi solo nella vicina Turchia.

Ancora una volta, i civili si trovano nella morsa del regime governativo e del Califfato, che sceglie proprio Raqqa come nuova capitale dello Stato Islamico.

La colazione di Obama e il ruolo di Putin in Siria

Il 2015 è un anno cruciale per la rivoluzione siriana.

In un clima di guerra fredda che avrebbe riportato il mondo indietro di decenni, una colazione militare guidata dagli Stati Uniti cerca di strappare i territori conquistati dalle mani dell’Isis. La strategia militare pare ottenere il successo sperato, tanto che i mesi successivi registrano un indebolimento del Califfato e la riconquista di alcuni dei territori strategici.

Allo stesso tempo, scende in campo la Russia di Vladimir Putin, offrendo pieno sostegno a Bashar Al-Assad.

La motivazione ufficiale, che avrebbe -almeno in teoria- dovuto avvicinare le visioni di Putin e Obama, aveva come obiettivo la sconfitta del Califfato.

Purtroppo, la realtà dei fatti si scontra duramente con la retorica, perché oggi la Russia detiene il controllo di un’ampia fetta del territorio siriano, continuando a spalleggiare un regime che si è dimostrato capace delle più bieche azioni nei confronti dei civili innocenti.

Stavolta, il teatro dello scontro è Aleppo. Questa città dalla storia millenaria viene martoriata e divisa in due, in uno scontro che pare non finire mai, come nel peggiore degli incubi. Il lato occidentale finisce sotto il controllo del regime governativo di Assad e l’altro si ritrova schiacciato da un assedio feroce, dove diventa impossibile persino procurarsi i beni di prima necessità. Nel 2016, anche questa parte della città viene assoggettata al controllo del regime.

L’anno successivo, il 4 Aprile del 2017, si registra un nuovo attacco chimico ai danni della popolazione, nei pressi di Idlib, a Nord del Paese, zona oggi in cui resiste l’Esercito Siriano Libero, che, intanto, si trova a dover fronteggiare numerose ingerenze da parte delle residue sacche legate al Movimento di Liberazione Al-Nusra e al Califfato Islamico.

L’Esercito Siriano Libero non ha mai smesso di opporsi al regime di Assad.

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Italia Viaggi

Borghi del Lazio: qualche idea per una vacanza slow

Articolo aggiornato il 22 Giugno 2022

borghi del lazio

Vado subito al sodo: in questa mini guida andremo alla scoperta di alcuni borghi del Lazio, per una vacanza alternativa all’insegna del benessere e della tranquillità, perfetta anche per i bambini.

Buona lettura!

Visitare i borghi del Lazio: ecco cosa troverete

Lo so, pensando al Lazio viene subito in mente Roma. Eppure la mia regione è costellata di tesori nascosti che attendono solo di essere scoperti.

Gli ingredienti di questo viaggio? Arte, natura e buon cibo, il tutto accompagnato dai ritmi lenti di una volta.

Visitare i borghi del Lazio significa scoprire tradizioni e modi di vivere che difficilmente troverete in una grande città come Roma. Vuol dire andare alla scoperta di un territorio apprezzandone le caratteristiche e le usanze che vengono ancora trasmesse di generazione in generazione. Con calma, appunto, perché la lentezza aiuta ad assaporare meglio quello che, altrimenti, verrebbe solo percepito di sfuggita, senza riuscire ad apprezzarne la ricchezza.

Borghi del Lazio: i più belli provincia per provincia

Come si intuisce dal titolo di questo paragrafo, ho scelto di suddividere i borghi in base alla provincia. Cominceremo il nostro viaggio partendo dal Nord della regione: da Rieti a Viterbo, passando per il centro -Roma e Frosinone- fino a giungere alla volta della zona costiera, a Sud del Lazio, in provincia di Latina.

  • Chiaramente questa non è una guida definitiva sui borghi del Lazio; per fare questo avrei dovuto scrivere un libro intero. Nel paragrafo introduttivo di questo articolo, ho parlato di mini-guida. Quello che vorrei suggerire con questo post, infatti, è un’idea di viaggio, un’ispirazione, segnalandovi volta per volta qualcosa sul borgo di cui vi parlo e le attrazioni più belle da visitare.
  • Potete personalizzare il vostro itinerario in base al luogo dove vivete. Se venite da altre zone d’Italia, potreste scegliere un viaggio itinerante, oppure optare per la visita a un paio di borghi dopo un soggiorno a Roma. Se invece siete di queste parti, potreste concentrare la visita ai borghi durante i weekend, ottimi per le gite fuori porta.

Provincia di Rieti

Amatrice

borghi del Lazio

Non è un caso che abbia scelto di iniziare con Amatrice. Prima del terremoto era tra le punte di diamante dei borghi del Lazio. Onestamente non sono più andata dopo il sisma, quindi non mi sento di consigliarvi cosa vedere. Andate, allora, per aiutare l’economia di Amatrice e non dimenticare le sue vittime e i sopravvissuti, dotati di una dignità e una forza d’animo non comuni. Acquistate i prodotti locali dai piccoli commercianti e gustatevi un ottimo piatto di bucatini all’amatriciana, il simbolo del borgo.

Castel di Tora

Conosciuto come Castel Vecchio fino al 1864, il borgo di Castel di Tora si affaccia direttamente sul Lago del Turano. Qui vi racconto la mia esperienza in campeggio sul lago: Campeggio libero (o quasi) nel Lazio? Al Lago del Turano!

Da non perdere:

  • l’eremo di San Salvatore – a picco sul lago-
  • la Chiesa Barocca di San Giovanni Evangelista
  • il Convento di Santa Anatolia

Collalto Sabino

Situato a 980 metri s.l.m., il borgo antico è un’insieme di piccole abitazioni in pietra e vicoletti in selciato, capaci di riportare indietro nel tempo. Dall’alto della collina, una rocca del ‘600 domina su tutto il territorio di Collalto Sabino.

Da visitare:

  • il castello baronale con il parco interno
  • percorsi e sentieri naturalistici nei boschi circostanti

Foglia

Il nome del borgo è di chiare origini pagane. Foglia deriva infatti da Fauna, la moglie di Fauno, il dio della campagna, venerato dai popoli latini e sabini.

Questo splendido borgo è situato lungo le rive del Tevere ed è ottimo per trascorrere una domenica all’insegna del cibo locale e della cultura. A proposito di cultura, non perdete una visita a Palazzo Orsini.

Ecco invece qualche proposta culinaria:

  • fettuccine con asparagi, pancetta e pecorino
  • strozzapreti al sugo con guanciale, cipolla e peperoncino

Greccio

borghi del Lazio

Questo borgo laziale è conosciuto in tutta la regione per i suoi presepi durante il periodo di Natale. La componente religiosa a Greccio è molto forte e si può respirare tutto l’anno.

Cosa visitare a Greccio:

  • Museo Nazionale del Presepe
  • santuario francescano del presepe
  • Collegiata di San Michele Arcangelo
  • Sentiero degli Artisti -all’interno del centro storico-

Se amate la natura, vi consiglio di scoprire i molti sentieri naturalistici e religiosi poco lontani da Greccio.

Orvinio

Il borgo di Orvinio è situato all’interno del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, quindi nei dintorni si possono fare diverse escursioni naturalistiche. Orvinio, situato a metà tra collina e montagna, rappresenta bene lo stile di vita tranquillo tipico dei paesini di provincia. A livello culinario sono ottimi i piatti a base di funghi porcini e le zuppe di farro.

Da visitare:

  • Chiesa di San Giacomo
  • Chiesa di Santa Maria dei Raccomandati

Provincia di Viterbo

Civita di Bagnoregio

borghi del lazio

Civita di Bagnoregio è la perla dei borghi del Lazio in provincia di Viterbo. Si tratta di un borgo fragile, conosciuto anche come “la città che muore”. Civita infatti sorge su uno sperone d’argilla, sempre più soggetto alla naturale erosione del tempo. Per questo, secondo molti geologi, Civita di Bagnoregio è destinata a scomparire.

