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Baby gang in aumento: esiste una soluzione?

baby gang in aumento
Foto di: Djedj, Pixabay

Ormai non fa più notizia. Le baby gang sono in aumento e tengono sotto scacco le nostre città. I reati violenti come il furto e la rapina a mano armata sono all’ordine del giorno, ma non solo.

Non è raro osservare, tra i vari gruppi che si contendono il controllo del territorio, degli scontri che si traducono in sequestro di persona, risse e accoltellamenti in strada, sotto gli occhi terrorizzati dei passanti.

Un fenomeno preoccupante che è in crescita, al quale il sistema giudiziario italiano appare incapace di rispondere. Non si tratta soltanto di tempistiche troppo lunghe, il problema è a monte, perché spesso gli imputati sono al di sotto della soglia di punibilità, dunque, a meno che non venga modificata la normativa, il sistema giudiziario e le forze dell’ordine hanno le mani legate.

Baby gang in aumento: esiste una soluzione?

baby gang in aumento
Immagine di: Tumsu, Pixabay

Ma chi sono e da dove vengono questi giovanissimi?

Tipologia e diffusione delle baby gang in Italia

Lo studio “Le Gang giovanili in Italia” di Tanscrime, consultabile sul sito del Ministero dell’Interno a questo link https://www.interno.gov.it/it/notizie/mappatura-nazionale-baby-gang-realta-aumento-italia, prova a tracciarne una mappatura, individuando tre tipi di baby gang. La prima tipologia non ha una struttura gerarchica e la sua presenza è omogenea da Nord a Sud. La seconda -rintracciabile soprattutto nel Meridione- si ispira alle organizzazioni mafiose italiane. La terza fotografa bene la situazione attuale:

[…] gruppi che si ispirano a organizzazioni criminali o gang estere: presenti prevalentemente in aree urbane del Nord e del Centro del Paese composti in prevalenza da stranieri di prima e seconda generazione. […]

Lo studio termina con una serie di proposte di intervento, che si condensano in un richiamo a una maggiore collaborazione tre le istituzioni e al sostegno alle famiglie.

La situazione in Europa

Inquadrare le caratteristiche delle baby gang però, non basta per comprendere a fondo un fenomeno che non è affatto tutto italiano.

La Francia non sembra essere da meno e pochi mesi fa il primo ministro svedese Ulf Kristerssan parlava della situazione sempre più preoccupante anche in Svezia -fonte: sussidiario.net, articolo del 30/09/23 di Josephine Corinci-

Per correre ai ripari, nel tentativo di arginare la violenza che dilaga, occorre capire le motivazioni e le dinamiche alla base dell’aumento delle baby gang in Italia.

Non tutti i gruppi sono baby gang

Stando ai dati dello studio firmato Tanscrime, molti degli appartenenti a questi gruppi organizzati si ispirano ai modelli delle baby gang straniere.

In questo c’è sicuramente un fondo di verità, almeno nei casi in cui i gruppi sono coadiuvati a monte dalla criminalità organizzata.

Eppure, assistiamo spesso ad aggregazioni volontarie che nulla hanno a che fare con le mafie di matrice straniera presenti sul territorio italiano.

Il ruolo dei trapper

baby gang in aumento
Foto di: Robert Balog, Pixabay

Aggregazioni che in molti casi passano per la musica e devono la popolarità ai social, tanto che, sempre nel medesimo studio, si legge:

[…] si aggiunge la sempre più persuasiva esposizione ad attività e rappresentazioni estreme in rete o nei media tradizionali che, in qualche caso, possono attivare processi emulativi o favorire condotte devianti alla ricerca di consenso tra pari. […]

I trapper in Italia

Il fenomeno è inevitabilmente correlato ai trapper, termine spesso sconosciuto ai più, che però, almeno in parte, aiuta a far luce sui motivi del successo che riscontrano nei giovanissimi.

Trapper deriva da trap, trappola, e si identifica con i luoghi più emarginati degli Stati Uniti dove nei primissimi anni ’90 avveniva lo spaccio della droga.

Dalla definizione si intuisce la provenienza sociale e i temi trattati dai trapper, che spesso in Italia hanno origini Nord africane. Origini, perché le famiglie sono arrivate nel nostro Paese tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, ma loro sono nati qua.

Riflessioni sui trapper e la malavita: cosa non ha funzionato

Forse, allora, proprio nell’ultimo dato sta la chiave di lettura.

Questi ragazzi, pur essendo nati e cresciuti in Italia, parlano di violenza, povertà ed emarginazione.

