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Dove può lavorare un mediatore culturale? -1° parte-

dove lavora un mediatore culturale

Oggi parliamo degli ambiti in cui può lavorare un mediatore culturale, andando a esplorarne le mansioni.

Un argomento per nulla scontato, soprattutto quando penso che, 9 volte su 10, quando dico di essere mediatore, la persona che ho di fronte mi risponde, imbarazzata: “Media…Che? Quindi recuperi i crediti?” In pratica, molti confondono la mia professione con quella del mediatore creditizio che, per inciso, non ha nulla a che fare con le lingue e l’immigrazione.

Proviamo a fare chiarezza.

Mediatore culturale: perché tanta confusione?

Prima di addentrarci nei dettagli delle mansioni di un mediatore, tenterò di rispondere a questo punto.

Almeno in Italia, il mediatore culturale è una figura sottovalutata. Non solo se ne parla troppo poco e ci sono molte, troppe lacune a livello legislativo. Il fatto è che la classe politica, troppo impegnata a sbranarsi a vicenda, sembra non averne compreso appieno l’importanza -sarebbe da aprire un discorso a parte che per il momento tralascio-

Sta di fatto che servirebbe una formazione anche ai recruiter delle aziende e associazioni che potenzierebbero non poco il loro servizio, se solo si avvalessero di un mediatore.

Qui purtroppo è il nocciolo della questione. Non conoscendone le potenzialità, o avendone un’idea distorta -come ad esempio che il mediatore è un semplice interprete- non si rendono nemmeno conto di averne bisogno. Quindi, iniziare un lavoro atto a sensibilizzarle, sarebbe parte integrante della soluzione.

Dove può lavorare un mediatore culturale?

Prima di rispondere, si dovrebbe capire bene cos’è un mediatore. Come dicevo anche negli articoli precedenti, non esiste una definizione univoca e questo contribuisce a creare non poca confusione. Io amo dire che il mediatore culturale aiuta le persone a costruire una vita migliore in Italia.

Ma come si traduce tutto questo in concreto? Ovvero, dove e come può lavorare un mediatore culturale?

Ong

Un mediatore può lavorare per le Ong, ovvero le organizzazioni non governative a scopi umanitari. Quasi sempre queste organizzazioni dispongono di imbarcazioni che viaggiano nel Mediterraneo e salvano i migranti che tentano di raggiungere l’Europa con i barconi.

Spesso le Ong vengono accusate di favorire, in questo modo, l’immigrazione clandestina. Sicuramente si tratta di un tema molto ampio che merita un approfondimento, comunque io credo che il loro intervento sia provvidenziale quando si tratta di salvare vite umane.

A bordo lavorano professionisti di molteplici settori, comunque, appena i migranti vengono tratti in salvo ricevono le prime cure. Il mediatore che lavora sulle Ong quindi ha un ruolo fondamentale perché lavora a stretto contatto con il personale sanitario. In questa fase si cerca di ricostruire a grandi linee la storia sanitaria dei migranti e la loro regione di provenienza, individuandone la lingua di riferimento.

Lavorare negli hotspot

Un hotspot è un centro di identificazione per migranti. Durante la permanenza nell’hotspot, si cerca di identificarli per capire se hanno o meno diritto a restare. In quest’ultimo caso, si dovrebbe procedere al rimpatrio.

Questo apre un discorso lunghissimo non privo di criticità, perché l’identificazione è spesso difficile, quando non impossibile, per almeno tre motivi:

  • chi arriva, è sprovvisto di documenti di riconoscimento
  • non vuole essere rimpatriato
  • le storie che raccontano, proprio per paura di essere rimandati al loro Paese, possono essere false o comunque non del tutto veritiere

In queste fasi che sono molto delicate, il mediatore collabora con le forze dell’ordine che devono procedere all’identificazione attraverso la registrazione e la presa delle impronte digitali. Inoltre, ascolta gli immigranti per capirne la provenienza, l’età e la situazione familiare. A questo punto il mediatore fornisce anche un quadro sulla normativa italiana in tema di immigrazione, spiegando loro quali sono le procedure per richiedere la protezione internazionale.

Lavorare nei Cas

Un Cas è un centro di accoglienza straordinaria. Questa tipologia di struttura nasce a seguito dell’emergenza posti dovuta ai tantissimi arrivi che si sono registrati negli ultimi anni.

In teoria, trattandosi di una situazione straordinaria, le persone dovrebbero restarvi per un tempo limitato, essendo poi trasferite in un Sai. In realtà il sistema spesso è al collasso e la permanenza nei Cas si protrae per un tempo più lungo, quindi non è raro che quanto dovrebbe essere attuato in un Sai si realizza anche all’interno dei centri di accoglienza straordinaria, nel senso che le funzioni delle strutture tendono a fondersi e sovrapporsi.

Nel caso di immigrati presenti nei Cas e nei Sai, quindi, il mediatore abbandona la sua funzione di interprete prettamente linguistico per andare oltre.

Questo avviene perché si entra di una fase dove gli immigrati hanno bisogno di qualcuno in grado di codificare la realtà in base a codici culturali che risultino per loro comprensibili.

In parole povere, significa accettare ciò che spesso è diversissimo rispetto al contesto di provenienza. Il che si traduce in un apprendimento quotidiano dove si impara, ad esempio, a comprare un biglietto dell’autobus -non direttamente sul mezzo come avviene in molte zone del mondo- fino al prenotare una visita medica dopo aver ottenuto l’attribuzione del codice fiscale.

Tutto quello che ho detto fin ora riguarda la prima e seconda accoglienza, in realtà però un mediatore lavora per l’integrazione anche nei momenti successivi, quando in pratica il nuovo progetto di vita è – o dovrebbe essere- già delineato.

Continua nella seconda parte dell’articolo.

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