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Chi è e cosa fa un mediatore culturale

cosa fa un mediatore culturale

Già. Chi è, esattamente, e cosa fa un mediatore culturale?

Rispondere a questa domanda significa inquadrare, o almeno cercare di farlo, una professione complessa che in Italia, per una lunga serie di motivi, non ha ancora trovato il riconoscimento che merita.

Ma andiamo per ordine.

Quando nasce la professione del mediatore culturale?

Il mediatore culturale, inteso come professionista nel suo settore, nasce nei primi anni ’90, quando, per intenderci, cominciarono ad arrivare in Italia i primi immigrati con gli sbarchi.

Allora si trattava di un fenomeno nuovo a cui nessuno, era preparato, tantomeno la classe politica.

In quel periodo gli arrivi si concentravano lungo la costa ionica e a sud dell’Adriatico, perché si trattava principalmente di cittadini albanesi o comunque provenienti dalla Penisola Balcanica.

I primi mediatori culturali

Allora, ci fu il caos, perché queste persone che venivano accolte avevano necessità ben più complesse che andavano oltre un piatto di minestra e l’alloggio.

Occorreva integrarli, ma non esisteva alcun piano di gestione in questo senso. Inoltre, per arrivare a ottenere un minimo di integrazione, bisognava conoscere chi arrivava, comprendere la loro storia e parlare una lingua che fossero in grado di capire.

I primi mediatori, quindi, nascono essenzialmente come interpreti linguistici. Solo con il tempo le leggi, con tutti i loro limiti e incongruenze, sono arrivate a esplorarne il percorso di studi, l’inquadramento e le mansioni.

Come è cambiata la figura del mediatore culturale

Man mano che l’Italia si trasformava in terra di approdo per i migranti, con le comunità dell’Est Europa – in primis quella romena- e poi Nord Africana – generalizzo un attimo per chiarezza espositiva- chi si occupava di sicurezza e immigrazione cominciava a rendersi conto dell’importanza di questa figura.

Fino a qualche anno fa comunque, il mediatore era essenzialmente qualcuno che conosceva le lingue delle comunità immigrate, magari perché avevano in comune lo stesso Paese di origine. All’inizio, quindi, si trattava di persone che spesso non avevano alle spalle nessuna qualifica.

Da quegli anni l’Italia si è profondamente trasformata e oggi viviamo in una società multietnica e tutti sono coscienti dell’appeal esercitato dal nostro Paese. Perché arrivare in Italia significa entrare in Europa, dunque per il futuro dobbiamo aspettarci, inevitabilmente, una pressione sempre maggiore alle frontiere.

Oggi, i mediatori sono anche italiani ed esistono diversi percorsi per avvicinarsi alla professione.

Ora, proverò a rispondere alla domanda di apertura di questo post.

Chi è e cosa fa un mediatore culturale?

Un mediatore culturale è un plurilingue, esperto conoscitore di due realtà: il Paese di arrivo, in questo caso l’Italia, e quello di provenienza del cittadino immigrato.

Una volta le mediazioni erano solo linguistiche, oggi la mediazione presuppone un incontro tra due culture. In un certo senso, dunque, va oltre la mera traduzione per posizionarsi su un piano più profondo e articolato. Inoltre, interviene sulle specificità dei settori in cui il mediatore opera, come:

  • scuole
  • ospedali
  • tribunali
  • strutture di prima e seconda accoglienza

In Italia, gli enti che si occupano di regolamentare la figura del mediatore culturale, lavorano in autonomia basandosi sulla legge quadro dell’immigrazione.

I requisiti spesso variano da regione a regione. Negli anni sono state proposte varie definizioni per il mediatore, che in più di qualche caso annaspavano nel tentativo di spiegarne le peculiarità.

Io sono per la semplificazione -perché più che di parole abbiamo bisogno di concretezza- e preferisco lasciare gli elenchi ai legislatori, per questo dico che il mediatore culturale è un esperto che agisce su più fronti e aiuta le persone a costruire la miglior vita possibile in Italia.

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