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Perché ho riaperto il profilo Instagram -e i motivi per cui ne parlo qua-

riaprire profilo instagram

Da qualche parte ho letto che, riguardo all’uso dei social, esistono tre gruppi di persone.

Ci sono quelli che non possono farne a meno, per lavoro o passione personale. Poi, ci sono i profili inattivi o quasi, che pubblicano ogni tanto o che non pubblicano affatto, ma controllano cosa avviene sulle varie piattaforme – della serie tu non mi vedi, ma ci sono e ti guardo- Infine, esiste un gruppo di persone, nemmeno poche, dando un’occhiata alle statistiche, che non sono affatto interessate ai social. Tra questi, c’è chi aveva un profilo e lo ha cancellato e chi invece non ha mai avuto un account.

Io non so esattamente in quale categoria rientro. Ho sempre usato i social ma, pur lavorando on-line, nutrivo una sorta di odio amore per loro. Non per lo strumento in se, più che altro mi infastidiva che nel mio ambiente la pubblicazione quotidiana, a qualsiasi costo, andasse per la maggiore. Forse sarebbe corretto dire che io dei social odiavo l’imposizione, come se le competenze e l’autorevolezza fossero direttamente proporzionali al numero dei post, o peggio, alle metriche.

Comunque, quando ero stanca di quel gioco, come sempre ho fatto di testa mia e da un giorno all’altro ho chiuso tutto.

Non ho mai avuto dipendenza dai social perché vanno presi per quel che sono: uno strumento e nulla più, che diventa negativo solo se si utilizza in un certo modo.

Non sono tornata su Instagram nemmeno per la paura di restare fuori dal giro, o di perdermi qualcosa.

Ho fatto questa premessa per raccontare che io, per tanto tempo, ho avuto un profilo IG dove il mio nome utente era Libertà per Siria -del resto, credo che la mia posizione sia abbastanza chiara-

Quando ha iniziato a starmi stretto ho deciso di chiuderlo e continuare a lavorare dietro le quinte.

Solo che qualche giorno fa, un mio amico siriano che vive a Idlib, zona franca del regime, mi ha scritto per raccontarmi del bombardamento nella sua città da parte di Iran e Russia – fedele alleata di Assad da tantissimi anni-

Lui, che l’Italia la conosce, mi ha chiesto di tornare e raccontare la verità sulla tragedia siriana.

Mentre fumavo nel cuore della notte, continuavo a rivedere le immagini scioccanti che il mio amico aveva allegato assieme alla documentazione dell’attacco. Purtroppo non ci si abitua mai a tanto orrore.

Allora ho capito che non potevo tirarmi indietro e all’alba ho riattivato il profilo.

Continuerò a parlare di Siria, come ho sempre fatto. Se riuscirò a insinuare il dubbio anche in una sola persona, potrò dirmi soddisfatta. Ovviamente andrò a toccare anche altri temi legati al mio lavoro che mi stanno molto a cuore: l’Africa, la Palestina e la mediazione, senza dimenticare il razzismo, che combatterò a tutti i costi cercando di divulgare più informazioni possibili.

Io considero il blog la mia casa, ebbene, il profilo IG tornerà a esserne il giardino.

Grazie, M. per avermi dimostrato che quello che faccio conta. Grazie, per avermi spinta a ritornare quando mi sono persa.

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Razan Zaitouneh, in prima linea contro Bashar Al-Assad

raizan zaitouneh

Tra tutte le storie degli attivisti siriani, quella di Razan Zaitouneh è tra le più importanti per tratteggiare la reale situazione che in Siria si protrae da oltre un decennio, anche perché questa donna era tra le figure di spicco della società civile siriana e ricopriva un ruolo pubblico. Non certo una sconosciuta, insomma, da far sparire sperando che finisse nel dimenticatoio.

Chi era Razan Zaitouneh

La Zaitouneh, prima della sua sparizione, è stata in prima linea contro il regime di Bashar Al-Assad, contro il quale ha messo in campo tutta la sua preparazione in ambito giuridico, facendo delle denunce e dell’associazionismo le sue armi principali.

L’attivismo per i diritti umani in Siria

Razan Zaitouneh, infatti, prima di essere un’attivista era un avvocato e ha ricevuto riconoscimenti internazionali per il lavoro che stava svolgendo in Siria. Tra tutti, spicca il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, assegnatole il 27 Ottobre 2011.

Nel 2001 fonda la Hras, Associazione per i Diritti Umani in Siria e, nel 2005, lo Shril -la Rete Siriana di informazioni per i diritti umani-.

Il rapimento a Damasco

Dopo essersi nascosta, in quanto accusata dal regime siriano di essere una spia a servizio dei governi stranieri, Razan Zaitouneh viene rapita il 9 Dicembre 2013 a Damasco. Da quel momento si perdono le sue tracce. Nessuno ha rivendicato il gesto e ancora oggi non ci sono notizie certe su di lei.

Il pensiero di Razan Zaitouneh sulle reazioni internazionali al regime di Bashar Al-Assad

Quelli che seguono sono gli stralci di un’intervista rilasciata da Razan durante il periodo in cui viveva nascosta. Trovate la parte integrale su rfel.org “RadiofreeEuropeRadioLiberty”.

[…] Davvero è ridicolo che siano passati sette mesi e il Consiglio delle Nazioni Unite non approvi una risoluzione di condanna contro il regime siriano. Penso che ci sia ancora molto da fare da parte della comunità internazionale. […] Il popolo siriano ha bisogno di essere protetto. Allo stesso tempo, diciamo che non vogliamo che questa rivoluzione diventi armata, vogliamo rimanere pacifici. […] Dovrebbe esserci una tabella di marcia in cooperazione tra la comunità internazionale e l’opposizione siriana […] per proteggere il popolo siriano e aiutare a porre fine a questo regime […]

Le parole della famiglia

Quella che segue, invece, è la dichiarazione rilasciata dalla famiglia nell’Aprile 2014, pubblicata su europarl.europa.eu:

Noi, i familiari di Razan Zaitouneh, attivista per i diritti umani, avvocato, scrittrice, e, soprattutto essere umano, rilasciamo la presente dichiarazione a oltre tre mesi dal rapimento premeditato che nessuno ha rivendicato e per il quale non sono emerse dichiarazioni ne richieste, in un chiaro tentativo di guadagnare tempo e soffocare la libertà di parola di nostra figlia e dei suoi colleghi, al fine di costringerli a smettere di scrivere e impedire di esercitare il diritto alla libertà di espressione.

La voce di Razan Zaitouneh

Concludo l’articolo con un video di denuncia, dove Razan Zaitouneh racconta la situazione siriana sotto il regime di Bashar Al-Assad.

https://youtube.com/watch?v=pmRGpQwmAUE
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Ghyat Matar, il ragazzo che donava fiori ai soldati di Assad

ghyat matar
Foto di “Siria, documentazione delle torture del regime in prigione”

Continua il nostro viaggio alla scoperta delle storie dei martiri della Rivoluzione Siriana.

