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Criticità del turismo italiano: la percezione del Bel Paese all’estero

criticità del turismo italiano

Il titolo è abbastanza eloquente: oggi parliamo delle criticità del turismo italiano.

Diciamolo senza mezzi termini: il comparto turistico del nostro Paese sta vivendo una crisi senza precedenti, acuita da una concorrenza sempre più forte da parte dei Paesi limitrofi.

La crisi del turismo italiano

I dati parlano chiaro: le imprese sono sempre più in difficoltà, ma intervenire per modificare questo andamento negativo presuppone, innanzitutto, prendere coscienza del problema.

Parliamo di criticità severe, che impongono una profonda riflessione a tutto il sistema turistico italiano.

Un problema che, sì, certamente si è aggravato negli ultimi due anni a causa della pandemia, ma non nasce certo in relazione al Covid.

La sua origine si rintraccia in una serie di punti molto eterogenei, che spesso si intrecciano alla politica.

Mancanza di investimenti, uso poco saggio dei fondi destinati al turismo, una comunicazione sbagliata e- concedetemelo- anche una certa presunzione, neppure troppo velata.

Fin da quando ero bambina, ricordo la classica frase un filo troppo patriottica: “l’Italia è il Paese più bello del mondo”.

Certo, possiamo vantare una serie di peculiarità che ci rendono una destinazione di tutto rispetto.

La verità, però, è che per anni abbiamo vissuto di rendita, forti di una presenza turistica ininterrotta. Senza fare nulla per restare al passo coi tempi, creando un’offerta turistica degna di questo nome.

Oggi però le cose sono cambiate e se vogliamo (tornare a) essere una destinazione concorrenziale, in grado di attrarre i flussi turistici che transitano in Europa, abbiamo bisogno di un rinnovamento.

Questo può avvenire solo se prima si analizzano le criticità.

Criticità del turismo italiano

Questo è il motivo per cui concentrarsi sui punti deboli della nostra offerta e capire come veniamo percepiti all’estero.

Quella che vi propongo sicuramente non è un’analisi esaustiva perché per sviscerare questo argomento ci vorrebbero libri interi, ma si focalizza su quelli che, secondo me, sono i punti principali.

Eccone una sintesi:

  • mancanza di infrastrutture
  • offerta disorganizzata
  • prezzi poco concorrenziali
  • carenza di promozione
  • difficoltà con le lingue straniere
  • poca formazione del personale

Proviamo a entrare più nel dettaglio.

Carenza di infrastrutture

La mancanza di un sistema efficiente di infrastrutture è uno dei punti più complessi per il nostro Paese, perché ovviamente si intreccia alla politica e tira in ballo tantissimi interessi economici.

Basta riflettere su alcuni dati.

  • Oggi ci sono molte zone in Italia che avrebbero tutte le potenzialità per diventare destinazioni turistiche di prim’ordine, ma restano difficili da raggiungere. Basti pensare, tanto per fare un esempio, alla difficoltà di arrivare in Calabria in macchina. Una regione stupenda, con risorse turistiche eccezionali e un mare da far invidia a quelli caraibici che, di fatto, resta ferma e i suoi abitanti continuano a pagare lo scotto dell’autostrada italiana incompiuta per eccellenza.
  • Parlando di treni, la situazione non è molto più rosea. Ora si parla tanto del nuovo treno che dall’Italia permette di arrivare a Parigi in sole sei ore, che, per carità, va benissimo. Ma guardiamo prima alla nostra situazione interna. L’Alta Velocità ancora non arriva al Sud e a livello regionale i convogli disponibili sono spesso vecchi e privi del più elementare comfort come l’aria condizionata. Basti pensare che, la sera, l’ultimo treno in partenza da Roma Termini per Frosinone è alle 22,30, questo a fronte di migliaia di lavoratori che ogni giorno fanno la spola verso la capitale per lavoro. Una situazione che, ancora una volta, pesa tantissimo sule zone di provincia e la parte più disagiata del Paese.

Offerta disorganizzata

Questo punto si intreccia tanto al precedente.

L’Italia è piena di luoghi con alte potenzialità turistiche che spesso non riescono ad emergere. In questo caso non mi riferisco tanto alle grandi città, quanto ai luoghi meno conosciuti che di fatto continuano a restare fuori dai circuiti turistici.