Sutri

Definito come il borgo dei Volsci e degli Etruschi, il nome Sutri rimanda chiaramente al dio Saturno e ne fa intuire le origini antiche e pagane. Si trova arroccato su uno sperone tufaceo ed è circondato da tantissimo verde.

Da visitare:

  • l’ Anfiteatro romano
  • la Chiesa di San Francesco
  • la Chiesa di Santa Maria Assunta

Torre Alfina

Torre Alfina rappresenta un ottimo esempio di buona valorizzazione dei territori, in quanto riesce a sfruttare al meglio tutte le risorse storiche, artistiche e culturali, piazzandosi a buon diritto tra i borghi più belli del Lazio.

Cosa vedere:

  • Museo del Fiore
  • Chambre d’Amis – una mostra di arte moderna permanente allestita all’aperto-
  • Bosco del Sasseto, ideale per itinerari naturalistici

Vitorchiano

Se volessi riassumere in poche parole il borgo di Vitorchiano lo descriverei come un mix tra arte, cultura e natura.

Da visitare:

  • varie Chiese più il Palazzo Comunale all’interno del borgo
  • Trappa Cistercense – un convento appartenente all’ordine trappista, famoso per la produzione di miele e marmellate-
  • Selva di Malano – un percorso naturalistico dove ammirare reperti etruschi-

Provincia di Roma

Canterano

Conosciuto come “il borgo delle scale”, Canterano si trova all’interno del territorio del fiume Aniene. Il centro storico perfettamente conservato è un gioco intricato di vicoletti, stradine e scalinate, sembra di tornare direttamente al Medioevo.

Da visitare:

  • il cimitero ottocentesco
  • la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove, secondo la tradizione cristiana, sarebbe apparsa la Vergine Maria

Castel Gandolfo

borghi del lazio

Castel Gandolfo è il luogo di villeggiatura del papa. Questo elegante borgo pullula di importanti palazzi e ville storiche. Inoltre, è arricchito dalla presenza del lago. Castel Gandolfo è incluso nel territorio dei Castelli Romani, un itinerario di tutto rispetto che può rappresentare l’alternativa alla più caotica Roma.

Castel San Pietro Romano

Abbarbicato su un colle, Castel San Pietro Romano si affaccia su Palestrina, a 4, anzi, 5 chilometri da casa mia – affacciandomi alla finestra, mentre scrivo questo post, riesco a vederne le mura cittadine-.

Per questo presto ve ne parlerò in un articolo a parte in modo più dettagliato. Per ora, vi anticipo solo 3 elementi che caratterizzano questo borgo: ritmi lenti, aria buona e ottima cucina locale. Che ne dite, è abbastanza per visitarlo?

Percile

Percile è conosciuto come il borgo dei 2 laghi, Marraone e Fraturno. Entrambi si trovano in un’oasi fatta di boschi e percorsi naturalistici, ideale anche per bambini.

Attrazioni culturali a Percile:

  • le chiese del borgo – Santa Anatolia, Santa Lucia e Santa Maria della Vittoria-
  • Palazzo Borghese -oggi sede del Municipio, una volta apparteneva alla famiglia Orsini-

Subiaco

Proseguendo il nostro viaggio alla scoperta dei borghi del Lazio arriviamo a Subiaco. Anche in questo caso, non siamo troppo distanti da casa mia, quindi prossimamente vi racconterò per bene cosa vedere in questo splendido borgo. Per il momento, vi consiglio di non perdervi il monastero di San Benedetto.

Provincia di Frosinone

borghi del Lazio

Atina

Bastano poche parole per descrivere questo borgo, ovvero tanta arte circondata dal verde.

Cosa vedere all’interno del borgo:

  • Duomo di Santa Maria Assunta
  • Palazzo Visacchi
  • Convento di San Francesco

Da non perdere, fuori dal borgo:

  • Cimitero “Vecchio”- con architetture di origine romana, inclusa domus + strada lastricata
  • Chiesa di San Marciano
  • Collina di Santo Stefano – un’ area naturalistica con testimonianze di architettura romana e medioevale-

Boville Ernica

Questo borgo antichissimo, famoso per il ricamo artigianale, risulta completamente inglobato all’interno della cinta muraria cittadina, ed è un concentrato di arte. I periodi storici più rappresentativi vanno dal ‘300 al ‘700.

Ecco cosa vedere:

  • Chiesa del Battista
  • Piazza Sant’Angelo
  • Collegiata di San Michele Arcangelo
  • Abbazia di San Pietro Ispano, con grotta, cripta e Cappella Simoncelli -con opere d’arte provenienti dall’antica Basilica di San Pietro in Vaticano-

Castro dei Volsci

Anche in questo caso, le origini sono molto antiche e il nome del borgo significa “castello dei Volsci”.

In questo borgo, dove nacque Nino Manfredi, le stradine tortuose si susseguono svelando la presenza di antiche botteghe molto caratteristiche.

Cosa vedere:

  • Monastero di San Nicola + chiesa
  • Chiesa di Santa Maria
  • Chiesa di Santa Oliva

Pico

Questo borgo, inserito nel Parco Naturale dei Monti Aurunci, conserva tutta la bellezza del centro storico medioevale.

Da non perdere:

  • Casa Landolfi + giardino -tra l’altro il borgo ospita un Parco Letterario dedicato a questo scrittore-
  • percorsi naturalistici nei pressi del centro abitato

Da acquistare:

  • ricami artigianali
  • ceramiche
  • oggetti in vimini

Borghi del Lazio in provincia di Latina

Eccoci arrivati all’estremità della regione. In questa parte finale del nostro viaggio ci sono due borghi di rara bellezza che si affacciano sul mare.

San Felice Circeo

Come si intuisce dal nome, le origini di San Felice Circeo sono a cavallo tra storia e mitologia. Secondo la leggenda, l’attributo circeo richiamerebbe alla maga Circe dell’Odissea. La sua casa sarebbe stata il promontorio che cade a picco sul mare.

Chiaramente l’attrazione principale di questo borgo è il mare, circondato da lunghe spiagge rigogliose di vegetazione mediterranea.

A livello storico, invece, ecco cosa non dovete perdere:

  • il sito archeologico di Villa dei Quattro Venti – con reperti romani-
  • il Giardino Panoramico di Vigna La Corte
  • la Porta del Parco -antica cappella dei templari-
  • la Torre dei Templari – all’interno c’è una mostra molto interessante sull’Homo Sapiens-

Sperlonga

borghi del Lazio

Anche in questo caso è il mare a fare da padrone, con il blu che risalta sul bianco degli intonaci del borgo, tutto da scoprire tra vicoletti e ripide scalinate. Ve ne parlo dettagliatamente nel mio articolo: https://michelamilani.it/cosa-fare-a-sperlonga/

Come vedete, viaggiare alla scoperta dei borghi del Lazio permette di scoprire angoli nascosti e ancora incontaminati. Secondo me potrebbe essere un’idea da prendere in considerazione per la prossima estate. Se cercate una vacanza tranquilla, all’insegna del relax e della cultura, un viaggio simile fa sicuramente al caso vostro, non credete?

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Medio Oriente e dintorni

Siria: una guerra dimenticata

guerra-dimenticata-in-siria

Nel Marzo di quest’anno ricorreva l’anniversario, l’undicesimo ormai, dell’inizio della guerra in Siria. L’undicesimo anno del protrarsi di una rivoluzione tra le più cruente della storia moderna.

Una rivoluzione dimenticata, troppo lontana e, forse, per questo, poco degna di nota da un Occidente impegnato a leccarsi le ferite dopo i due anni di pandemia da Covid-19. Un Occidente preoccupato di difendere i suoi confini da una guerra stavolta ben più vicina ai suoi lidi.

Ma il silenzio occidentale non inizia oggi, perché si sussegue ormai da ben dieci anni.