Oggi vi parlo di Ghyat Matar, il ragazzo che offriva un fiore in segno di pace ai soldati di Bashar Al-Assad.

Benché la sua storia abbia avuto una rilevanza internazionale, probabilmente la stessa dell’omicidio di Hamza Al-Katheb, in Italia, a eccezione di chi si occupa della Siria, è ancora poco conosciuta.

In rete non ho trovato molte informazioni su di lui, eccetto qualche foto e i pochi, brevi accenni alla sua vita. Per questo, ho pensato di integrare nell’articolo tutte le fonti ufficiali che sono riuscita a trovare al riguardo.

Le trovate in fondo alla pagina.

Ghyat Matar, il pacifista siriano conosciuto come Little Gandhi

Ghyat Matar, all’epoca dei fatti appena ventiseienne, è un ragazzo in attesa di diventare padre. Quando scoppiano le proteste in tutto il Paese, decide di rispondere al regime a modo suo, usando la potente arma del pacifismo.

Lo fa offrendo ai soldati di Bashar Al-Assad fiori e bottiglie d’acqua, nella speranza di toccargli il cuore e risvegliare le loro coscienze. Perché lui non credeva possibile che un siriano potesse sparare su un altro fratello siriano.

Viene sequestrato il 6 Giugno 2011 a Daraya, nei pressi di Damasco. Il suo corpo è restituito alla famiglia 4 giorni dopo, con addosso i segni delle torture più atroci.

Le dichiarazioni internazionali sul suo assassinio

Diplomatic.gouvr.fr, Ministero francese dell’Europa e degli Affari Esteri, “Siria, Morte sotto tortura del membro dell’opposizione Ghyat Matar”, 12/09/2011:

[…] La Francia condanna l’orribile omicidio del giovane […] Ghyat Matar, arrestato il 6 Settembre dalle forze di sicurezza siriane […] Morì a causa delle torture inflittegli. I siriani, che chiedono rispetto per la loro dignità e libertà, sono sottoposti […] a una sanguinosa repressione che riflette il rifiuto del regime di intraprendere una transizione democratica. La Francia è più che mai al fianco del popolo siriano. […] La Francia continua a sollecitare le autorità siriane a porre fine alle violenze e a rilasciare tutti i prigionieri politici.[…] Le atrocità commesse ogni giorno dal regime di Damasco contro il suo stesso popolo sono inaccettabili. […] Nella 18° sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite […] l’Alto Commissario delle Nazioni Unite […] Navi Pillay, ha indicato il bilancio delle vittime a seguito della repressione arrivato ad almeno 2600 […]

Da notare che tale numero, sottostimato, si riferisce al 2011 e da allora sono passati oltre dieci anni.

Avrupa.info.tr, Bruxelles, 12 Settembre 2011, Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri:

L’Unione Europea condanna con la massima fermezza l’assassinio dell’attivista per i diritti umani Ghyat Matar arrestato dalle forze di sicurezza siriane. […] l’ennesimo segno della brutalità con cui il regime risponde alle aspirazioni del popolo siriano

Inevitabile chiedersi, a distanza di undici anni da queste dichiarazioni, dove sia finito tutto questo sdegno.

Quando e dove abbiamo smarrito la strada, lasciando i siriani al loro destino?

Il ricordo di Ghyat Matar

In rete ho trovato delle bellissime parole che verrebbero attribuite proprio a Ghyat Matar. Non sono riuscita a verificarlo con esattezza, ma amo credere che questa fosse davvero la sua speranza, certo che avrebbe, prima o poi, dato la vita per la sua Siria:

Ricordati di me, quando celebri la caduta del regime e…ricorda che ho dato la mia anima e il mio sangue per quel momento. Possa Dio guidarti sulla strada della lotta pacifica e concederti la vittoria.

Ghyat Matar

Nel 2017 esce, “Little Gandhi”, il film-documentario che racconta la sua storia.

Quello che vedete è il trailer ufficiale, in arabo ma sottotitolato in inglese.

In ricordo di Ghyat Matar, e di tutti quelli che, come lui, hanno perso la vita per difendere la libertà.

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Hamza Al-Katheb: il simbolo della Rivoluzione Siriana

Hamza Al-Katheb
Foto di “Siria, documentazione delle torture in prigione”

Oggi vi racconto la storia di Hamza Al-Katheb, il bambino martire, considerato il simbolo della Rivoluzione Siriana.

Nella drammaticità degli eventi in Siria, ci sono storie che fanno più male di altre, come quella di Hamza Al-Katheb, di cui, per la sua giovane età, ho trovato davvero difficile parlare. Però lo considero un dovere, perché questa, di storia, apre un profondo squarcio sulla nostra inconsapevolezza, gettandoci in un incubo dal quale è impossibile svegliarsi. Racconta una realtà d’inferno, incomprensibile e inaccettabile per qualsiasi essere umano dotato di una coscienza.

La storia di Hamza Al-Katheb

Siamo nella Primavera del 2011, nei pressi di Dara’a, la città simbolo della Rivoluzione Siriana, in quanto da qua è partito tutto.

Hamza è un bambino alle soglie dell’adolescenza e, accompagnato dalla sua famiglia, inconsapevole della drammatica piega che avrebbero assunto le proteste, si reca a una manifestazione di dissenso contro Bashar Al-Assad. Come, probabilmente, avrebbero fatto migliaia di italiani, portandosi dietro i figli, nella percezione errata che il diritto a manifestare sia acquisito e, dunque, intoccabile.

Solo che poi accade qualcosa che non è concepibile, almeno per quelle menti aperte alla civiltà e alla vita come un valore sacro.

I fatti

Il 29 Aprile del 2011, nei pressi di Saida, durante la manifestazione, i servizi segreti siriani prendono il sopravvento e iniziano a sparare sui civili, armati unicamente di fiori e del telefono cellulare per riprendere gli eventi.

Nel caos, Hamza sparisce e viene arrestato assieme ad altri manifestanti. Il suo corpo viene riconsegnato alla famiglia solo un mese più tardi, il 25 Maggio.

Il cadavere è martoriato. Sono evidenti i segni della tortura: bruciature di sigarette, ossa rotte, fori di proiettile. I genitali sono mutilati. Ad Hamza è stato tagliato il pene.

Diffusione del video: le torture su Hamza Al-Katheb

Al-Jazeera diffonde un video per mostrare al mondo il martirio di questo bambino innocente.

Dopo averlo visto per intero, ho scelto di non mostrarlo su questo blog perché, come potrete immaginare, è di una brutalità estrema e guardarlo è un colpo al cuore. Se volete vederlo, lo trovate in rete, ma vi consiglio di non farlo in presenza di bambini o di persone sensibili.

A seguito della diffusione del video, il regime di Bashar Al-Assad prova a smentire.

