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Dove lavora un mediatore culturale? -2° parte-

dove lavora un mediatore culturale

Nell’articolo precedente ho parlato del lavoro del mediatore culturale in fase di prima accoglienza, ovvero, quel lasso di tempo che intercorre tra l’arrivo, l’identificazione e la permanenza nei Cas quando ci sono le condizioni per la richiesta di protezione internazionale.

Ma dove e come lavora un mediatore culturale nei momenti successivi?

Per rispondere alla domanda del titolo, occorre porsi una seconda domanda. Ovvero: in quali casi un cittadino straniero che vive in Italia può aver bisogno di un mediatore?

Dove lavora un mediatore culturale

Esistono diversi ambiti di riferimento che si possono sintetizzare in questo modo:

  • sistema giudiziario
  • sanità
  • sistema scolastico

Sistema giudiziario

Include le questure, le caserme dei Carabinieri e il tribunale.

Questure e caserme

Questo punto è di fondamentale importanza perché la presenza di un mediatore in questi luoghi aiuta i cittadini stranieri a rapportarsi con la burocrazia italiana e le forze dell’ordine.

Facciamo un esempio pratico. Il cittadino che deve richiedere un permesso di soggiorno deve presentare tutta la documentazione ai fini del rilascio. Inoltre, il permesso di soggiorno va rinnovato alla scadenza e, soprattutto chi non parla bene l’italiano, ha diritto di esprimersi in una lingua conosciuta. Lo stesso discorso si può fare per le caserme dei Carabinieri, dove il mediatore culturale assume il ruolo di interprete e facilitatore linguistico.

Tribunali

Anche nei tribunali la presenza del mediatore può essere fondamentale.

Faccio solo un paio di esempi che però rendono bene l’idea:

  • ascolto delle parti coinvolte
  • traduzioni linguistiche
  • mediazioni nelle carceri per i cittadini di origine straniera

Sistema sanitario

Anche in questo caso il discorso è molto ampio e in seguito ne parlerò scorporando l’argomento in più post.

Per ora dico solo che per un medico è fondamentale sapere come intervenire in caso di allergie e patologie pregresse. Il mediatore quindi aiuta il personale sanitario a ricostruire la storia del paziente di origine straniera e lo informa sulle tipologie di cura disponibili, il tutto nella sua lingua di riferimento.

-In realtà fa molto di più ma di questo scriverò in seguito-

Sistema scolastico

La verità è che ogni singolo punto di questo post è infinitamente complesso e non bastano certo poche parole per approfondirlo, quindi ancora una volta faccio un discorso molto superficiale tanto per dare un’idea.

Il mediatore nelle scuole lavora sia a livello linguistico che socio-educativo, aiutando gli studenti di origine straniera a integrarsi nel gruppo classe.

Ovviamente non è tutto. Perché il suo intervento funzioni, c’è bisogno del supporto dei docenti e dei compagni, che andranno sensibilizzati a comprendere la situazione, senza dimenticare l’importanza di interfacciarsi con la famiglia che deve essere coinvolta in prima persona. -Comunque, credo che da questo si intuisca la complessità d’intervento che un mediatore deve attuare-.

Nel prossimo articolo voglio fare un passo avanti e proviamo ad analizzare le criticità della professione del mediatore culturale.

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Dove può lavorare un mediatore culturale? -1° parte-

dove lavora un mediatore culturale

Oggi parliamo degli ambiti in cui può lavorare un mediatore culturale, andando a esplorarne le mansioni.

Un argomento per nulla scontato, soprattutto quando penso che, 9 volte su 10, quando dico di essere mediatore, la persona che ho di fronte mi risponde, imbarazzata: “Media…Che? Quindi recuperi i crediti?” In pratica, molti confondono la mia professione con quella del mediatore creditizio che, per inciso, non ha nulla a che fare con le lingue e l’immigrazione.

Proviamo a fare chiarezza.

Mediatore culturale: perché tanta confusione?

Prima di addentrarci nei dettagli delle mansioni di un mediatore, tenterò di rispondere a questo punto.

Almeno in Italia, il mediatore culturale è una figura sottovalutata. Non solo se ne parla troppo poco e ci sono molte, troppe lacune a livello legislativo. Il fatto è che la classe politica, troppo impegnata a sbranarsi a vicenda, sembra non averne compreso appieno l’importanza -sarebbe da aprire un discorso a parte che per il momento tralascio-

Sta di fatto che servirebbe una formazione anche ai recruiter delle aziende e associazioni che potenzierebbero non poco il loro servizio, se solo si avvalessero di un mediatore.

Qui purtroppo è il nocciolo della questione. Non conoscendone le potenzialità, o avendone un’idea distorta -come ad esempio che il mediatore è un semplice interprete- non si rendono nemmeno conto di averne bisogno. Quindi, iniziare un lavoro atto a sensibilizzarle, sarebbe parte integrante della soluzione.