Un silenzio di comodo dove, in un periodo ormai lontano, ai timidi accenni della Primavera Araba in Siria da parte di un certo main-stream faceva eco la voce del popolo, quello italiano, che tanto sembrava aver a cuore le sorti di Damasco e della sua gente.

Eppure, anche quella voce, ormai, sembra sopita da tempo, frutto del superamento di una moda. Una moda travestita da (finto) perbenismo, lasciata indietro a fronte di argomenti più di tendenza e, dunque, maggiormente degni di interesse.

Solo un richiamo da parte di Papa Francesco a ricordo di questo anniversario di eventi che, se vivessimo davvero in un mondo civile, farebbero accapponare la pelle a qualsivoglia individuo di qualunque credo religioso.

Nell’epoca dell’iper-connesione e delle news in tempo reale, nell’epoca delle immagini e dei video, un dato di fatto stride come non mai.

Oggi, gli italiani sanno poco o niente di quanto sta accadendo in Siria. Eventi frutto di un governo repressivo che è lontano dalla democrazia tanto quanto il diavolo lo è dall’acqua santa. Un governo repressivo che nel silenzio assordante del mondo continua ad agire impunito, in un genocidio che va avanti da un decennio.

Il popolo siriano continua a soffrire, e al dolore si aggiunge la beffa dell’indifferenza.

I bambini continuano tutt’ora a vivere nei campi profughi, i quali, per loro stessa natura, rappresentano il simbolo di quell’infanzia negata.

I profughi, che il mondo occidentale etichetta tutti, spesso e frettolosamente, come terroristi -con il risultato di confondere ulteriormente le idee a una grossa percentuale di persone- guardano alla Siria da lontano.

Perdendosi nei ricordi di ciò che è stato, sperando in un futuro migliore, dove futuro si sovrappone a “ritorno”. Ritorno che, tuttavia, al momento, non sembra possibile, almeno non a breve termine. Così, la tragedia continua a consumarsi in un martirio senza fine, nell’ignoranza delle masse e nell’indifferenza di chi avrebbe il potere di agire ma, di fatto, sceglie di non farlo.

Vergogna, mondo. Vergogna.

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Hotel Marketing

Rafforzare il brand di una struttura ricettiva: il caso Starthotels a Firenze

rafforzare il brand di una struttura ricettiva

Ogni tanto, soprattutto con il caldo di questi giorni, ci vuole un articolo più leggero. Per questo ho deciso di parlare di una news che arriva direttamente dalla crème del settore alberghiero italiano. Ovvero, il caso Starthotels a Firenze. Notizia che dimostra come fare network e partecipare al benessere del proprio territorio, contribuisce a rafforzare il brand di una struttura ricettiva.

La mia fonte

Era la settimana scorsa quando stavo scorrendo la Home del mio profilo Linkedin e mi sono imbattuta in un post molto interessante.

Come vi dicevo nel paragrafo precedente, parliamo di una notizia che mi ha fatto molto piacere perché dimostra che, a dispetto della crisi, il settore alberghiero italiano ha la capacità di reinventarsi, con tutti i presupposti per resistere a questo periodo difficile per mille motivi.

Rafforzare il brand di una struttura ricettiva: il progetto

Vi riporto direttamente la citazione che ho letto e che lascia ben sperare per il futuro.

Starthotels ha finalizzato l’accordo di management con Itines, player a livello globale nella real estate, e l’investitore Blu Noble per la gestione di oltre 150 appartamenti ospitati negli spazi dell’ex Teatro del Maggio fiorentino, a Firenze.

La nuova proposta residenziale di alta gamma in affitto, che si chiamerà il Teatro Luxury Apartments-Starthotels Collezione, comprende appartamenti di varia tipologia e dimensioni, fa parte del più ampio progetto di riqualificazione dell’area di Corso Italia che verrà valorizzata e restituita alla città come destinazione di interesse.

Fonte: Linkedin.com

I risultati nel lungo periodo

Grazie a questo nuovo accordo commerciale, dunque, non solo è stata rimessa in funzione una struttura inutilizzata, ma l’intera città si prepara a diventare potenziale destinazione specializzata nel settore luxury. Cosa che, tra l’altro, porterà alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Starthotels ha scommesso sulla sua immagine, partecipando attivamente al benessere del tessuto socio-economico di Firenze.

Questo è senz’altro il miglior investimento che potesse fare in termini di pubblicità, un investimento a lungo periodo che porterà benefici nel corso del tempo, permettendogli di imporsi come leader di settore nell’intera città.

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Medio Oriente e dintorni

Nuova rubrica “Medio Oriente e dintorni”: il perché di questa scelta

medio oriente e dintorni

Scrivo questo post di getto, quasi non riuscissi a trattenere le parole, per raccontarvi una cosa che mi sta molto a cuore. Quindi immaginatemi davanti a voi, come se fossimo intenti in una chiacchierata tra amici di vecchia data, davanti a una coppa di gelato visto il caldo di questi giorni.

Oggi voglio parlarvi del motivo per cui ho deciso di inserire questa nuova rubrica, dal titolo Medio Oriente e dintorni, all’interno del blog.

I dubbi iniziali

So perfettamente cosa state pensando. In questo spazio metto a disposizione la mia conoscenza relativa al mondo alberghiero, offro consulenze alle strutture ricettive, parlo di travel blogging e racconto i miei viaggi. Di primo acchitto, viene da pensare che il Medio Oriente non c’entra nulla con tutto questo.

Difatti, sono stata a lungo indecisa sul da farsi. Dentro di me sapevo che sarebbe stata la scelta giusta, ma vi confesso di aver tentennato per un po’, facendomi frenare da stupide esigenze di marketing.

Perché chi lavora nell’ on-line e ha un blog, lo sa. Esiste una legge non scritta secondo la quale, per aumentare il numero di lettori, una volta scelto il tema da trattare, si deve parlare sempre dello stesso argomento. Al limite si può scrivere qualcosa di correlato, senza mai uscire dal settore di riferimento.

Vi chiedo scusa

Lo confesso, io stavo cadendo in tutto questo e vi chiedo scusa. Mi scuso con voi perché ho sempre promesso trasparenza assoluta e, questa volta, stavo per rinnegare l’impegno che ho preso.

Per fortuna, esistono molti professionisti con cui è possibile fare rete. Quando gli ho raccontato le mie intenzioni, ho ricevuto tantissimo sostegno. Perché la verità è che io avevo paura. Paura di non essere compresa e di snaturare il mio blog.

” Medio Oriente e dintorni”: il perché di questa scelta

Per farvi capire meglio, facciamo un passo indietro.

Pochi di voi sanno che io lavoro -anche- come ghostwriter. Ovvero “scrittore ombra”. Il che significa essere pagati per scrivere dei pezzi senza firmarli. A qualcuno potrebbe sembrare discutibile, ma vi assicuro che nel mondo della scrittura è una pratica molto diffusa. Essere ghostwriter mi ha consentito di arrotondare le entrate lavorando dalla mia scrivania, permettendomi di essere una mamma presente con mia figlia piccolissima.

Come ghostwriter, scrivo soprattutto di Medio Oriente. Per motivi contrattuali non posso dirvi cosa ho scritto. Ma, se vi interessa l’argomento, sono certa che avrete già letto qualcosa di mio, perché tanti articoli pubblicati in diversi portali e magazine on-line sono i miei.

Di cosa scrivo, esattamente?

Molto dipende dalle richieste, mi capita di realizzare saggi, articoli di blog o editoriali, tutti relativi appunto a quella zona.

Qualche esempio?

  • la questione Israelo-Palestinese
  • Iran
  • Iraq e Afghanistan
  • tematiche relative all’immigrazione

Se ve lo state chiedendo, sì, ultimamente ho lavorato anche a pezzi relativi alla guerra in Ucraina.

Il fatto è che, proprio per questo, qualcosa dentro di me mi spingeva a cambiare. E non è solo perché ho il desiderio di leggere la mia firma sotto quello che scrivo. Alla base di tutto c’è una motivazione più profonda.