Un articolo di Enrica Garzilli, pubblicato il 4 Giugno 2011 su Ilfattoquotidiano.net, riporta che:

I giornalisti stranieri non possono entrare in Siria ma secondo quelli locali e gli attivisti dei diritti umani non c’è alcun dubbio sull’autenticità del filmato su Hamza. Al-Dunia […] apertamente favorevole al regime, ha trasmesso un’intervista ad Akram Al-Shaar, medico legale del Tishreen Military Hospital di Damasco. Secondo Al-Shaar, i segni sul corpo di Hamza sono dovuti […] non alle torture subite.

La reazione americana alla morte di Hamza Al-Katheb

Il fatto assume una rilevanza internazionale, tanto che a parlarne è la stessa Hillary Clinton.

Qui trovate il video del suo intervento. Se capite l’inglese, vi consiglio davvero di ascoltarlo.

In sostanza, la Clinton afferma che

La morte di Hamza simboleggia per molti siriani il collasso totale di qualsiasi sforzo da parte del governo siriano di lavorare e ascoltare la propria gente.

Viene da chiedersi, allora, perché la Siria sia stata completamente abbandonata dal mondo, lasciando il popolo alla mercé di Bashar Al-Assad.

Testimonianze dalla Siria: i bambini e il muro della discordia

Concludo con l’estratto di una testimonianza di una donna italo-siriana, pubblicata su ospitipeacelink.it, utile a inquadrare meglio gli eventi di quelle settimane e a far comprendere perché si continua, ancora oggi, a combattere in Siria.

[…] Nella piccola città di Dara’a, a Sud della Siria, il 9 Marzo 2011 un gruppetto di […]ragazzini scrivono sui muri della propria scuola “Adesso tocca a te, Dottore” […] Bashar Al-Assad, infatti, ha una laurea in medicina. […] I bambini vengono arrestati, maltrattati e torturati […] Il capo della polizia segreta, un cugino del presidente Assad rifiuta di liberarli. Fu proprio per loro […] che il 15 Marzo 2011, centinaia di uomini e donne […] scendono nelle strade di Dara’a, chiedendo la loro liberazione. Dara’a viene subito assediata, attaccata dai carri armati e elicotteri, privata per lunghe settimane di elettricità ed acqua, isolata dal resto della Siria […] Il regime di Assad accusa i manifestanti di essere terroristi, ma […] l’unica arma nelle loro mani erano i cellulari […] Le proteste si espandono in tutta la Siria, e con loro i bombardamenti, i massacri, le distruzione e la morte […] Hamza Al-Katheb, considerato simbolo e martire […] ucciso dopo essere stato torturato nella maniera terribile nelle prigioni del regime siriano. Ma Hamza non è l’unica vittima, il regime di morte non si ferma. […] In molti credono che in Siria l’esercito combatta i […] terroristi […] In Siria non si combatte una guerra in nome della religione, in Siria si combatte un dittatore che non vuole lasciare il Paese […] Nel mio Paese si combattono dei mercenari pagati dal dittatore […] si combatte un dittatore sanguinario che da moltissimi anni ha portato la Siria alla povertà e alla morte […]

Oggi, Hamza Al-Katheb, è diventato il simbolo della Rivoluzione Siriana e di tutti quelli che sperano nella giustizia e nella democrazia per Damasco e la sua gente.

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Siria: è davvero guerra civile?

guerra civile in siria

Già, davvero possiamo parlare di guerra civile in Siria?

La domanda me la pongo in prima persona, ma la rivolgo anche a voi che mi leggete. Perché spesso, quando scrivo, ho più domande che certezze e oggi ancora di più.

Cosa significa parlare della Siria oggi

Quando ho scelto di iniziare a trattare questo argomento, ero consapevole del rischio.

Primo, perché è sempre un punto delicato descrivere eventi tanto drammatici ancora in corso di svolgimento e poi non è facile dare una risposta a tutto. Perché, anche involontariamente, si rischia di raccontare le cose in modo superficiale, o peggio, di parte. In questo caso, dalla parte occidentale, ovvero facendomi influenzare dalla narrazione dei nostri media.

Il rischi di cui parlo, però, era non tanto di scontentare qualcuno -cosa inevitabile quando si prende una posizione, qualunque essa sia- quanto di urtare la sensibilità di chi da questi eventi è coinvolto in prima persona.

A quanto pare, è esattamente quello che è accaduto.

Siria, è davvero guerra civile? Cosa non è piaciuto del mio pensiero

Due cose mi sono state contestate.

  • La prima è una narrazione tipicamente occidentale, dove mancherebbe una parte importante della verità.
  • La seconda è l’espressione guerra civile riferita alla Siria.

Ma andiamo per ordine.

Per farvi capire meglio, andate a leggere l’articolo in questione e poi tornate qui. Vi lascio il link: Siria: i perché di una rivoluzione dimenticata

Ora che avete letto, voglio provare un attimo a spiegare il mio pensiero proprio a partire dai punti che ho elencato.

Narrazione occidentale

Le mie fonti

In parte credo sia normale essere influenzati dal sistema di informazione nel Paese in cui si vive.

Eppure, chi mi conosce personalmente, lo sa bene. Ho sempre cercato di andare oltre, in questo caso l’ho fatto attingendo anche a fonti straniere -per fonti intendo giornali, blog ed emittenti radiofoniche-.

Chiaramente, il mio limite è non parlare l’arabo. Ora, se io cerco di informarmi usando solo risorse in lingua inglese, molto probabilmente la mia opinione si plasmerà sulla base dei modelli di pensiero britannici e americani. Per evitare questo e cercare di essere il più oggettiva possibile, ho usato fonti in tutte le lingue che conosco, ma per l’appunto manca l’arabo.

Inoltre, ve ne accorgerete nei prossimi articoli sulla Siria che usciranno nelle settimane successive, mi sono attenuta a fonti certe, come:

  • articoli già pubblicati, citando autore, nome della testata, data di pubblicazione e titolo di riferimento;
  • saggistica di settore, anche qui con tutti i riferimenti del caso;
  • dichiarazioni ufficiali di personalità di spicco in qualche modo legate al mondo arabo, facilmente reperibili e dunque verificabili da chiunque;
  • fonti ufficiali dell’Unione Europea;
  • dati confermati da associazioni di spicco come Unicef e Medici Senza Frontiere.

Cosa non ho mai detto

Detto ciò, io non ho mai asserito che le organizzazioni fondamentaliste come il Daesh -leggete Isis- e il Movimento di Liberazione Al-Nusra abbiano tra i fedelissimi esponenti del popolo siriano. Seppure qualcuno c’è, si tratta di numeri assolutamente marginali, comunque ho affermato esattamente il contrario, raccontando come tali organizzazioni abbiano massacrato civili innocenti che avevano la colpa di ribellarsi alla loro violenza.

Vi dirò di più.

Io ho persino preso una posizione molto impopolare, arrivando a ipotizzare una sorta di alleanza tra lo stesso Bashar Al-Assad e i gruppi fondamentalisti che lui stesso dichiara di combattere.

Guerra civile in Siria sì o no?