Dove può lavorare un mediatore culturale?

Prima di rispondere, si dovrebbe capire bene cos’è un mediatore. Come dicevo anche negli articoli precedenti, non esiste una definizione univoca e questo contribuisce a creare non poca confusione. Io amo dire che il mediatore culturale aiuta le persone a costruire una vita migliore in Italia.

Ma come si traduce tutto questo in concreto? Ovvero, dove e come può lavorare un mediatore culturale?

Ong

Un mediatore può lavorare per le Ong, ovvero le organizzazioni non governative a scopi umanitari. Quasi sempre queste organizzazioni dispongono di imbarcazioni che viaggiano nel Mediterraneo e salvano i migranti che tentano di raggiungere l’Europa con i barconi.

Spesso le Ong vengono accusate di favorire, in questo modo, l’immigrazione clandestina. Sicuramente si tratta di un tema molto ampio che merita un approfondimento, comunque io credo che il loro intervento sia provvidenziale quando si tratta di salvare vite umane.

A bordo lavorano professionisti di molteplici settori, comunque, appena i migranti vengono tratti in salvo ricevono le prime cure. Il mediatore che lavora sulle Ong quindi ha un ruolo fondamentale perché lavora a stretto contatto con il personale sanitario. In questa fase si cerca di ricostruire a grandi linee la storia sanitaria dei migranti e la loro regione di provenienza, individuandone la lingua di riferimento.

Lavorare negli hotspot

Un hotspot è un centro di identificazione per migranti. Durante la permanenza nell’hotspot, si cerca di identificarli per capire se hanno o meno diritto a restare. In quest’ultimo caso, si dovrebbe procedere al rimpatrio.

Questo apre un discorso lunghissimo non privo di criticità, perché l’identificazione è spesso difficile, quando non impossibile, per almeno tre motivi:

  • chi arriva, è sprovvisto di documenti di riconoscimento
  • non vuole essere rimpatriato
  • le storie che raccontano, proprio per paura di essere rimandati al loro Paese, possono essere false o comunque non del tutto veritiere

In queste fasi che sono molto delicate, il mediatore collabora con le forze dell’ordine che devono procedere all’identificazione attraverso la registrazione e la presa delle impronte digitali. Inoltre, ascolta gli immigranti per capirne la provenienza, l’età e la situazione familiare. A questo punto il mediatore fornisce anche un quadro sulla normativa italiana in tema di immigrazione, spiegando loro quali sono le procedure per richiedere la protezione internazionale.

Lavorare nei Cas

Un Cas è un centro di accoglienza straordinaria. Questa tipologia di struttura nasce a seguito dell’emergenza posti dovuta ai tantissimi arrivi che si sono registrati negli ultimi anni.

In teoria, trattandosi di una situazione straordinaria, le persone dovrebbero restarvi per un tempo limitato, essendo poi trasferite in un Sai. In realtà il sistema spesso è al collasso e la permanenza nei Cas si protrae per un tempo più lungo, quindi non è raro che quanto dovrebbe essere attuato in un Sai si realizza anche all’interno dei centri di accoglienza straordinaria, nel senso che le funzioni delle strutture tendono a fondersi e sovrapporsi.

Nel caso di immigrati presenti nei Cas e nei Sai, quindi, il mediatore abbandona la sua funzione di interprete prettamente linguistico per andare oltre.

Questo avviene perché si entra di una fase dove gli immigrati hanno bisogno di qualcuno in grado di codificare la realtà in base a codici culturali che risultino per loro comprensibili.

In parole povere, significa accettare ciò che spesso è diversissimo rispetto al contesto di provenienza. Il che si traduce in un apprendimento quotidiano dove si impara, ad esempio, a comprare un biglietto dell’autobus -non direttamente sul mezzo come avviene in molte zone del mondo- fino al prenotare una visita medica dopo aver ottenuto l’attribuzione del codice fiscale.

Tutto quello che ho detto fin ora riguarda la prima e seconda accoglienza, in realtà però un mediatore lavora per l’integrazione anche nei momenti successivi, quando in pratica il nuovo progetto di vita è – o dovrebbe essere- già delineato.

Continua nella seconda parte dell’articolo.

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Chi è e cosa fa un mediatore culturale

cosa fa un mediatore culturale

Già. Chi è, esattamente, e cosa fa un mediatore culturale?

Rispondere a questa domanda significa inquadrare, o almeno cercare di farlo, una professione complessa che in Italia, per una lunga serie di motivi, non ha ancora trovato il riconoscimento che merita.

Ma andiamo per ordine.

Quando nasce la professione del mediatore culturale?