Il mio amore per questi luoghi arriva da lontano e ho sempre voluto comprendere certe dinamiche. A essere onesti, almeno in Italia, non è facile riuscirci guardando solo la tv.

L’occasione per toccare le cose con mano è arrivata all’Università.

Io studiavo Scienze del Turismo, ma il mio corso era abbastanza eterogeneo e avevo la possibilità di inserire diversi esami a scelta. Questo mi ha permesso di avvicinarmi alla storia della Palestina, della Siria, ma anche dell’Europa Orientale, che io tanto amo. Ovviamente, oltre ai conflitti e all’intricata storia di questi Paesi, sono venuta a contatto per la prima volta con la tematica dell’immigrazione.

Certo, è chiaro che quello che ho imparato all’Università è stato solo il primo passo, perché poi ho continuato ad approfondire tutto per anni.

Le domande che mi pongo e cosa voglio fare

Tante volte mi sono chiesta il motivo per cui, dal punto di vista occidentale, una vita spezzata sembra avere molto più valore in Europa rispetto a questi altri Paesi.

Perché non abbiamo la stessa attenzione per tutte le guerre?

Queste domande sono andate a scontrarsi con un razzismo a volte esplicito, a volte più sottile, ma pur sempre presente. E con tanta, troppa ignoranza -nel senso di non conoscenza- su questi argomenti, affrontati troppo superficialmente dai media.

Perché la maggior parte delle persone tende ad associare, quasi come fosse scontato, il binomio Islam-terrorismo? Dov’è la verità e dove questa si fonde alla paura e agli stereotipi?

Così, appoggiata da chi ha dimostrato entusiasmo per la mia idea, mi sono detta che devo fare qualcosa per contribuire a cambiare tutto questo. Dicendo la mia e, soprattutto, dando voce a chi voce non ne ha.

Cosa troverete nella rubrica “Medio Oriente e dintorni”

Ora che vi ho spiegato un po’ meglio, ecco cosa troverete all’interno di questa rubrica.

  • approfondimenti sul conflitto tra Israele e Palestina
  • editoriali e articoli sulla Siria
  • analisi del conflitto ucraino, molto simile a quello siriano
  • interviste tematiche sull’Islam e sui Paesi di fede musulmana

Perché conoscere le cose è il primo passo per capirle e oggi viviamo in un mondo tanto globalizzato che ci obbliga a prendere posizione e a lavorare – ciascuno a suo modo- per la pace e l’integrazione tra i popoli. Senza permettere ai pregiudizi di trasformare in un oceano quel braccio di mare che ci separa dall’altra sponda del Mediterraneo.

Per fornirvi un minimo di materiale da leggere, in questo primo periodo troverete un articolo a settimana, poi, probabilmente da Settembre, aggiornerò la rubrica una volta al mese.

Ora che sapete tutto, scrivetemi per dirmi cosa ne pensate, perché sarei davvero felice di ascoltare la vostra opinione e magari ricevere i vostri suggerimenti.

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Romania Viaggi

Itinerario in Transilvania: tour di 10 giorni

Articolo aggiornato il giorno 08 Giugno 2022

itinerario in Transilvania

In questi mesi ho raccontato molte cose della Romania. Mi sono resa conto, però, che mancava un articolo che andasse ad approfondire le varie informazioni utili soprattutto a chi si reca in questo Paese per la prima volta. Ecco allora un itinerario di viaggio in Transilvania perfetto per l’estate.

Come si sviluppa l’itinerario

L’itinerario di questo articolo si snoda lungo alcune delle località più belle della Transilvania. Ho scelto di strutturarlo in 10 giorni in quanto, personalmente, amo i viaggi lenti, che mi permettono di scoprire almeno in parte la cultura e gli usi locali. Secondo me 10 giorni rappresentano un tempo ragionevole per godersi un viaggio e cominciare a farsi un’idea di un Paese. Chiaramente, se avete meno tempo, l’itinerario può essere suddiviso in più parti, scegliendo solo alcune tra le tappe proposte.

Scegliere la Transilvania come destinazione di viaggio

Se mi seguite un po’ sui social o avete letto i miei precedenti articoli, sapete quanto io ami la Romania, il Paese d’origine del marito. Per i viaggiatori italiani la Romania è spesso una destinazione ancora da scoprire, in molti quindi si chiedono cosa troveranno davvero una volta arrivati.

Cosa troverete in Transilvania

Il consiglio che mi sta più a cuore è sempre di lasciare a casa i pregiudizi, in quanto la Romania è uno splendido Paese con moltissimi luoghi diversi da visitare. In particolare la Transilvania è una delle zone più ricche della Romania. Si trova esattamente al centro e il suo territorio incrocia i Monti Carpazi. Parliamo, dunque, di splendidi paesaggi che si estendono tra le colline e le cime delle montagne. La regione è disseminata di città e centri abitati molto antichi. Ci sono numerosi punti di interesse storico, il tutto arricchito da un pizzico di mistero. Per tradizione, infatti, la Transilvania è la regione dei vampiri.

I prezzi sono decisamente economici, soprattutto se paragonati a quelli italiani. Anche i collegamenti sono buoni e, tutto sommato, è semplice spostarsi da una parte all’altra della regione. Nelle principali città turistiche il personale di alberghi e ristoranti parla tranquillamente inglese, quindi non incontrerete nessun problema di comunicazione.

Una volta arrivati in Transilvania, ci sono molte città in cui si può scegliere di far tappa. Brasov, Bran, ma anche Sibiu, Sighisoara e Sinaja. Nel nostro viaggio, il marito e io abbiamo scelto di fermarci a Brasov e, da lì, visitare i dintorni della regione.

Ecco allora l’itinerario in dettaglio.

Itinerario in Transilvania: 10 giorni alla scoperta di fortezze, boschi e castelli

Cosa fare a Brasov e dintorni in una settimana

Brasov: giorni 1-2-3

itinerario in Transilvania

Avendo scelto come base la città di Brasov, in questo itinerario si tratta del luogo in cui si concentrano le maggiori attrazioni da visitare e le varie attività di escursione, che non sono poche. Alla fine del paragrafo troverete un link su Brasov con informazioni approfondite su come arrivare in città e cosa visitare.

Il modo più comodo per arrivare in Romania dall’Italia è l’aereo.

Brasov si trova a circa 200 km dall’aeroporto di Bucarest e il viaggio è un susseguirsi di super strade e stradine di montagna. Una volta atterrati, potete scegliere di noleggiare un’auto direttamente all’interno dell’aeroporto oppure usare il pullman che vi condurrà al centro di Brasov. L’arrivo è di fronte alla stazione ferroviaria.

La parte interessante della città è il centro storico, perfettamente conservato. Al suo interno convivono il Medioevo e il Barocco, a cui si aggiungono elementi rinascimentali. Tutte queste caratteristiche sono osservabili nelle chiese, nei palazzi e nella struttura stessa del borgo. Il centro storico di Brasov può essere visitato tranquillamente a piedi. La sera, in estate, è la zona più animata della città e i giovani fanno festa a suon di musica tradizionale. Per il pranzo e la cena si può scegliere tra tanti ristoranti diversi. Quasi tutti offrono i piatti tradizionali della cucina tipica romena e i menù sono scritti anche in inglese, appositamente per i turisti.

Dove dormire a Brasov

Chiaramente gli alberghi più belli si trovano in questa zona della città. Tuttavia, se siete alla ricerca di un punto d’appoggio economico, vi consiglio di dare un’occhiata alle strutture situate fuori dal centro storico. I prezzi infatti sono considerevolmente più bassi. Io e il marito abbiamo soggiornato presso l’ Hotel Decebal. Si trova a circa 30 minuti a piedi dal centro città ed è frequentato da una clientela prettamente giovanile. La nostra stanza, una matrimoniale con bagno in camera, pur non essendo di lusso, era carina e dotata di televisore e frigorifero.