Passiamo adesso al secondo punto. Davvero è possibile parlare di guerra civile in Siria?

Perché la verità è che più di qualcuno si è profondamente risentito, dicendo senza mezzi termini che il mio pensiero è tipicamente occidentale e che al posto di guerra civile avrei dovuto usare la parola Rivoluzione. In realtà ho usato entrambe, ma anche qui andiamo per ordine.

Parlo e scrivo da europea

Il mio pensiero è troppo occidentale?

Può darsi, niente di più facile. Del resto sono occidentale per nascita, cultura e formazione. Il punto è che ho sempre avuto la voglia di scavare a fondo nelle cose, dunque sono la prima a mettermi in discussione.

Detto questo, perché parlo di guerra civile riferendomi alla Siria?

Per almeno due motivi.

Io scrivo in italiano, dunque il mio pubblico di riferimento è in primis italiano e, più in generale, appartiene a un modello di pensiero fondamentalmente europeo.

Se guardiamo alla storia europea, la Rivoluzione che conosciamo meglio è quella francese, ma da allora sono passati diversi secoli. Certo, c’è la Rivoluzione d’Ottobre in Russia più vicina a livello temporale, ma i francesi sono più simili -socialmente e culturalmente- all’Italia di quanto non sia la Russia, quindi fare un confronto con quest’ultima aprirebbe una diatriba in questo momento poco utile.

Come italiani, però, abbiamo spesso sentito parlare di guerra civile in tempi più recenti, basti pensare alla guerra civile spagnola agli inizi del ‘900. Dunque è un concetto che il lettore medio italiano sente più vicino -storicamente parlando- rispetto al termine Rivoluzione.

Guerra civile e Rivoluzione in Siria: i termini a confronto nella lingua italiana

Ma c’è un altro motivo per cui, riferendomi alla Siria, ho parlato di guerra civile e questo motivo passa per la lingua italiana, mescolandosi agli eventi storici.

Ripercorrendo quanto accaduto in Siria, possiamo affermare che tutto nasce con le proteste a Dara’a, proteste che poi si sono propagate in tutto il Paese. La Rivoluzione scoppia quando la società civile decide di ribellarsi al Governo repressivo di Bashar Al-Assad.

Analizziamo ora il significato della parola Rivoluzione nella lingua italiana secondo il vocabolario Treccani -il grassetto è il mio-:

Una Rivoluzione è un cambiamento radicale nell’ordinamento politico di uno Stato, che viene ottenuto in modo rapido[…] Si verifica quando un gruppo sociale o un’intera popolazione, non sentendosi rappresentati dalle istituzioni o ritenendosi vittime di ingiustizie […] decidono di rovesciare queste istituzioni e di stabilire un nuovo ordinamento

Tuttavia non cerco per forza la ragione, quindi per la massima trasparenza possibile, vediamo anche come continua la definizione -il grassetto è sempre il mio-:

In senso più ampio, si chiama Rivoluzione qualsiasi processo storico, anche non violento e protratto nel tempo, che determini un cambiamento radicale in una società

Ora vediamo un attimo la definizione di guerra civile:

Conflitto combattuto tra i cittadini di uno stesso Stato diviso in fazioni […]

Siria: Rivoluzione o guerra civile?

Concludendo, dal mio umilissimo punto di vista, le proteste a Dara’a hanno scatenato la Rivoluzione siriana, sulla base della quale si è poi innestata anche la guerra civile nel momento in cui il popolo siriano combatte contro i fedelissimi di Assad -sempre siriani- in quanto io parlo di nazionalità senza riferirmi all’etnia o alla religione.

Parallelamente alla guerra civile, permane e anzi diventa più forte la Rivoluzione, che esprime il desiderio di libertà e democrazia della maggior parte della società siriana.

Cosa vi invito a fare

Ora che ho chiarito meglio il mio pensiero, ci tengo a ribadire di non avere la verità assoluta in tasca. Per questo, se avete una storia da raccontare sulla Siria, o anche se volete semplicemente esprimere il vostro punto di vista su tutto questo, vi invito a contattarmi e sarò felice di darvi spazio sul mio blog.

Perché continuo a essere certa che il dialogo e il confronto siano le basi della conoscenza e del rispetto reciproco.

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Paolo Dall’Oglio: l’italiano che amava la Siria

paolo dall'oglio

Chissà perché, quando i conflitti sono lontani da casa nostra, pensiamo che in nessun caso ci possano riguardare. Eppure, non è sempre così. Oggi voglio raccontarvi la storia di Padre Paolo Dall’Oglio, il sacerdote italiano che amava la Siria.

Una storia toccante, che mette in luce la sua sensibilità e la memoria corta dei governi italiani.

Perché questa storia, ormai, come tutto ciò che riguarda la Siria, sembra essere caduta nell’oblio.

Chi è Padre Paolo Dall’Oglio

Quando scoppiarono le prime rivolte popolari nel 2011, Padre Paolo Dall’Oglio si trovava in Siria già da tantissimo tempo.

Infatti, a partire dagli anni ’80, aveva fondato una comunità monastica, la comunità Mar Musa, nella quale si prodigava a promuovere il dialogo tra l’Islam e il Cristianesimo.

Il Ruolo di Paolo Dall’Oglio nella Rivoluzione Siriana

Il dialogo interreligioso era il punto fermo della sua vita. Un dialogo che Padre Paolo tentò di rafforzare dai primissimi anni del 2000, quando in Occidente, a seguito degli attentati alle Twin Towers, si è risvegliato un forte senso anti-islamco, volto non a isolare i terroristi, ma che purtroppo colpiva -e continua a colpire in modo più o meno indiscriminato- tutti coloro che professano la religione islamica.

Vivendo in Siria da tempo, Padre Paolo conosceva bene la società siriana e le ragioni dei movimenti di protesta, così tentò di agire proponendo una risoluzione pacifica. Risoluzione che, secondo lui, doveva necessariamente passare per la democrazia, ovvero libere elezioni con il consenso della maggioranza di tutte le parti sociali coinvolte.

Il regime ovviamente non gradì il suo intervento, che considerava come un’ingerenza alla politica interna, così, il 12 Giugno 2012, fu attuato il decreto di Bashar Al-Assad che prevedeva l’espulsione di Padre Paolo Dall’Oglio dalla Siria.

A partire da questo momento, la situazione diventa confusa e non ci sono fonti certe circa i suoi spostamenti.

Il rapimento e le ultime notizie

Quello che sappiamo è che nel 2013 rientra in Siria, probabilmente dal confine al Nord del Paese controllato dalle forze ribelli, all’epoca profondamente spaccate al loro interno e divise tra il Free Syrian Army, il Movimento di Liberazione di Al Nusra e il Daesh, da noi meglio conosciuto come Isis.

Diverse fonti raccontano che Paolo Dall’Oglio in questo periodo è in prima linea per aiutare i civili. Il 29 Luglio 2013 si perdono le sue tracce, come se la terra lo avesse inghiottito.