Il mediatore culturale, inteso come professionista nel suo settore, nasce nei primi anni ’90, quando, per intenderci, cominciarono ad arrivare in Italia i primi immigrati con gli sbarchi.

Allora si trattava di un fenomeno nuovo a cui nessuno, era preparato, tantomeno la classe politica.

In quel periodo gli arrivi si concentravano lungo la costa ionica e a sud dell’Adriatico, perché si trattava principalmente di cittadini albanesi o comunque provenienti dalla Penisola Balcanica.

I primi mediatori culturali

Allora, ci fu il caos, perché queste persone che venivano accolte avevano necessità ben più complesse che andavano oltre un piatto di minestra e l’alloggio.

Occorreva integrarli, ma non esisteva alcun piano di gestione in questo senso. Inoltre, per arrivare a ottenere un minimo di integrazione, bisognava conoscere chi arrivava, comprendere la loro storia e parlare una lingua che fossero in grado di capire.

I primi mediatori, quindi, nascono essenzialmente come interpreti linguistici. Solo con il tempo le leggi, con tutti i loro limiti e incongruenze, sono arrivate a esplorarne il percorso di studi, l’inquadramento e le mansioni.

Come è cambiata la figura del mediatore culturale

Man mano che l’Italia si trasformava in terra di approdo per i migranti, con le comunità dell’Est Europa – in primis quella romena- e poi Nord Africana – generalizzo un attimo per chiarezza espositiva- chi si occupava di sicurezza e immigrazione cominciava a rendersi conto dell’importanza di questa figura.

Fino a qualche anno fa comunque, il mediatore era essenzialmente qualcuno che conosceva le lingue delle comunità immigrate, magari perché avevano in comune lo stesso Paese di origine. All’inizio, quindi, si trattava di persone che spesso non avevano alle spalle nessuna qualifica.

Da quegli anni l’Italia si è profondamente trasformata e oggi viviamo in una società multietnica e tutti sono coscienti dell’appeal esercitato dal nostro Paese. Perché arrivare in Italia significa entrare in Europa, dunque per il futuro dobbiamo aspettarci, inevitabilmente, una pressione sempre maggiore alle frontiere.

Oggi, i mediatori sono anche italiani ed esistono diversi percorsi per avvicinarsi alla professione.

Ora, proverò a rispondere alla domanda di apertura di questo post.

Chi è e cosa fa un mediatore culturale?

Un mediatore culturale è un plurilingue, esperto conoscitore di due realtà: il Paese di arrivo, in questo caso l’Italia, e quello di provenienza del cittadino immigrato.

Una volta le mediazioni erano solo linguistiche, oggi la mediazione presuppone un incontro tra due culture. In un certo senso, dunque, va oltre la mera traduzione per posizionarsi su un piano più profondo e articolato. Inoltre, interviene sulle specificità dei settori in cui il mediatore opera, come:

  • scuole
  • ospedali
  • tribunali
  • strutture di prima e seconda accoglienza

In Italia, gli enti che si occupano di regolamentare la figura del mediatore culturale, lavorano in autonomia basandosi sulla legge quadro dell’immigrazione.

I requisiti spesso variano da regione a regione. Negli anni sono state proposte varie definizioni per il mediatore, che in più di qualche caso annaspavano nel tentativo di spiegarne le peculiarità.

Io sono per la semplificazione -perché più che di parole abbiamo bisogno di concretezza- e preferisco lasciare gli elenchi ai legislatori, per questo dico che il mediatore culturale è un esperto che agisce su più fronti e aiuta le persone a costruire la miglior vita possibile in Italia.

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Cosa ho fatto quest’anno in cui ho smesso di scrivere sul blog

scrivere sul blog

La domanda se la sono posta in tanti e io non posso che ringraziare per ogni messaggio ricevuto. Quando lavori on-line, anche se personalmente sono sempre stata molto attenta a quanto e come condividere la mia vita privata, le domande fanno parte del gioco e una spiegazione è d’obbligo.

Se avete letto il mio articolo Perché ho scelto di diventare mediatore culturale, forse qualcuno si sarà già fatto un’idea, ma oggi voglio entrare più nel dettaglio anche per raccontare come cambierà il blog.

Ho già detto che il mio lavoro mi portava spesso a stare fuori. Io credo che i bambini abbiano bisogno di presenza e assentarsi spesso da casa, stando fuori anche la notte durante le trasferte, non garantiva più a mia figlia quella routine quotidiana che le permetteva di crescere serenamente.

Per carità, io non giudico le situazioni e le scelte degli altri, ma io mi sono rifiutata di trattare mia figlia come un pacco e di affidarla 15 ore al giorno a una baby-sitter, perché nel mio caso c’è poco da girarci intorno, il risultato alla fine sarebbe stato questo.