Se dovessi trovare una pecca all’hotel, certamente sarebbe il servizio di pulizia – attenzione, non la pulizia in senso lato!- Al nostro arrivo infatti abbiamo trovato la stanza perfettamente pulita e in ordine, tuttavia, veniva rassettata ogni 4-5 giorni. Stessa cosa per il cambio di lenzuola e biancheria da bagno. Avendo lavorato in hotel come receptionist, non mi aspettavo diversamente, il prezzo basso deve pur essere giustificato in qualche modo. Per il resto, nulla da eccepire. La reception è aperta tutta la notte e, volendo, è possibile fare colazione in hotel. Insomma, a meno che non siate alla ricerca del grande albergo di lusso, l’hotel Decebal può rappresentare la soluzione ideale. Tra l’altro, proprio di fronte, c’è un supermercato aperto fino a tardi.

Come ho scritto all’inizio del paragrafo, ecco il link con tutte le informazioni utili per arrivare a Brasov, con le relative attrazioni principali: https://michelamilani.it/organizzare-viaggio-a-brasov/

Itinerario in Transilvania: i dintorni di Brasov

La città di Brasov può essere visitata tranquillamente in un paio di giorni. Scegliendola come base, dunque, è possibile fare molte escursioni alla scoperta del territorio circostante. A questo punto potete scegliere se pernottare in un’altra città oppure tornare a Brasov a fine giornata. Ecco le attrazioni principali da vedere durante il vostro itinerario in Transilvania.

Poiana Brasov: giorni 4-5

itinerario in Transilvania

Se amate sciare, probabilmente la conoscete già. Poiana Brasov infatti è la principale località dove praticare gli sport invernali in Romania. Anche in estate, comunque, non mancano le cose da fare. Ecco qualche idea: trekking, escursioni a cavallo, passeggiate in bicicletta, mercatini tipici. Per non parlare poi dell’ottimo cibo di queste parti. Insomma, se amate la montagna Poiana Brasov è certamente un posto da non perdere! Ne parlo dettagliatamente in questo articolo: https://michelamilani.it/cosa-fare-a-poiana-brasov-in-estate/

Tra l’altro, visitando Poiana Brasov in estate, potreste farvi un’idea dei prezzi e dei servizi dei vari hotel. Per poi decidere di tornarci in inverno, per una vacanza all’insegna dello sport o del relax. Io e il marito non vediamo l’ora di tornarci.

Rasnov: giorno 6

itinerario in Transilvania

Rasnov è una cittadina non troppo lontana da Brasov, dunque vi consiglio senz’altro di visitarla anche solo per un giorno. Questa località offre diverse attrazioni, sia naturalistiche che storiche. Essendo una località circondata dalle montagne, si può cominciare, ad esempio, con una visita alla riserva degli orsi. L’orso da queste parti è un animale molto presente. Del resto gli abitanti della Transilvania sono abituati alla convivenza, che tuttavia non è sempre stata semplice. A proposito di orsi, comunque, vi consiglio di non allontanarvi dai sentieri principali perché non è raro avere un incontro ravvicinato con questi animali. Nel momento in cui si sentono in pericolo, infatti, possono diventare molto aggressivi, specialmente se ci sono dei cuccioli nelle vicinanze. Ricordiamoci, dunque, che parliamo sempre di animali selvatici dai quali è bene restare a distanza.

L’altra attrazione da visitare a Rasnov è il Dino park, amato soprattutto dai bambini. All’interno,infatti, ci sono le ricostruzioni delle specie più famose di dinosauri, con tante curiosità su questi animali che rappresentano il simbolo della preistoria.

Rasnov, tuttavia, è conosciuta soprattutto per la presenza di una fortezza millenaria che si è conservata perfettamente. Si tratta di un’attrazione imperdibile perché racconta una parte importante della storia della Romania. Inoltre l’atmosfera è molto particolare. Avete presente il Signore degli Anelli? Beh, ecco, molto simile. Gli stessi paesaggi, con i fiori che spuntano agli angoli delle case, rendono la fortezza Rasnov un luogo quasi fatato. Ecco il link con tante informazioni dettagliate: https://michelamilani.it/la-fortezza-rasnov-in-transilvania/

Prejmer: giorno 7

Prejmer è una cittadina formata dall’unione di 4 villaggi. Data la sua posizione, nella parte orientale del distretto di Brasov, nel tempo ha subito assalti da molti popoli stranieri, soprattutto da mongoli e ottomani. Per questo, all’inizio del 1200, i cavalieri teutonici decisero di realizzare una fortificazione eccezionale attorno alla Basilica. L’interno della fortificazione doveva servire agli abitanti di Prejmer per resistere ai lunghi assedi dei nemici. La Basilica fortificata è talmente unica nel suo genere da essere patrimonio dell’Unesco. Vi allego il link dove parlo nel dettaglio della Basilica fortificata di Prejmer: https://michelamilani.it/basilica-fortificata-prejmer-romania/

Itinerario in Transilvania, Bran: giorni 8-9

itinerario in Transilvania

Bran è la città più turistica della Transilvania. Questa cittadina al confine con la Valachia deve la sua fama essenzialmente al castello di Dracula. In realtà, non si tratta della vera casa del conte Vlad, tuttavia il castello è molto importante per la storia della regione. Per questo motivo merita sicuramente una visita. Qui trovate il link con le informazioni dettagliate per la visita al castello di Dracula: https://michelamilani.it/castello-di-bran/

Ma cosa altro si può fare a Bran dopo aver visitato il castello? Ecco qualche idea:

  • Bran Village Museum: situato a pochi minuti a piedi dal castello di Dracula, questo museo a cielo aperto ospita una serie di abitazioni nel tipico stile romeno. Si tratta di uno spaccato molto interessante, utile a immaginare la vita tradizionale della Romania rurale.
  • Mercatini tipici: una delizia per gli occhi e il palato. Questi mercati all’aperto ospitano numerosissime bancarelle dove si possono acquistare i prodotti tipici della Transilvania. Le lavorazioni in tessuto sono tutte ricamate a mano. Ci sono abiti tradizionali, tovaglie, lenzuola e fazzoletti dalle decorazioni tanto complicate che sembrano usciti dalle mani di un artista. Sono davvero bellissimi da guardare. Che dire poi della parte enogastronomica? La scelta è davvero vastissima. Ci sono le grappe, i formaggi di ogni tipo e le pizze, sia dolci che salate. Tutto è rigorosamente realizzato a mano. Da provare assolutamente la marmellata alle noci verdi e alla rosa canina.
  • Sentieri naturalistici: se il centro di Bran è preso d’assalto dai turisti, basta allontanarsi un po’ per ritrovarsi circondati dalla natura incontaminata dei Carpazi. Il paesaggio è davvero bellissimo, con i boschi che circondano le casette di campagna che sembrano spuntare dal nulla. Dopo una passeggiata così vi sentirete davvero rigenerati.

Giorno 10: il rientro a casa

Dopo aver trascorso gli ultimi due giorni a Bran in questo itinerario in Transilvania, vi consiglio di prendervi un giorno intero – il 10°- per tornare con calma a Bucarest e attendere il volo di rientro per l’Italia. Partendo da Bran, ci vogliono circa 5-6 ore in auto o in pullman per tornare alla capitale, quindi è importante calcolare bene i tempi per non avere brutte sorprese proprio l’ultimo giorno di viaggio.

Insomma, la Transilvania vi stupirà, dopo non vedrete l’ora di conoscere il resto della Romania!

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Grotte di Collepardo + Pozzo d’Antullo, dove la Preistoria si racconta

Grotte di Collepardo e Pozzo d'Antullo

Oggi voglio parlarvi di un luogo davvero suggestivo che ho avuto il piacere di visitare Domenica scorsa, le Grotte di Collepardo e il Pozzo d’Antullo, in provincia di Frosinone.

Grotte di Collepardo e Pozzo d’Antullo: dove si trovano

Siamo nel paesino di Collepardo, nel cuore dei Monti Ernici, più precisamente sul loro versante meridionale.

In questa cornice, che sembra uscita da un film degli anni ’50, sorgono le Grotte di Collepardo, una formazione di origine calcarea unica nel suo genere.