Benché ci sia la certezza del suo rapimento da parte delle forze estremiste, nessuno, ancora oggi, conosce la sua sorte.

Secondo il sito arabo Zamal Al-Wasl, con una nota diffusa il 12 Agosto 2013, Padre Paolo Dall’Oglio sarebbe stato ucciso, ma la Farnesina non ha mai dato conferme.

A rilanciare la notizia che sarebbe ancora vivo è il Times, il 7 Febbraio 2019. Secondo questa fonte, Paolo Dall’Oglio sarebbe stato ceduto alle forze arabe da alcuni membri dell’Isis che, messi alle strette dagli attacchi guidati dagli Stati Uniti, tentavano di lasciare il Paese. Anche in questo caso, però, nessuno ha mai confermato o smentito la notizia.

La testimonianza dalla Siria

A questo proposito è molto interessante un’intervista di Riccardo Cristiano, pubblicata su Avvenire.it il 28 Luglio 2021, dal titolo “Quell’ultima notte con Padre Paolo Dall’Oglio nella cella del Daesh a Raqqa”.

Quello che segue è il racconto del giornalista.

Lui mi ha detto che posso fare il suo nome, ma preferisco citare solo le sue iniziali: A.K. Quel che conta è il racconto di questo rifugiato siriano, musulmano osservante, fuggito nel 2015 da Raqqa. Dopo un bombardamento si è messo in marcia verso la rotta balcanica. Il viaggio che lo ha portato in Europa è durato quasi due mesi: arrivato in Germania ha fatto la sua scelta di ricollocamento. […] Questo mi ha interessato […] ma i miei dubbi non li nascondo. Tanti si presentano dicendo di sapere di Paolo […] ma lui ha subito messo in chiaro di non sapere il cognome […]

Quelli che seguono sono gli stralci del racconto di A.K., il rifugiato siriano che avrebbe diviso la cella con Padre Paolo Dall’Oglio.

Ero infermiere a Raqqa, e così conobbi i combattenti di tutti i gruppi siriani. […] Erano tutti dei nostri […] impegnati nella lotta contro il regime. ll Daesh no. Quando […] ci ha chiesto di giurargli fedeltà, […] ci siamo rifiutati. […] Mi hanno portato in prigione, nel quartier generale […] Era Paolo. […] Era il 2013, durante il Ramadan […] La mattina seguente, il capo della Sicurezza del Daesh, […] ha prelevato Padre Paolo dicendo […] che voleva fargli capire cosa fosse la libertà di cui gli occidentali tanto parlano. […] Non so cosa sia successo dopo, ma ho sentito che lo avrebbero condannato perché lavorava nell’informazione. […]

Intanto, gli anni passano. La sua storia, come tante, è ormai lontana dalle cronache e dai salotti televisivi. Perché la Siria e le sue storie, sembrano essere dimenticate.

Eppure, Paolo continua a vivere nella memoria della sua famiglia.

Per conoscere e approfondire il pensiero di Padre Paolo sul dialogo interreligioso, vi consiglio la lettura del suo libro “Innamorato dell’Islam, credente in Cristo”.

Questa, invece, è la toccante testimonianza di sua sorella, che spera un giorno di poterlo riabbracciare.

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Tutti gli errori dell’Occidente in Siria: una gestione disastrosa

errori dell'Occidente in Siria

Se l’Occidente, gli Stati Uniti e l’Europa per intenderci, nel corso degli anni avesse agito diversamente, l’attuale situazione siriana sarebbe diversa?

Domanda di non poco conto, perché gli errori della gestione occidentale in Siria hanno contribuito al disastro che oggi è per lo più ignorato dal mondo.

La drammatica situazione che si registra oggi nel Paese tenuto sotto scacco da Bashar Al-Assad non è frutto di improbabili eventi casuali. Bensì dipende -anche e per la maggior parte- da una serie di mancanze e improbabili pasticci diplomatici e di comodo, messi in piedi da una parte di mondo che ha goffamente tentato di reagire. Lo ha fatto senza tener conto della situazione nel suo insieme, a dimostrazione che la nostra classe dirigente manca di competenze geopolitiche, oggi indispensabili per governare in una società aperta e globalizzata come quella attuale.

Gli errori dell’Occidente in Siria

Sull’argomento ci sarebbe moltissimo da dire. Ma, volendo semplificare, è possibile tracciare un fil rouge che, scelta dopo scelta -e in qualche caso non scelta- ha fatto si che questa tragedia continui a consumarsi in silenzio da oltre un decennio.

Combattere il terrorismo lasciando campo libero a Bashar Al-Assad

I primi interventi da parte della coalizione militare guidata dagli Stati Uniti di Obama contro l’Isis, risalgono ormai ad Agosto 2014.

Secondo quanto riportato da WallStreetItalia.com

[…] Gli esperti internazionali hanno sottolineato la necessità che la coalizione rimanga unita e determinata nella sua missione di degradare e sconfiggere l’Isis. E di farlo “attraverso un approccio globale che includa impegni militari, umanitari, di stabilizzazione, di comunicazione e politici nel periodo avvenire”, confermando la necessità di continuare nell’impegno militare.

Parole lodevoli, su questo non c’è dubbio. Eppure, guardando la storia a ritroso, saltano all’occhio eventi incontrovertibili.

La coalizione militare guidata dagli americani e appoggiata da Inghilterra, Francia e Turchia -altro elemento che apre la strada a non poche perplessità- nei suoi interventi si è concentrata unicamente sulla sconfitta dell’Isis.

Che di certo non sono angeli caduti dal cielo, nessuno può affermare il contrario e nessuno può dimenticare i video realizzati a uso e consumo di un Occidente terrorizzato. Terrorizzato dalla concreta possibilità di attentati su suolo europeo e americano e dalla presunta invasione islamica, non certo preoccupato di indagare nelle dinamiche interne della stessa organizzazione. Neppure, a essere onesti, di comprendere quali conseguenze avrebbe portato ai civili siriani la nascita del Califfato.

Due pesi e due misure, insomma. Fai ciò che ritieni più opportuno, purché lontano dall’Occidente.

Ma non solo.

Lasciare solo il Free Syrian Army

Nel momento in cui si era capito di che pasta fossero fatti i combattenti appartenenti all’Isis, che inizialmente facevano fronte comune con il Movimento di Liberazione di Al-Nusra -organizzazioni che avevano, almeno all’apparenza, l’obiettivo di opporsi al regime di Assad, l’Occidente ha pensato bene di smettere di sostenere l’Esercito Siriano Libero. Che di fatto era l’unica organizzazione con un preciso referente, Riyad Al-As’ad prima e Salim Idris in seguito.

Viene spontaneo chiedersi, dunque, se ci siano stati dei tentativi di dialogo con lui, se sia stata almeno imbastita una strategia per cercare un accordo, o, quantomeno, chiedergli di riferire circa la sua presunta vicinanza alle violente politiche di Al-Nusra e Isis.