La difficoltà principale delle piccole località sta soprattutto nel farsi conoscere, perché spesso vengono messe in ombra dalla fama delle grandi destinazioni.

La provincia di Roma forse rappresenta il clou di questa situazione. Ci sono le risorse, ma non vengono sfruttate perché l’offerta turistica italiana è monotematica e non riusciamo a proporre ai turisti esperienze capaci di raccontare la realtà variegata che esiste a pochi passi dalla capitale. Banalmente, non c’è nessuno che fin ora si sia occupato di far fruttare davvero tutte queste potenzialità.

Da questo punto di vista i piccoli territori hanno l’opportunità e la responsabilità di invertire la rotta, facendo rete tra loro, collaborando attivamente con le amministrazioni comunali e le associazioni per la promozione territoriale.

Certo, tutto questo non basta, perché è necessario che dall’alto -a livello politico e organizzativo- si prenda coscienza della situazione, ma la partecipazione attiva dei piccoli comuni è un buon punto di partenza.

Occorre fare squadra per valorizzare le tipicità locali, anche collaborando con agenzie e tour operator al fine di inserire le piccole destinazioni nei cataloghi di vendita e questo può avvenire solo grazie alla forza di una rete.

Prezzi poco concorrenziali

In questo caso mi riferisco soprattutto al turismo organizzato e ai pacchetti all-inclusive venduti tramite agenzie di viaggio.

Perché, mentre nel caso dei soggiorni nelle strutture ricettive che vedono una corsa costante al ribasso, spesso a scapito della qualità, il dato reale è che fare le vacanze in Italia è caro.

Prenotare un volo a/r con transfer e soggiorno di una settimana ha un costo medio che si aggira attorno al 15% in più rispetto ad altre destinazioni limitrofe come la Francia e la Spagna.

Dati alla mano, in questo momento, una vacanza nel Bel Paese per una famiglia di quattro persone costa ben 1.700 euro, a fronte di circa 1,200 sulla Costa Brava.

Senza dimenticare la presenza dei Paesi emergenti a livello turistico, come la Romania e l’Albania che, lo dico per esperienza personale, non hanno nulla da invidiare all’Italia.

Infatti, non solo offrono un servizio altamente specializzato a costi più contenuti, ma sono anche molto agguerriti perché hanno ormai chiari tutti i benefici che lo sviluppo turistico può apportare all’economia, non solo in termini di occupazione interna, ma anche di prestigio e, dunque, di visibilità.

Perché è indubbio che Paesi in cui transita un flusso importante di turisti attraggano più facilmente anche gli investitori stranieri, un ulteriore punto dolente per l’Italia, soprattutto negli ultimi 15 anni.

Un problema a cui si aggiunge una burocrazia catastrofica e tanta instabilità a livello politico, condizioni che scoraggiano chi potenzialmente avrebbe i mezzi per investire in Italia, che, ancora una volta, paga il prezzo altissimo di una politica litigiosa e sempre più frammentata.

Carenza di promozione

La mancata promozione è un ulteriore criticità del turismo italiano, perché sono migliaia le risorse poco o per nulla raccontate.

Ne è la prova che difficilmente gli stranieri si avventurano oltre le grandi destinazioni famose. Quanti turisti conoscono, ad esempio, la bellezza dei Parchi Nazionali in Abruzzo? O i minuscoli borghi delle province?

La verità è che, a livello nazionale, non sappiamo raccontarci. In altre parole, come Paese non sappiamo fare story-telling.

Veniamo da decenni in cui i turisti si riversavano automaticamente in Italia, ma ci siamo accontentati. Siamo rimasti fermi senza proporre nulla di nuovo per invogliarli a tornare e a riscoprire la vera essenza dell’Italia, che pure avrebbe tantissimo da offrire e non è affatto solo Venezia, Napoli o Roma.

Difficoltà con le lingue straniere

Qua si potrebbe davvero scrivere un libro, perché verrebbe da pensare che un Paese orientato al turismo sia per lo meno in linea con gli standard europei in fatto di lingue straniere.

Purtroppo non è così, perché i dati parlano chiaro, siamo nella parte più bassa della classifica.