Vi racconto tutto nei prossimi paragrafi. Alla fine dell’articolo, troverete qualche informazione pratica per la visita.

Grotte di Collepardo: cosa le differenzia

Queste grotte hanno un’origine antichissima.

Goccia dopo goccia, l’acqua ha modificato la roccia dando vita a stalattiti e stalagmiti che arrivano direttamente dalla Preistoria. Le Grotte di Collepardo non sono molto grandi, ma ci sono due caratteristiche che le rendono davvero uniche.

La prima, è la conformazione. Non sono certo un’esperta di geologia, ma, a detta della guida, rappresentano un caso unico in Italia perché sono le uniche grotte in posizione ascendente. A differenza delle altre conformazioni che si sviluppano sotto terra, infatti, in questo caso, dopo alcuni gradini, anziché scendere si sale. Quindi vi troverete nel cuore della roccia ma in posizione sopraelevata rispetto all’esterno.

La seconda caratteristica è l’apertura molto grande che lascia entrare la luce naturale all’interno. Tutta la prima parte è dunque illuminata dal sole, che conferisce alle varie formazioni rocciose un colore diverso in base alle ore della giornata.

Grotte di Collepardo e Pozzo d'Antullo

Il ruolo dei pipistrelli

Come dicevo qualche riga fa, l’eccezionalità di queste grotte non è data dalle dimensioni, infatti si compongono soltanto di due sale.

La prima, la Sala dei Pipistrelli, non è visitabile perché si trova completamente al buio. Al suo interno vive una colonia di pipistrelli che non può essere disturbata.

Il pipistrello, infatti, pur non avendo vita facile accanto agli esseri umani, svolge una funzione importantissima, contribuendo al rispetto dell’ecosistema. Si nutre di insetti e se la sua presenza venisse a mancare, si creerebbe una sproporzione tale da modificare la flora e la fauna dell’intera zona.

In questa colonia vivono circa duemila esemplari. Si calcola che ogni singolo pipistrello divori una media di circa 1000 zanzare in un lasso di tempo molto breve, spostandosi fino a 100 chilometri dalla colonia per procurarsi il cibo.

La sua importanza, dunque, è tale da essere considerata una specie protetta dall’Unione Europea, anche perché il numero degli esemplari si sta progressivamente riducendo di pari passo alla cementificazione selvaggia nelle aree urbane.

La Sala Grande

Grotte di Collepardo e Pozzo d'Antullo

L’altra sala, quella visitabile, si compone di diversi ambienti, tra cui:

  • il Grande Palco
  • la Foresta Pietrificata
  • il Trono della Regina

Quest’ultima formazione deve il suo nome non solo all’aspetto -in effetti sembra davvero un trono- ma anche a un racconto popolare, secondo cui la regina Margherita di Savoia si sarebbe seduta proprio in questo punto in occasione della sua visita alle grotte nel 1904.

Il progetto di conservazione e riqualificazione

Questo luogo si inserisce nel progetto “Nuova luce alle Grotte”.

Di cosa si tratta esattamente?

La guida è stata molto brava a raccontare tutta la storia, e io cercherò di spiegarlo in modo più semplice possibile.

In sostanza, la Sala Grande è in parte illuminata dalla luce naturale. Nel corso del tempo si scoprì che l’uso assiduo della luce artificiale, combinata a quella del sole e al calore termico prodotto dalla presenza dei visitatori, aumentava la temperatura all’interno della grotta, modificandone il tasso di umidità. Questo provocava la crescita innaturale di muschi e felci, mettendo in pericolo l’ecosistema delle grotte. Quindi si decise di intervenire, chiudendo le luci artificiali permanentemente accese.

Grotte di Collepardo e Pozzo d'Antullo

Oggi l’interno della grotta si trova completamente al buio e la luce artificiale viene accesa dalla guida solo il tempo necessario per permettere ai turisti di visitare la Sala Grande.

Il nuovo progetto di illuminazione restituisce la giusta luce allo spettacolo naturale del sito, aiutando la comprensione e la conoscenza delle risorse naturali e, nello stesso tempo, proteggendo la biodiversità. Il progetto è della pluripremiata lighting designer Chiara Carucci di OkiDoki Architects e le tappe del percorso di visita sono scandite dalla voce di Donatella Bianchi, presidente di WWF Italia, giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva. Infine, due audioguide -una per adulti e l’altra per bambini- aiutano a scoprire il patrimonio di biodiversità e di testimonianze archeologiche delle Grotte di Collepardo.

Proprio per evitare il danneggiamento delle formazioni rocciose, è vietato usare il flash, questo è il motivo per cui le foto che vedete sono tutte molto scure.

Le Grotte di Collepardo nell’Età del Bronzo

Le Grotte di Collepardo, inoltre, sono oggetto di studio anche da parte degli archeologi. Nel corso del tempo, infatti, sono stati rinvenuti i resti di diversi corpi, tutti datati in piena Età del Bronzo, dunque circa 3500 anni fa.

Le ossa affiorate si trovavano adagiate a terra ed è molto probabile che le grotte venissero usate come cimitero, benché a quell’epoca non ci fosse ancora un vero e proprio culto relativo alla sepoltura. Alla base di questa pratica quindi non c’erano motivi religiosi, bensì l’esigenza di proteggere i corpi dai predatori.

In passato si ipotizzava che le comunità presenti in zona abitassero le Grotte di Collepardo, ma oggi questa scuola di pensiero è superata. In primo luogo perché si tratta di un ambiente troppo umido per fornire un riparo accogliente dalle intemperie. Inoltre è ormai certo che nell’Età del Bronzo l’uomo avesse già abbandonato le grotte, concentrando gli insediamenti a ridosso dei fiumi.

Il Pozzo d’Antullo: storia e caratteristiche

Grotte di Collepardo e Pozzo d'Antullo

Ora vi parlo invece del Pozzo d’Antullo, situato a un paio di chilometri dalle Grotte di Collepardo.

Anche in questo caso, si tratta di qualcosa di unico nel suo genere. Una vera e propria voragine alta circa 60 metri e larga 300, nata a seguito dello sprofondamento di una grotta. La voragine, dunque, ha la stessa origine calcarea delle Grotte di Collepardo, a cui si pensa sia collegata, vista l’estrema vicinanza tra i due siti.

Al suo interno, si possono ammirare formazioni bellissime che oggi sono prerogativa degli uccelli. Un ambiente in cui, davvero, mancano solo i dinosauri, che da queste parti è molto facile immaginare. Una sorta di ritorno alla Preistoria, che piacerebbe a Steven Spielberg perché, credetemi, io ho subito pensato a Jurassik Park.

All’interno della parete rocciosa ci sono diversi cunicoli, talmente intricati che fin ora neppure gli speleologi più esperti sono riusciti a esplorare.

Il Pozzo d”Antullo è visitabile dall’alto, girando attorno alla sua apertura, dopo aver attraversato un bellissimo boschetto che ospita una graziosa area pic-nic.

Eccola:

Grotte di Collepardo e Pozzo d'Antullo

Grotte di Collepardo e Pozzo d’Antullo: info utili

Come vi avevo promesso all’inizio, adesso passiamo alle informazioni pratiche.

Le Grotte di Collepardo sono aperte tutti i giorni dalle 9 alle 19, a partire dalla Primavera fino al 31 Ottobre. Mediamente, si svolge un tour guidato ogni ora e l’ultimo ingresso è previsto alle 17,30.

Il prezzo del biglietto è di 7 euro a persona e include anche il giro al Pozzo d’Antullo, che altrimenti da solo costa 2 euro.

Per visitare le Grotte vi consiglio di portare con voi una giacca -l’escursione termica rispetto all’esterno è di circa 12 gradi- e di indossare scarpe comode. All’interno non ci sono passerelle, ma solo scalinate, dunque in caso di bimbi piccoli munitevi di un marsupio porta bimbi.