Perché a onor del vero, quello che la storia consegna all’Occidente, è la profonda spaccatura tra le varie forze di opposizione, tanto che il Free Syrian Army è accusato di essere troppo debole e moderato dagli altri due.

Davvero è stato fatto tutto il possibile per aiutarlo, prima di lasciarlo solo?

Il dubbio è più che legittimo. Su Insideover.com, in un articolo del 3 Settembre 2017 di Roberto Vivaldelli, si riportano le parole di Robert Ford, l’ex ambasciatore americano in Siria:

La guerra è agli sgoccioli. Assad ha vinto e rimarrà al potere. Questa è la nuova realtà che dobbiamo accettare, e non c’è molto che possiamo fare. A meno che i governi stranieri che in passato hanno sostenuto il Free Syrian Army siano disposti a inviare denaro, armi […], e fornire supporto militare alle Forze Democratiche Siriane […] che stanno combattendo contro lo Stato Islamico, sarebbe comunque impossibile per i ribelli sconfiggere Assad e i suoi alleati russi e iraniani.

La realtà è davvero come la conosciamo?

Resta un mistero, poi, per chiunque ami porsi delle domande, come sia possibile che Bashar Al-Assad, sostenuto peraltro da Vladimir Putin, sia in grado di radere al suolo un intero Paese di 23 milioni di abitanti, distruggendo porti, città, fabbriche, siti archeologici millenari e usare armi chimiche sulla popolazione inerte ma non sia riuscito a contenere l’Isis.

I fondi alla Turchia e i risultati disastrosi

Nel disastro perpetrato dall’Occidente in Siria, poi, salta all’occhio un altro errore. Un errore madornale commesso da un Europa impazzita e impacciata. Un errore che si continua a pagare in termini di vite umane, senza tralasciare, peraltro, l’enorme dispendio economico.

Un mare di soldi che avrebbero potuto essere spesi, se non per sostenere attivamente i ribelli di Assad, almeno per salvare la vita alle vittime -un numero incalcolabile e sottostimato- del regime governativo.

La non scelta dell’Occidente e i profughi siriani

Anziché attivarsi e fronteggiare in prima linea un disastro umanitario senza fine, i leader europei hanno scelto di lavarsene le mani. Sborsando milioni di euro da regalare letteralmente alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, allo scopo di contenere la temuta invasione di profughi musulmani che, inevitabilmente, si sarebbero riversati in Europa. Ancora una volta, una scelta di comodo e il timore di un’invasione islamica.

L’impasse Europa-Turchia nella questione siriana

Tale scelta -o non scelta che dir si voglia- ha contribuito a creare un’ impasse diplomatica intricata come poche.

Da una parte Erdogan che continua a intascare i fondi europei che, almeno in teoria, dovrebbero essere utilizzati a scopi umanitari, -altro elemento su cui ci sarebbe moltissimo da dire-.

Dall’altra, un’ Europa che si è auto-imprigionata e si ritrova oggi sotto il ricatto di Erdogan, il quale minaccia, di nuovo -un fatto davvero ricorrente nella questione siriana- lo spettro della tanto temuta invasione di migranti musulmani.

Lo stesso Erdogan che, pur avendo sostenuto la coalizione americana contro l’Isis -appoggiando, dunque, almeno inizialmente, il fronte europeo- oggi diventa sempre più minaccioso nei confronti della Siria, senza tralasciare l’incognita dell’esplosiva situazione relativa alla minoranza curda.

Ancora una volta, chi si aspetterebbe un qualche tipo di intervento, anche solo diplomatico, da parte di Europa e Stati Uniti, sembra attendere invano.

Secondo Alberto Negri, in un articolo pubblicato su Linkiesta.it

[…] L’aspetto più sconcertante di questo atteggiamento americano, è che in Siria gli Usa non sono intervenuti neppure per proteggere i loro alleati curdi-siriani colpiti dall’avanzata della Turchia.[…] Eppure i curdi sono stati impiegati dagli Usa per combattere il Califfato e conquistare Raqqa, un tempo capitale di Al-Baghdadi e dell’Isis

Gli errori dell’Occidente in Siria: la situazione attuale e il ruolo di Biden

Da Bruxelles e dalla Casa Bianca tutto tace.

Perché Biden pare essere più interessato al conflitto in Ucraina, dando a Vladimir Putin del macellaio e del criminale di guerra.

Ironia della sorte, sembra dimenticare che si tratta dello stesso uomo che ha appoggiato e continua ad appoggiare incondizionatamente Bashar Al-Assad.

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Siria: i perché di una rivoluzione dimenticata

siria i perché di una guerra

La rivoluzione siriana si inserisce nel contesto delle Primavere Arabe, l’insieme dei movimenti di protesta nati alla fine del primo decennio del 2000. Un movimento complesso, che l’Occidente non ha saputo cogliere pienamente nella sua essenza -e, forse, di fatto- non ha neppure saputo raccontare.

Capire la guerra in Siria: i perché della rivoluzione

I primi manifestanti del mondo arabo iniziarono a riversarsi nelle piazze chiedendo riforme con uno spirito innovatore che, come un fuoco, si è propagato a colpo d’occhio in diversi Paesi del Medio Oriente.

L’inizio delle proteste a Dara’a

In Siria, il fulcro della delle proteste si rintraccia nella città di Dara’a , a Sud del Paese.

Probabilmente, allora, nessuno poteva immaginare la drammatica piega che avrebbero assunto le cose. Eppure, all’interno della società siriana, i segnali c’erano, ma tutti erano troppo impegnati ad analizzare l’impatto che le Primavere Arabe avrebbero avuto in Europa, così ben pochi hanno saputo coglierli.

La situazione degenerò rapidamente. Le proteste di Dara’a infuocarono il Paese, che si ritrovò sconvolto da una guerra civile in cui furono – e continuano a essere- i civili a farne le spese.

I movimenti di protesta vennero duramente repressi da Bashar Al-Assad, che non ebbe alcuno scrupolo a usare le più bieche forme di violenza sulla popolazione.

Il Ruolo dei Paesi esteri nella rivoluzione siriana

In tale contesto, nel 2011, in contrapposizione all’esercito siriano regolare, quello governativo, nasce l‘Esercito Siriano Libero, appoggiato dai civili che si ribellavano al regime e dai combattenti stranieri, presenti in ogni conflitto, che avevano sposato la causa della rivoluzione siriana.

In questo periodo, all’inizio del 2012, iniziano a delinearsi i primi schieramenti internazionali. Da un lato Russia, Cina e Iran, che avallano il regime di Assad. Dall’altro, Turchia, Gran Bretagna e Francia, forti dell’appoggio fornito dagli Stati Uniti.

I movimenti fondamentalisti

Negli anni immediatamente successivi, il fronte ribelle è profondamente spaccato al suo interno. A fianco dell’Esercito Siriano Libero, compare il Movimento di Liberazione Al- Nusra, fondato da Muhammed Al-Jawlani. Secondo più fonti, tale movimento ha rivendicato diversi attentati terroristici. Accanto ad Al-Jawlani, si delinea una nuova organizzazione, il Daesh.