Un’emarginazione che si muove su più fronti: quella identitaria -quanti si sentono italiani e in che modo l’origine influisce sulla loro vita?- e quella sociale. Quest’ultima passa per la mancata integrazione – e si apre un paradosso enorme, perché per chi è nato qui non dovrebbe aver senso parlare di integrazione- ma non solo.

Una delle accuse che viene rivolta più spesso alla politica -basta ascoltare qualche intervista per rendersene conto- è la risposta che questa non ha saputo dare in termini di opportunità, come se lo Stato li avesse emarginati e, dunque, rifiutati.

Le baby gang sono il fallimento del modello integrativo italiano

Come suggerisce il nome, gli appartenenti a quelle che comunemente definiamo baby gang -includendo tra queste i trapper di origine straniera, che però a ben vedere non sempre rientrano nel fenomeno, in quanto spaccio, risse e rapine rappresentano il risultato di un certo tipo di vita e non il fine del gruppo- sono giovanissimi, quasi sempre sotto i 25 anni.

Da questo dato è facilmente intuibile che tutti hanno lasciato la scuola poco più che adolescenti. Il periodo maggiormente critico, ovvero la fascia di età 13-16 anni, dice anche che l’abbandono è avvenuto all’inizio delle superiori. Quasi sicuramente questa scelta non è avvenuta per caso, ma è l’epilogo di un disagio sociale covato da tempo, probabilmente all’interno delle stesse famiglie di origine. Famiglie che hanno avuto difficoltà a integrarsi all’epoca del loro arrivo, famiglie che una volta mandavano i loro figli alla scuola dell’obbligo.

Allora dov’erano le Istituzioni all’epoca? Perché non sono intervenuti i servizi sociali, allontanando quei bambini da un futuro all’insegna dei soldi facili e della malavita? Se fosse stata mostrata loro un’alternativa, oggi la situazione sarebbe diversa?

Aumento delle baby gang in Italia: esiste una soluzione?

Difficile dirlo col senno di poi, sta di fatto che un recupero è più semplice in giovane età che da adulti.

Quel che è certo, è che le baby gang di oggi rappresentano il fallimento della politica sociale italiana di dieci anni fa, perché fare i moralisti è facile, tutt’altra storia è far capire che esiste una strada diversa a chi nella vita ha conosciuto solo emarginazione e povertà. Che si trasformano in rabbia sociale, difficile da contenere. Certo, esiste chi, nonostante tutto, riesce a rompere la catena e ad affrancarsi da un destino che pare essere già scritto, ma solo pochi, pochissimi ci riescono.

Ecco allora che la soluzione sta nella prevenzione. Ricostruire le storie disastrate di chi oggi fa parte delle baby gang, andando a vedere come e quando si è verificato il cortocircuito sociale. E intervenire sui nodi, quali l’isolamento, il basso reddito e l’abbandono precoce degli studi, che spesso viaggiano di pari passo. Così dovrebbe funzionare la sinergia tra le Istituzioni, altrimenti, sono solo parole buttate al vento.

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Il Ramadan nelle scuole italiane come opportunità di incontro

ramadan scuole italiane
Immagine di Gordon Johnson, Pixabay

Il titolo è eloquente. A dispetto delle polemiche, il Ramadan coinvolge più che mai le scuole italiane, vista l’alta percentuale di bambini e ragazzi appartenenti alla fede musulmana.

Io oggi vorrei lasciare da parte quelle polemiche, provando a rendere questa festività che non ci appartiene un’occasione di incontro per tutti gli studenti.

Il Ramadan nelle scuole italiane: la conoscenza è la chiave

Lo facciamo con un’attività interculturale, una sorta di laboratorio che ha lo scopo di favorire la conoscenza tra la comunità islamica e quella non islamica.

Alla fine dell’articolo troverai le slide illustrate che ti serviranno come base per realizzare l’attività nella tua classe.

Attività scolastica multidisciplinare: impariamo a conoscere il Ramadan

Qualche precisazione prima di continuare.

Spesso si pensa che inserire attività di questo tipo nel programma scolastico sia complesso. Può essere vero nel caso di attività strutturate che richiedono ore di preparazione e fondi importanti, ma nessuno vieta di iniziare con poco, a piccoli passi.

Per questa attività, ad esempio, non serve una grande programmazione e nemmeno grandi risorse.

Se non ci credi continua a leggere.

Obiettivi dell’attività

Favorire il dialogo interreligioso e l’incontro fra culture. La cronaca di queste ultime settimane ci mostra come il dibattito e le polemiche siano più accesi che mai quando si parla di Islam.