La mia opinione

In zona ci sono pochissimi ristoranti e, credo, solo un bar, che però si trova in cima al minuscolo paese di Collepardo, quindi non troverete nessun punto di ristoro nei pressi dei siti di cui vi ho parlato.

Dal mio punto di vista, questo luogo ha un grande potenziale ed è uno dei più interessanti da visitare in provincia di Frosinone. Però è poco pubblicizzato e poco attrezzato per i visitatori. Punti di ristoro a parte, personalmente ho notato anche una carenza nella segnaletica per raggiungere le grotte.

Tuttavia, organizzandosi in anticipo, magari con caffè e panini nel caso non vogliate pranzare al ristorante, è un’ottima meta, ideale per adulti e bambini, per scoprire le bellezze del frusinate in una giornata all’insegna della storia e dell’aria aperta.

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Hotel Management

Affiliarsi a una catena alberghiera come risposta alla crisi del turismo

affiliarsi a una catena alberghiera

Oggi vediamo cos’è una catena alberghiera e perché valutare di affiliarsi a uno di questi grandi gruppi.

Se mi leggete, sapete che io mi rivolgo soprattutto alle strutture ricettive di piccole e medie dimensioni, perché secondo me sono quelle che, a dispetto della crisi, continuano a rappresentare la vera essenza dell’industria dell’ospitalità italiana.

Ma non solo. Io preferisco parlare di strutture indipendenti, in quanto avere carta bianca sulla gestione lascia spazio a tantissima personalizzazione e a infiniti modi di reinventarsi.

Eppure, a discapito delle tantissime considerazioni che si possono fare, la verità è che ci sono innumerevoli vantaggi anche nel far parte di un grande gruppo.

Lo so, molti probabilmente storceranno il naso, però questa soluzione potrebbe essere da valutare in un momento che sta mettendo a dura prova il turismo italiano, quando manca la liquidità necessaria per tirare avanti e le banche chiudono i rubinetti.

Cos’è una catena alberghiera

Ma cos’è, esattamente, una catena alberghiera?

Per catena alberghiera si intende un gruppo di strutture ricettive riunite sotto un singolo marchio.

Di solito, le catene sono costituite da una holding principale, a cui fanno riferimento i soci che partecipano a vario titolo alla gestione finanziaria del gruppo.

Le variabili da considerare prima dell’affiliazione

Decidere di affiliarsi a una catena alberghiera è un passo da valutare attentamente, che non può essere fatto dall’oggi al domani.

Secondo me, ci sono almeno due punti da considerare, ve ne parlo nei prossimi paragrafi.

I costi da sostenere

Il primo punto è rappresentato dai costi. Entrare a far parte di un grande gruppo presuppone una serie di investimenti in termini economici, quindi bisogna capire se il gioco vale la candela.

In sostanza serve uno studio di fattibilità per capire quanta liquidità serve, in quanto tempo i costi verranno ammortizzati e se, infine, sempre in termini di soldi, è almeno possibile sostenere tali spese. In questo caso io consiglio sempre di parlare con il vostro commercialista, perché affiliarsi a una catena alberghiera è un passo che incide su tantissimi aspetti della gestione.

Questo ci porta dritti al secondo punto.

La scelta del brand

L’affiliazione, di fatto, comporta rinunciare a una parte della proprietà della struttura, perché i processi produttivi, la comunicazione aziendale e il target del servizio sono profondamente influenzati dal marchio scelto.

Quindi, prima di fare questo passo, è importante studiare a fondo il brand che andrà a rappresentarvi, che deve essere il più possibile coerente con la vostra immagine, quella che avete sempre trasmesso agli ospiti e rappresenta la cultura aziendale dell’hotel – a proposito, qui trovate un approfondimento al riguardo: Creare una cultura d’impresa in hotel -.

I vantaggi dell’affiliazione a una catena alberghiera

Fatte queste premesse importanti, che un consulente potrebbe aiutarvi a chiarire, sempre con l’aiuto di un commercialista, vediamo in dettaglio quali sono i vantaggi dell’affiliazione alberghiera.

Come sempre, li ho sintetizzati in vari punti:

  • raggiungimento delle economie di scala;
  • nuovo bacino di clientela;
  • ammortamento dei costi pubblicitari.

Ammortizzare i costi con le economie di scala

Iniziamo dal primo punto.

Realizzare economie di scala, significa, in sostanza, risparmiare sui costi grazie all’ottimizzazione dei processi produttivi.

Come si interviene sui processi produttivi

Riepilogo la definizione di processo produttivo perché si tratta di un punto fondamentale nella gestione di qualsivoglia impresa.

Secondo il sito giget.polito.it, nell’articolo “Sviluppo, gestione e qualità nei processi produttivi e nei prodotti”:

Gli interessi di questo filone di ricerca coprono tre macro-aree: sviluppo e gestione dei sistemi di produzione, sostenibilità nei processi di manifattura, qualità e metrologia industriale. […] Tali obiettivi sono racchiusi in un più ampio approccio strategico alla gestione delle informazioni, dei processi e delle risorse di un’impresa nell’intero ciclo di vita del prodotto o del servizio offerto. La ricerca si focalizza sulla definizione di un modello strutturale del PLM (Product Lifecycle Management) […] Gli scopi sono quelli di definire dei modelli standard e delle classi di indicatori di performance rilevanti e utilizzabili per valutare le prestazioni di una rete industriale […] Campi specifici di applicazione riguardano il supporto alla decisione […]in problemi di natura multicriteri […] e l’utilizzo di strumenti per monitorare e controllare processi di gestione dell’innovazione e del cambiamento organizzativo e sviluppo di progetti innovativi […] Le attività della seconda macro area […] si concentrano sull’ottimizzazione dei processi di lavorazione dal punto di vista della sostenibilità economica, ambientale, sociale e sanitaria, con un’ottica estesa all’intero ciclo di lavorazione del prodotto e dei beni strumentali necessari alla conduzione delle operazioni. […] La terza macro area […] riguarda la gestione industriale della qualità […] con relative applicazioni sia in ambito manifatturiero sia in quello dei servizi, […] con particolare interesse per i sistemi di misura per la Large Scale Dimensional Metrology […], al controllo qualità nei processi e nei prodotti, alla progettazione, gestione e controllo della qualità dei servizi. […]

Lo ammetto, come definizione è un tantino lunga, anche perché, di fatto, non spiega davvero cosa sono i processi produttivi, quanto tutto ciò che vi ruota attorno, ma l’ ho scelta perché mi sembrava la più completa.

Applicare tutto questo al mondo dell’ospitalità alberghiera significa studiare in dettaglio il servizio offerto, ponendo l’attenzione su temi quali:

  • sostenibilità
  • valutazione dei risultati
  • metodologia professionale

Tornando al discorso delle catene alberghiere, ottimizzare i processi produttivi implica studiare un servizio facilmente replicabile -e dunque misurabile – in tutte le strutture associate.

Questo permette di risparmiare tantissimo in termini di forniture, know-how e formazione, tutti costi che si abbattono fortemente nel momento in cui decidete di affiliarvi a una grande catena. Semplicemente perché verranno organizzati dall’alto e non dovrete più preoccuparvi di studiarli da zero, ma solo di mettere in pratica le linee guida del brand scelto.

Nuovo bacino di clientela

Passiamo adesso al secondo punto che, in termini economici, risulta altrettanto appetibile.

Uno dei vantaggi principali nell’affiliarsi a una catena alberghiera è l’arrivo sicuro di una grossa fetta di clienti, cosa che contribuisce in modo fondamentale al riempimento delle camere.

Questo perché, chi arriva, non vi sceglie più non dico a caso, sulla base di una certa ispirazione, supponendo che siete la struttura perfetta che cercano. Al contrario, gli ospiti sapranno perfettamente cosa aspettarsi riguardo al servizio offerto, dal menù del ristorante fino all’arredo delle camere. In pratica arriveranno da soli grazie alla forza del marchio che vi rappresenta.