Daesh è la sigla ricavata da un acronimo arabo e nell’alfabeto latino viene tradotta come “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, più conosciuto come Isis.

La rivoluzione in Siria: eventi e spaccature del fronte ribelle

Il 2013 vede due eventi che saranno ricordati come fondamentali nell’evoluzione della guerra.

  • La conquista strategica della città di Raqqa
  • Il sospetto atroce dell’uso di armi chimiche sulla popolazione, precisamente nella data del 21 Agosto.

Secondo il sito ProterraSancta, le rilevazioni sul posto eseguite dai funzionari dell’Onu confermano tale ipotesi, senza lasciare spazio al minimo dubbio.

Intanto, a farne le spese sono sempre i civili. A causa dell’estremismo degli esponenti del Movimento di Al-Nusra e dell’Isis, l’Occidente sospende ogni aiuto al fronte ribelle. Solo nel 2014 si assisterà a una vera e propria rottura tra le varie forze in campo.

Dal canto loro, l’Isis e il Movimento di Al-Nusra, accusano l’Esercito Siriano Libero di essere troppo moderato, esercito che, di fatto, resta sul campo totalmente abbandonato, nel tentativo di ribellarsi al regime di Assad e alla violenza delle forze fondamentaliste, le quali, pur opponendosi formalmente al governo, seminano il terrore nel Paese, uccidendo migliaia di loro connazionali.

Si arriva così al 2014 quando, all’interno di una Siria martoriata, va in onda la farsa di una delle elezioni più truccate della storia.

Assad viene rieletto con una percentuale di preferenze che sfiora il 90%. Il voto, tuttavia, viene permesso solo nei territori occupati dal suo governo, senza che nessun organismo internazionale vigilasse sulle procedure delle elezioni, escludendo la minoranza curda e l’intero fronte ribelle, concentrato a Nord del Paese.

Alla rielezione di Assad si affianca -parallelamente- la nascita del Califfato Islamico proclamato dall’Isis, con la repentina conquista delle città di Kobane e Mosul.

Gli esponenti dell’Isis, attraverso una strategia comunicativa che terrorizza l’Occidente, conquistano i principali siti archeologici e industriali del Paese, perpetrando violenze inaudite contro chiunque si opponga allo Stato Islamico.

Non si conosce esattamente il numero dei morti tra i civili imputabili all’Isis. Sta di fatto che, in questo anno, si calcola siano 300.000 i profughi riversatisi solo nella vicina Turchia.

Ancora una volta, i civili si trovano nella morsa del regime governativo e del Califfato, che sceglie proprio Raqqa come nuova capitale dello Stato Islamico.

La colazione di Obama e il ruolo di Putin in Siria

Il 2015 è un anno cruciale per la rivoluzione siriana.

In un clima di guerra fredda che avrebbe riportato il mondo indietro di decenni, una colazione militare guidata dagli Stati Uniti cerca di strappare i territori conquistati dalle mani dell’Isis. La strategia militare pare ottenere il successo sperato, tanto che i mesi successivi registrano un indebolimento del Califfato e la riconquista di alcuni dei territori strategici.

Allo stesso tempo, scende in campo la Russia di Vladimir Putin, offrendo pieno sostegno a Bashar Al-Assad.

La motivazione ufficiale, che avrebbe -almeno in teoria- dovuto avvicinare le visioni di Putin e Obama, aveva come obiettivo la sconfitta del Califfato.

Purtroppo, la realtà dei fatti si scontra duramente con la retorica, perché oggi la Russia detiene il controllo di un’ampia fetta del territorio siriano, continuando a spalleggiare un regime che si è dimostrato capace delle più bieche azioni nei confronti dei civili innocenti.

Stavolta, il teatro dello scontro è Aleppo. Questa città dalla storia millenaria viene martoriata e divisa in due, in uno scontro che pare non finire mai, come nel peggiore degli incubi. Il lato occidentale finisce sotto il controllo del regime governativo di Assad e l’altro si ritrova schiacciato da un assedio feroce, dove diventa impossibile persino procurarsi i beni di prima necessità. Nel 2016, anche questa parte della città viene assoggettata al controllo del regime.

L’anno successivo, il 4 Aprile del 2017, si registra un nuovo attacco chimico ai danni della popolazione, nei pressi di Idlib, a Nord del Paese, zona oggi in cui resiste l’Esercito Siriano Libero, che, intanto, si trova a dover fronteggiare numerose ingerenze da parte delle residue sacche legate al Movimento di Liberazione Al-Nusra e al Califfato Islamico.

L’Esercito Siriano Libero non ha mai smesso di opporsi al regime di Assad.

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Siria: una guerra dimenticata

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Nel Marzo di quest’anno ricorreva l’anniversario, l’undicesimo ormai, dell’inizio della guerra in Siria. L’undicesimo anno del protrarsi di una rivoluzione tra le più cruente della storia moderna.

Una rivoluzione dimenticata, troppo lontana e, forse, per questo, poco degna di nota da un Occidente impegnato a leccarsi le ferite dopo i due anni di pandemia da Covid-19. Un Occidente preoccupato di difendere i suoi confini da una guerra stavolta ben più vicina ai suoi lidi.

Ma il silenzio occidentale non inizia oggi, perché si sussegue ormai da ben dieci anni.

Un silenzio di comodo dove, in un periodo ormai lontano, ai timidi accenni della Primavera Araba in Siria da parte di un certo main-stream faceva eco la voce del popolo, quello italiano, che tanto sembrava aver a cuore le sorti di Damasco e della sua gente.

Eppure, anche quella voce, ormai, sembra sopita da tempo, frutto del superamento di una moda. Una moda travestita da (finto) perbenismo, lasciata indietro a fronte di argomenti più di tendenza e, dunque, maggiormente degni di interesse.

Solo un richiamo da parte di Papa Francesco a ricordo di questo anniversario di eventi che, se vivessimo davvero in un mondo civile, farebbero accapponare la pelle a qualsivoglia individuo di qualunque credo religioso.

Nell’epoca dell’iper-connesione e delle news in tempo reale, nell’epoca delle immagini e dei video, un dato di fatto stride come non mai.

Oggi, gli italiani sanno poco o niente di quanto sta accadendo in Siria. Eventi frutto di un governo repressivo che è lontano dalla democrazia tanto quanto il diavolo lo è dall’acqua santa. Un governo repressivo che nel silenzio assordante del mondo continua ad agire impunito, in un genocidio che va avanti da un decennio.

Il popolo siriano continua a soffrire, e al dolore si aggiunge la beffa dell’indifferenza.

I bambini continuano tutt’ora a vivere nei campi profughi, i quali, per loro stessa natura, rappresentano il simbolo di quell’infanzia negata.

I profughi, che il mondo occidentale etichetta tutti, spesso e frettolosamente, come terroristi -con il risultato di confondere ulteriormente le idee a una grossa percentuale di persone- guardano alla Siria da lontano.