Con questo laboratorio proviamo ad andare oltre, cercando di capire un pezzettino della tradizione musulmana che è sempre più presente nel tessuto scolastico e sociale italiano.

Lo faremo facendo incontrare i ragazzi a metà strada fra le due culture, perché solo con la conoscenza possiamo decostruire gli stereotipi.

Destinatari

Ragazzi delle scuole secondarie di primo grado. Sconsiglio di proporla a studenti delle classi inferiori perché lo svolgimento del laboratorio presuppone alcune conoscenze fondamentali della tradizione cristiana, nozioni che si apprendono prevalentemente al Catechismo in preparazione della Cresima, che in Italia si fa più o meno durante le scuole medie.

Metodologia

Nel laboratorio sono previsti la narrazione, l’ascolto attivo e l’uso di alcuni supporti digitali -ti spiego meglio nei paragrafi successivi-

Compresenza

Per uno svolgimento ottimale di questa attività si richiede la presenza del docente di lingua italiana e di religione cattolica. Inoltre, per rendere più stimolante il laboratorio, spingendo i ragazzi a porsi delle domande, è previsto l’intervento di due mediatori interculturali che lavorano sui codici linguistici e culturali degli studenti.

Per questo, sarebbe ottimale la compresenza di un mediatore culturale musulmano di madre lingua araba e uno italiano, che conosca in profondità la cultura italiana e le pratiche religiose cristiane, supportando così il lavoro dell’insegnante di religione e di lingua italiana.

Durata

Una mattina -è possibile svolgere l’attività in circa 4 ore-

Svolgimento

Il laboratorio sul digiuno islamico del Ramadan si articola in tre fasi:

  • Si parte facendo disporre la classe a cerchio. Va benissimo sistemare i banchi in modo che i ragazzi possano guardarsi negli occhi, tuttavia sarebbe meglio sedersi tutti per terra disponendosi a cerchio. Il cerchio infatti, oltre a favorire il confronto a aumentare l’attenzione, rafforza il senso di appartenenza al gruppo, punto fondamentale perché si lavora sulla coesione della classe ed elimina gli schieramenti “noi” vs “voi”. A questo punto si inizia con la definizione di Ramadan, facendo luce sull’origine della pratica, il significato e le regole da rispettare durante il digiuno. Qui gioca un ruolo cruciale il mediatore arabo perché si fa carico di spiegare i punti che agli occhi di uno studente non musulmano possono essere oscuri o percepiti come lontani e difficili da comprendere.
  • Poi si passa al punto successivo, dove l’insegnante di religione e il mediatore italiano collaborano cercando le differenze e le analogie con la Quaresima cristiana -periodo, significato, concetto di “fioretto” inteso come rinuncia a qualcosa. L’insegnante di italiano rielabora i concetti su una lavagna e, aiutato dal mediatore arabo, spiega i punti di contatto tra Quaresima e Ramadan.
  • A turno, parlano poi i ragazzi ognuno in base all’appartenenza religiosa, declinando il Ramadan e la Quaresima in base al Paese di origine e alle proprie tradizioni familiari.

Per tenere traccia del lavoro svolto, si possono registrare i racconti creando dei video da mostrare a casa e aggiungendoli all’elenco delle attività extra curricolari previste dalla scuola nel piano dell’offerta formativa.

Nel paragrafo successivo trovi le slide che riassumono quanto detto fin ora.

Il Ramadan nelle scuole italiane: progetto scolastico interdisciplinare

ramadan scuole italiane
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Adesso non ti resta che metterti all’opera. Scrivimi e fammi sapere come va.

Se invece non sai da dove partire, o hai bisogno di idee e consigli specifici, dai un’occhiata alla pagina Servizi scolastici di mediazione culturale, dove troverai tanti modi per collaborare con me.

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Scuole chiuse per Ramadan: non facciamone una questione di Stato

scuole chiuse ramadan

Fonte immagine: Jonh1cse, Pixabay

La vicenda la conoscono tutti. La polemica è nata dopo la proposta del dirigente scolastico di Pioltello di chiudere la scuola per permettere agli studenti musulmani di festeggiare in famiglia la fine del Ramadan.

Scuole chiuse per il Ramadan: perché non è una questione di Stato

Sarebbe inutile tornare sulle reazioni perché ne hanno già ampiamente parlato tutti i giornali, ma da questo si può trarre più di qualche riflessione.

Quanti sono i musulmani in Italia?

Partiamo dai numeri.