Questo si traduce, in pratica, in meno fatica per farsi conoscere on-line e meno potere alle OTA. Cosa che, tra l’altro, offre anche la possibilità di tornare a concentrarsi sui flussi locali, per esempio fidelizzando gli avventori casuali e lavorando sull’incoming nella vostra zona grazie a canali alternativi, forse meno immediati ma dalle potenzialità altrettanto importanti.

Ammortamento dei costi pubblicitari

Questo punto è direttamente collegato al precedente. Far parte di una catena alberghiera significa essere rappresentati dal marchio scelto, marchio che di solito è conosciuto a livello internazionale e proprio per questo viene selezionato dai clienti, per le sue caratteristiche e i valori che incarna.

Di conseguenza non avrete più bisogno di destinare budget importanti alla pubblicità, in quanto andrete a beneficiare del brand e della sua fama.

In altre parole, verrete identificati con le sue caratteristiche e non vi serviranno azioni pubblicitarie se non a livello locale.

Affiliarsi a una catena alberghiera: le mie considerazioni

Come dicevo all’inizio, tutto questo ha un costo perché comunque significa rinunciare a una parte della gestione, dove i processi produttivi e il servizio d’accoglienza vengono standardizzati in base alle linee guida del gruppo, quindi non è una cosa da poco.

Certo, non sono io a poter dire se vi conviene valutare questa scelta, perché solo voi conoscete la vostra situazione specifica.

Personalmente credo che io continuerei a preferire l’indipendenza, ve lo dice una che a livello lavorativo non ha mai smesso di inseguire la libertà. Non perché abbia qualche problema a farmi dirigere da qualcuno, solo che amo troppo la mia creatività e voglio essere io a gestirmi e questo posso farlo solo se mantengo la mia indipendenza.

Però, onestamente, le cose cambierebbero se fossi a capo di un’azienda che magari ho portato avanti per anni tra mille sacrifici. Lo dico senza mezzi termini. Cambierebbe tutto se sapessi che da questa scelta dipendessero le sorti dei miei dipendenti e delle loro famiglie.

Perché, alla fine, non c’è niente da fare: ogni scelta non è mai bianca o nera, comporta sempre dei pro e dei contro.

In questo caso l’affiliazione potrebbe essere il rimedio per andare avanti in un periodo in cui la crisi colpisce duramente le strutture ricettive.

Mi riferisco al Covid, certo, ma anche all’aumento spropositato delle tariffe di gas e luce che di certo non aiutano, anzi mettono ancora più in difficoltà un settore messo a dura prova dalla pandemia. Un settore di cui tutti parlano ma di cui- benché rappresenti un introito importantissimo per l’economia italiana- nessuno si occupa davvero.

Ormai non si tratta più solo di fare qualche sacrificio aspettando tempi migliori.

Il settore turistico nel suo complesso ha bisogno di fondi mirati e di ripensarsi. Non si può andare avanti senza interventi strutturali che, almeno io, purtroppo al momento non vedo all’orizzonte.

Certo, probabilmente scegliere l’affiliazione per questi motivi sembra un po’ una sconfitta. Io però voglio continuare a vederla come un’opportunità per andare avanti, nella speranza che, prima o poi, il grido d’aiuto delle strutture ricettive arrivi a chi ha davvero il potere di cambiare le cose.

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Travel Blogging

Miti e leggende sul Travel Blogging: chi è e come lavora un blogger di viaggi

come lavora un blogger di viaggi

Chi è un blogger di viaggi? Soprattutto, come lavora un travel blogger?

Oggi cercherò di rispondere a queste domande e voglio farlo parlandovi del saggio che ho appena pubblicato con la casa editrice Luoghi Interiori.

Se mi leggete, ricorderete che lo scorso anno, per un po’ ero letteralmente sparita dai social. A dire la verità, per un po’ sparii anche dal blog e solo in seguito scrissi un post per raccontarvi che stavo lavorando a un progetto. In realtà, avevo detto solo questo senza aggiungere altro, anche perché non ero affatto certa dei risultati. Oggi posso dirvi che stavo lavorando alla redazione del saggio, il cui titolo è molto eloquente: “Miti e leggende sul Travel Blogging. Cosa significa essere un travel blogger professionista”.

Prima di entrare nel dettaglio, voglio dire due parole su cosa mi ha spinto a trattare questo argomento.

Miti e leggende sul Travel Blogging: perché?

Partiamo dal principio.

Soprattutto in Italia, siamo ancora molto indietro in fatto di smart working e lavoro on-line. Diciamo che siamo un filo troppo legati al concetto di lavoro tradizionale. Ricordo bene le risatine di tante persone all’apertura di questo blog. La domanda più gettonata era: ” Vuoi diventare come Chiara Ferragni?”. Per carità, molti erano in buona fede, questo però mi ha fatto riflettere su una cosa: tanti non sanno cos’è un blog e non hanno idea delle opportunità che se ne possono ricavare.

Se parliamo di viaggi, poi, lo stereotipo più comune è quello di qualcuno in vacanza che vive postando foto dalla mattina alla sera. Questo anche grazie a una comunicazione fuorviante da parte di alcuni soggetti, comunicazione che scredita tutta la categoria, generando confusione tra lettori e aziende che con i travel blogger potrebbero lavorare. Basti pensare al marasma che circola attorno ai concetti di blogger, influencer e travel influencer, tanto per dirne una.

A tutto questo aggiungiamo pure che io appartengo alla categoria femminile e molti vedono il mio lavoro come una sorta di hobby remunerativo in attesa che mia figlia cresca, per trovare -citazione- “un’occupazione seria”.

Terzo e ultimo punto, il Covid non ha certo aiutato il turismo italiano. A essere sinceri, non penso che si possa dare la colpa di tutto alla pandemia, perché il settore turistico nel nostro Paese soffre di carenze strutturali. Ne parlo qui: Criticità del turismo italiano: la percezione del Bel Paese all’estero. Diciamo però che ha dato il colpo di grazia a tante imprese del settore.

Alla luce di tutto questo, lo scopo del saggio è:

  • sfatare i miti più comuni che circolano sulla professione del blogger di viaggi;
  • raccontare davvero cosa significa essere un travel blogger professionista, inteso come qualcuno che guadagna da tale attività-;
  • dimostrare che i blogger possono essere parte attiva nel rilancio del modello turistico italiano.

Miti e leggende sul Travel Blogging: cosa troverete nel saggio

Prima di raccontarvi un po’ nel dettaglio i contenuti, preciso che questo NON è un manuale su come diventare travel blogger. Ci sono altri che prima di me hanno affrontato questo argomento in modo eccellente e non aveva senso ripetere una cosa già trattata.

Il saggio, però, analizza a fondo il mondo del travel blogging, offrendo una serie di spunti e riflessioni da cui partire, utili soprattutto a chi sogna di intraprendere questo lavoro, diventando, a tutti gli effetti, un travel blogger professionista.

Struttura e contenuto

Ora vi parlo di cosa troverete all’interno.

Storia del blogging

Il primo capitolo esplora cos’è un blog e come si è evoluto, fino a parlare del blogger in termini professionali, cercando di chiarire l’eterna diatriba tra la figura del blogger e quella del giornalista.

Cosa rende professionisti?

Ovvero, quali sono quegli elementi che permettono di monetizzare un blog di viaggi, facendone un lavoro a tutti gli effetti?

Io vi parlo di:

  • passione per i viaggi
  • scelta della nicchia
  • anzianità del dominio
  • importanza della credibilità
  • creazione di relazioni interpersonali

Stereotipi sul Travel Blogging

Avete presente i falsi miti di cui vi parlavo prima? Quelli che vedono i travel blogger ricchi sfondati e senza far nulla tutto il giorno? Qui scoprirete perché non è così.

Blogger, influencer e travel influencer

In questo capitolo si cerca di far chiarezza su temi dove impera la confusione. Direi che potrebbe essere interessante soprattutto per i giovanissimi, che sono spesso la parte lesa quando parliamo di professioni on-line.

Uso dei social + come lavora un travel blogger

Da qui inizia la parte che secondo me è