Perdendosi nei ricordi di ciò che è stato, sperando in un futuro migliore, dove futuro si sovrappone a “ritorno”. Ritorno che, tuttavia, al momento, non sembra possibile, almeno non a breve termine. Così, la tragedia continua a consumarsi in un martirio senza fine, nell’ignoranza delle masse e nell’indifferenza di chi avrebbe il potere di agire ma, di fatto, sceglie di non farlo.

Vergogna, mondo. Vergogna.

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Nuova rubrica “Medio Oriente e dintorni”: il perché di questa scelta

medio oriente e dintorni

Scrivo questo post di getto, quasi non riuscissi a trattenere le parole, per raccontarvi una cosa che mi sta molto a cuore. Quindi immaginatemi davanti a voi, come se fossimo intenti in una chiacchierata tra amici di vecchia data, davanti a una coppa di gelato visto il caldo di questi giorni.

Oggi voglio parlarvi del motivo per cui ho deciso di inserire questa nuova rubrica, dal titolo Medio Oriente e dintorni, all’interno del blog.

I dubbi iniziali

So perfettamente cosa state pensando. In questo spazio metto a disposizione la mia conoscenza relativa al mondo alberghiero, offro consulenze alle strutture ricettive, parlo di travel blogging e racconto i miei viaggi. Di primo acchitto, viene da pensare che il Medio Oriente non c’entra nulla con tutto questo.

Difatti, sono stata a lungo indecisa sul da farsi. Dentro di me sapevo che sarebbe stata la scelta giusta, ma vi confesso di aver tentennato per un po’, facendomi frenare da stupide esigenze di marketing.

Perché chi lavora nell’ on-line e ha un blog, lo sa. Esiste una legge non scritta secondo la quale, per aumentare il numero di lettori, una volta scelto il tema da trattare, si deve parlare sempre dello stesso argomento. Al limite si può scrivere qualcosa di correlato, senza mai uscire dal settore di riferimento.

Vi chiedo scusa

Lo confesso, io stavo cadendo in tutto questo e vi chiedo scusa. Mi scuso con voi perché ho sempre promesso trasparenza assoluta e, questa volta, stavo per rinnegare l’impegno che ho preso.

Per fortuna, esistono molti professionisti con cui è possibile fare rete. Quando gli ho raccontato le mie intenzioni, ho ricevuto tantissimo sostegno. Perché la verità è che io avevo paura. Paura di non essere compresa e di snaturare il mio blog.

” Medio Oriente e dintorni”: il perché di questa scelta

Per farvi capire meglio, facciamo un passo indietro.

Pochi di voi sanno che io lavoro -anche- come ghostwriter. Ovvero “scrittore ombra”. Il che significa essere pagati per scrivere dei pezzi senza firmarli. A qualcuno potrebbe sembrare discutibile, ma vi assicuro che nel mondo della scrittura è una pratica molto diffusa. Essere ghostwriter mi ha consentito di arrotondare le entrate lavorando dalla mia scrivania, permettendomi di essere una mamma presente con mia figlia piccolissima.

Come ghostwriter, scrivo soprattutto di Medio Oriente. Per motivi contrattuali non posso dirvi cosa ho scritto. Ma, se vi interessa l’argomento, sono certa che avrete già letto qualcosa di mio, perché tanti articoli pubblicati in diversi portali e magazine on-line sono i miei.

Di cosa scrivo, esattamente?

Molto dipende dalle richieste, mi capita di realizzare saggi, articoli di blog o editoriali, tutti relativi appunto a quella zona.

Qualche esempio?

  • la questione Israelo-Palestinese
  • Iran
  • Iraq e Afghanistan
  • tematiche relative all’immigrazione

Se ve lo state chiedendo, sì, ultimamente ho lavorato anche a pezzi relativi alla guerra in Ucraina.

Il fatto è che, proprio per questo, qualcosa dentro di me mi spingeva a cambiare. E non è solo perché ho il desiderio di leggere la mia firma sotto quello che scrivo. Alla base di tutto c’è una motivazione più profonda.

Il mio amore per questi luoghi arriva da lontano e ho sempre voluto comprendere certe dinamiche. A essere onesti, almeno in Italia, non è facile riuscirci guardando solo la tv.

L’occasione per toccare le cose con mano è arrivata all’Università.

Io studiavo Scienze del Turismo, ma il mio corso era abbastanza eterogeneo e avevo la possibilità di inserire diversi esami a scelta. Questo mi ha permesso di avvicinarmi alla storia della Palestina, della Siria, ma anche dell’Europa Orientale, che io tanto amo. Ovviamente, oltre ai conflitti e all’intricata storia di questi Paesi, sono venuta a contatto per la prima volta con la tematica dell’immigrazione.

Certo, è chiaro che quello che ho imparato all’Università è stato solo il primo passo, perché poi ho continuato ad approfondire tutto per anni.

Le domande che mi pongo e cosa voglio fare

Tante volte mi sono chiesta il motivo per cui, dal punto di vista occidentale, una vita spezzata sembra avere molto più valore in Europa rispetto a questi altri Paesi.

Perché non abbiamo la stessa attenzione per tutte le guerre?

Queste domande sono andate a scontrarsi con un razzismo a volte esplicito, a volte più sottile, ma pur sempre presente. E con tanta, troppa ignoranza -nel senso di non conoscenza- su questi argomenti, affrontati troppo superficialmente dai media.

Perché la maggior parte delle persone tende ad associare, quasi come fosse scontato, il binomio Islam-terrorismo? Dov’è la verità e dove questa si fonde alla paura e agli stereotipi?

Così, appoggiata da chi ha dimostrato entusiasmo per la mia idea, mi sono detta che devo fare qualcosa per contribuire a cambiare tutto questo. Dicendo la mia e, soprattutto, dando voce a chi voce non ne ha.

Cosa troverete nella rubrica “Medio Oriente e dintorni”

Ora che vi ho spiegato un po’ meglio, ecco cosa troverete all’interno di questa rubrica.

  • approfondimenti sul conflitto tra Israele e Palestina
  • editoriali e articoli sulla Siria
  • analisi del conflitto ucraino, molto simile a quello siriano
  • interviste tematiche sull’Islam e sui Paesi di fede musulmana

Perché conoscere le cose è il primo passo per capirle e oggi viviamo in un mondo tanto globalizzato che ci obbliga a prendere posizione e a lavorare – ciascuno a suo modo- per la pace e l’integrazione tra i popoli. Senza permettere ai pregiudizi di trasformare in un oceano quel braccio di mare che ci separa dall’altra sponda del Mediterraneo.

Per fornirvi un minimo di materiale da leggere, in questo primo periodo troverete un articolo a settimana, poi, probabilmente da Settembre, aggiornerò la rubrica una volta al mese.

Ora che sapete tutto, scrivetemi per dirmi cosa ne pensate, perché sarei davvero felice di ascoltare la vostra opinione e magari ricevere i vostri suggerimenti.