Si salvano le strutture ricettive nelle grandi città -e nemmeno sempre- ma per il resto la situazione non è incoraggiante, nemmeno in luoghi come Roma o Milano. Persino categorie come tassisti, controllori e pubblici ufficiali sono a digiuno di inglese e questo è un punto che danneggia senz’altro la nostra immagine.

Certo, si dovrebbe partire dall’alto riformando un sistema scolastico ormai obsoleto che dovrebbe dare priorità alle lingue straniere, anche invogliando gli studenti nel fare scambi culturali con altri Paesi. Ma chiaramente non basta, perché anche le aziende, sia pubbliche che private, dovrebbero proporre ai dipendenti almeno dei corsi base di lingua, perché dal mio punto di vista non è fattibile che una persona che lavora a contatto con il pubblico non abbia almeno qualche rudimento di inglese. Almeno i concetti base dovrebbero padroneggiarli tutti.

Insomma, questo non è sicuramente tra i punti critici più gravi dell’offerta turistica italiana, ma non facciamo certo una bella impressione, perché se accogliamo turisti che vengono in vacanza, dobbiamo anche sapergli fornire un minimo di assistenza.

Poca formazione del personale

In parte questo punto si collega al precedente, ma voglio concentrare l’attenzione sul mondo delle strutture ricettive perché è quello che conosco meglio.

A parte le grandi strutture, dove comunque l’accoglienza è in target con una certa tipologia di ospiti, nelle piccole imprese specie a conduzione familiare le cose vengono -non sempre ma spesso- lasciate al caso e tutti vengono accolti allo stesso modo.

Lasciatemi dire che questo è profondamente sbagliato perché ogni Paese ha le sue consuetudini e le sue regole. Significa che quello che potrebbe essere normale per noi, potrebbe lasciare perplesso un asiatico o infastidirlo al punto da rovinargli una vacanza.

Perché le aspettative cambiano in base al background culturale e per mantenerle, alla base ci deve essere tanto studio, in primo luogo da parte dello stesso management delle aziende turistiche, che deve lavorare per orientarsi verso questa direzione. Ma non basta, perché sono soprattutto i dipendenti che devono avere la motivazione per farlo. Lo studio personale conta tantissimo e spesso fa la differenza.

Come rilanciare il turismo italiano

Come dicevo all’inizio, parliamo di un argomento troppo ampio per essere trattato a fondo nell’articolo di un blog, ma da quanto detto fin ora si può dire che gli stranieri percepiscono l’Italia come una destinazione costosa e poco organizzata.

Manca alla base una promozione turistica seria del nostro Paese, supportato da adeguate campagne di marketing e comunicazione.

Negli ultimi anni, inoltre, prevale la tendenza a un servizio standardizzato, che non è in grado di incontrare le aspettative di chi si accinge a visitare l’Italia. Un servizio che, spesso, come abbiamo visto, non giustifica i costi e la situazione si aggrava perché ci manca una rete di infrastrutture realmente efficiente.

Sicuramente la politica -sia locale che nazionale- ha la sua parte di colpe e i singoli non hanno la possibilità di intervenire a livello strutturale.

Ma possono -possiamo- ripartire dal basso, ri-costruendo un’accoglienza turistica degna di un Paese da sempre orientato all’incoming dei viaggi come l’Italia.

Possiamo fare rete con le associazioni che promuovono i territori, anche al fine di intercettare i fondi europei, che sono spesso difficili da usare ma ci sono, qui trovate un esempio pratico: La riqualificazione del Fosso di Folignano: il ruolo del GAL e le opportunità per i Monti Prenestini -.

Ma non solo. Le varie associazioni che rappresentano gli imprenditori turistici italiani hanno il dovere di non arrendersi e di cercare un dialogo costruttivo con le varie istituzioni, un dialogo che deve necessariamente tradursi in una serie di azioni atte a rilanciare l’industria turistica del nostro Paese.

Perché non possiamo più permetterci di vivere di rendita, aspettandoci i turisti sempre e comunque come per magia, dobbiamo invogliarli a sceglierci intervenendo sulle criticità del settore.

Questo è l’unico modo per resistere a una concorrenza sempre più forte non solo da parte di Paesi che vantano una grande tradizione turistica come Grecia, Spagna e Francia, ma anche e soprattutto per far fronte all’attrazione che le destinazioni emergenti -nel nostro caso quelle dell’area balcanica- esercitano su un flusso sempre più importante di potenziali arrivi.

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