Secondo i dati forniti dal Pew Research Center, i musulmani in Italia rappresentano la terza categoria per appartenenza religiosa, attestandosi a circa 2,7 milioni di fedeli.

Tra questi, una larga parte sono italiani, non solo per cittadinanza acquisita. Nel conteggio infatti sono compresi anche i convertiti -ovvero i nati in Italia da famiglie non musulmane che hanno abbracciato la fede islamica in un secondo momento-

Alla luce di questi dati, salta all’occhio la presenza massiccia – e, a quanto pare, sempre più strutturata- dell’Islam in Italia, numeri che si riflettono anche nelle scuole di ogni ordine e grado, con una netta prevalenza nelle regioni del Nord.

Scuole chiuse per Ramadan: le accuse

Una delle obiezioni più accese riguardo la proposta del preside di Pioltello, è stato il richiamo -non solo a livello politico, ma anche da parte di comuni cittadini- al rispetto delle nostre usanze, invocato a gran voce su più fronti.

Il dibattito si colloca nel filone più ampio che include l’immigrazione clandestina, il tema della sicurezza e il timore di un’invasione. Tutti elementi che -per lo meno da parte di chi sostiene questa tesi- porterebbero a una scristianizzazione dell’Italia.

Qualche dato sul Cristianesimo italiano

scuole chiuse ramadan

Fonte immagine: ddzphoto, Pixabay

Anche in questo caso, sono i numeri a parlare.

In Italia le Chiese sono vuote, a dispetto di un’esigua minoranza che continua a praticare la religione cristiana anche nelle varianti ortodossa e pentecostale.

Il Cattolicesimo continua a essere al primo posto -del resto c’è la presenza del Vaticano- eppure i conti non tornano.

La profonda crisi del Cattolicesimo

Secondo il sito italiandati.com, i cattolici in Italia sarebbero quasi 44 milioni -dati del 2021- numeri che però stridono con l’allontanamento dalla fede e la forte presenza di atei e agnostici, soprattutto nelle fasce giovanili.

Il calo dei cattolici praticanti – con tutte le conseguenze che ne derivano- è un fenomeno conosciuto da anni. In parte è rintracciabile nella crisi identitaria della Chiesa, i vari scandali e la sua presunta incapacità di adattarsi ai tempi ne sono un esempio -anche se per i fedeli ci sono motivazioni teologiche legate a questi fenomeni- ma il profondo cambiamento del tessuto sociale italiano, che qualcuno chiamerebbe modernizzazione, ha fatto la sua parte.

Ergo, il calo dei cattolici va interpretato alla luce di una serie di concause, ma in nessun modo si possono additare i musulmani per la nostra scristianizzazione.

Scristianizzazione che passa anche attraverso l’eliminazione del crocifisso nei luoghi pubblici.

Pure in questo caso, è credenza comune che, citazione testuale “lo abbiamo eliminato per colpa dei musulmani”, cosa assolutamente errata.

Nessuno nega che negli anni qualche estremista abbia avanzato la pretesa, ma si tratta di casi assolutamente marginali rispetto al numero dei musulmani presenti in Italia.

Il crocifisso è stato rimosso in risposta a un processo di laicizzazione dello Stato che dura da almeno 50 anni, arco temporale che corrisponde -guarda caso- alla crisi della Chiesa.

La scristianizzazione l’Italia se l’è procurata da sola quando sono cambiati i riferimenti sociali e la Chiesa -intesa come istituzione ma anche luogo fisico- ha smesso di essere un punto di aggregazione e riferimento in una società che tende al laicismo.

L’autonomia delle scuole italiane: ecco perché non è un caso di Stato

La proposta di tenere la scuola chiusa per la fine del Ramadan ha dato vita a un vespaio, tanto che è dovuto intervenire il Presidente Mattarella per mettere fine alla questione.

In Italia la legge Bassanini del 1997 e la regolamentazione del 1999 hanno aperto la strada all’autonomia scolastica, che ha visto piena attuazione nel 2015.

Oggi ogni istituto, oltre a gestire l’offerta formativa, gode dell’autonomia anche per quanto riguarda l’amministrazione e l’organizzazione del calendario scolastico, purché si rispettino i giorni di apertura obbligatori stabiliti per legge.

Ovviamente – a parte le vacanze canoniche- il calendario cambia da scuola a scuola poiché riflette le festività locali.

Con la sua proposta, il dirigente scolastico di Pioltello, esercita il principio di autonomia nel pieno rispetto della legge, viene dunque difficile capire come- il perché è più chiaro- si possa arrivare al caso politico.