L’altra parte della storia è che io già scrivevo come ghost-writer di immigrazione e conflitti in Medio Oriente e questo lavoro, che portavo avanti parallelamente al blog e alle consulenze, lo sentivo altrettanto mio, quindi ho iniziato il corso come mediatore culturale.

Certo, è stata durissima, perché l’Ente Formatore si trovava nelle Marche e io abito vicino Roma, ma ho stretto i denti e oggi posso dire che ne è valsa la pena.

Ovviamente, tra il lavoro e le lezioni, spesso, di nuovo, ero fuori casa, quindi a qualcosa ho dovuto rinunciare perché la giornata è fatta per tutti da 24 ore e io non ci tengo a essere una wonder woman, soprattutto se questo significa mettere a rischio il mio equilibrio personale.

Di riprendere il blog durante il tirocinio non se ne parlava, nel frattempo ho superato l’esame e ho preso la qualifica.

Oggi ho un lavoro con orari stabili e la sera la passo a casa. Riprendere fiato mi ha permesso anche di chiedermi cosa voglio farne di questo blog.

Io scrivo da sempre, il blog fa parte di me e continuerà a esistere, ma non voglio mentire. Certo alla base c’è una passione grandissima, ma non è solo questo. Il blog per me è stato da sempre anche uno strumento di lavoro, quindi a partire da questo momento sarà incentrato soprattutto sui temi della mediazione linguistica e culturale.

Resterà on-line la parte relativa ai viaggi, perché, se parliamo di lavoro, io provengo dal turismo e voglio lasciare disponibili tutte le informazioni che ho già pubblicato, che comunque rimangono una parte fondamentale del mio percorso e continuerò a raccontare i miei viaggi nel momento in cui avrò da dire qualcosa di interessante.

Certo, tanti storceranno la bocca, perché ovviamente on-line o sei monotematico oppure non conti niente, ma il blog è praticamente il mio spazio e io voglio gestirlo come meglio credo.

Rinunciare totalmente ai viaggi significherebbe mettere da parte un pezzo di me stessa, quindi io vado controcorrente e scelgo questa strada.

A proposito, per il momento sui social non esisto più. Ho cancellato tutti i profili non perché credo che Ig, Facebook e compagnia bella siano il male, anzi a livello lavorativo sono strumenti molto utili, solo che io non avevo proprio tempo di gestirli. Questione di priorità, insomma.

Ricapitolando, ho una nuova qualifica, non sono più sui social e ricomincio dal blog. Ho cambiato vita, eppure sono sempre io.

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Perché ho scelto di diventare mediatore culturale

diventare mediatore culturale

Potrei raccontare che, una volta, lavoravo nel turismo e le cose sono cambiate. Oggi va tanto di moda il termine “reinventarsi” che pare brutto essere fuori dalla mischia.

C’è stato il Covid e il mio settore è stato tra i più colpiti, tutto verissimo. Aggiungiamoci pure che in piena pandemia sono diventata mamma e, improvvisamente, avevo tra le braccia una creatura minuscola che aveva bisogno di protezione, amore e, soprattutto, di presenza, cose che andavano inevitabilmente a scontrarsi con una valigia sempre pronta.

Ma questa sarebbe solo una parte della storia, perché se guardo a ritroso il mio percorso, i presupposti c’erano già, solo che dovevo maturare e permettere che quei semini si trasformassero in germogli.

Perché in me non c’era solo un amore sconfinato per i viaggi. Io volevo conoscere, ma conoscere davvero le altre culture, toccandole con mano e arrivare oltre gli scatti patinati che riempiono Instagram. Volevo immergermi in quelle realtà, le volevo respirare, sporcandomi le mani e i vestiti.

Credo che un punto cruciale del mio percorso sia stata l’Università a Torino. Ogni giorno attraversavo Porta Palazzo, che tanto mi ricordava i suk marocchini, mentre il tram pullulava di lingue tanto affascinanti quanto per me incomprensibili. Vicino alla mia facoltà c’era il Centro Studi Asia e Africa. All’epoca, tanti ragazzi arrivavano con un visto per studenti e io non facevo altro che domandarmi quali fossero le reali motivazioni che li avessero spinti a partire. Volevo conoscere, davvero, la loro storia. Dalla curiosità al farci amicizia, amicizia vera, intendo, fu un attimo.

Non è un caso che negli anni ho scritto tantissimo non solo di turismo, ma anche di immigrazione, solo che a un certo punto scrivere non mi bastava più.

Era un giorno di Dicembre quando, con una tazza di mate accanto, digitavo sulla tastiera del mio computer “come diventare mediatore culturale”.

Da quel momento per me si è aperto un mondo e oggi ringrazio quel pizzico di follia che mi ha spinta a provarci e che mi ha permesso, finalmente, di trovare il fil rouge di tutta la strada lungo la quale ho camminato.

Io sono Michela e oggi aiuto le persone.