Scuole chiuse per il Ramadan: lo specchio di una società che cambia

scuole chiuse ramadan

Fonte immagine: gerat, Pixabay

Si grida all’invasione, al rispetto delle tradizioni, alla scristianizzazione, ma davvero pensiamo che il problema reale sia chiudere la scuola in occasione di una festività non cattolica?

Il tessuto sociale italiano è cambiato e la scuola – che riflette la composizione sociale del nostro Paese- ne tiene conto, gestendo in autonomia i giorni di chiusura, a prescindere dall’appartenenza religiosa degli studenti.

Le scuole chiuse per il Ramadan non sono un favore ai musulmani, ma la risposta a una componente islamica numerosa, risposta che probabilmente sarebbe stata la stessa per altre fedi religiose se avessero avuto gli stessi numeri.

Chiudere le scuole non significa per noi smettere di essere cristiani -per questo, siamo già sulla buona strada per altri motivi- Quindi per favore, non facciamone un caso di Stato.

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17enne morto sulla Sea Watch: quali riflessioni dovremmo fare

diciassettenne sea watch

La notizia è stata ampiamente riportata da tutti i media nei giorni scorsi, per questo non serviva l’ennesimo articolo che riprendesse i fatti, bensì uno spunto di riflessione che vada oltre la ricerca di un colpevole.

Il 6 Marzo, la Ong Sea Watch soccorre in mare un barcone in difficoltà. A bordo si trovano circa 50 persone, cinque delle quali versano in gravi condizioni.

Parte immediatamente una prima richiesta di soccorso, anche perché tra i naufraghi c’è un minorenne in stato di incoscienza.

Schiacciato dal peso di altri cinquanta disperati ammassati nella stiva, ustionato e intossicato dal carburante, il ragazzo muore due ore dopo.

La Guardia Costiera italiana, che aveva suggerito alla Sea Watch di dirigersi in Tunisia perché si trattava di un punto di approdo più vicino rispetto alle nostre coste, arriverà solo in tarda serata a far sbarcare le restanti quattro persone in condizioni critiche. Rifiutando, peraltro, di portar via il cadavere che resta sulla Sea Watch.

La Ong, che non è dotata di cella frigorifera, deve sbarcare a Ravenna, allungando la navigazione di ben quattro giorni.

Fortunatamente, se di fortuna si può parlare in tali circostanze, dopo un primo braccio di ferro con il Governo arriva il contrordine: la Sea Watch può sbarcare a Pozzallo.

Mentre infuriano le polemiche che vedono contrapporsi i soliti schieramenti politici, la Guardia Costiera Italiana si difende dall’accusa di mancato soccorso, in quanto il salvataggio non sarebbe stato di sua competenza territoriale.

Purtroppo, a poco più di un anno dalla strage di Cutro, il copione si ripete.

“Perché la Sea Watch non è andata in Tunisia?” ci si chiede, neppure troppo sottovoce.

Ebbene, la Tunisia non è un Paese per migranti e non è un porto sicuro – anzi, sarebbe opportuno che l’Europa rivalutasse la definizione di porto sicuro-

Il dibattito resta aperto.

Nessuno nega che esiste un problema riguardo la gestione dei flussi migratori, così come è chiaro che l’Italia non può farsi carico da sola degli sbarchi. Un tema, questo, che si ripropone ogni anno soprattutto con l’avvicinarsi della stagione estiva.

Qual è, allora, la soluzione?

La vita prevale su tutto il resto, senza se e senza ma. Che il Governo pensi a salvare vite umane, in primis, discutendo le responsabilità in un secondo momento nella sede opportuna, che in questo caso è il Parlamento Europeo.

Morire a 17 anni a poche miglia delle coste europee è inaccettabile, in barba a qualsiasi rimpallo di responsabilità. Finché non capiremo questo, non avrà senso neppure la pantomima per ricordare le vittime di Cutro, eccetto quello di ripulirsi -fintamente- la coscienza.

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Bimba a scuola con il Niqab a Pordenone: facciamo chiarezza?

Niqab Pordenone

Inizio con una premessa: la domanda contenuta nel titolo è fortemente provocatoria, perché non è affatto scontato fare chiarezza su una questione interpretabile sotto i più disparati punti di vista.

Pordenone: a scuola con il Niqab

Il fatto

La notizia è di qualche giorno fa.

Siamo a Pordenone, città non certo nuova ai fenomeni immigratori. Una bimba di dieci anni si presenta a scuola -parliamo di quarta elementare- indossando il Niqab, il velo tradizionale che prevede la totale copertura del volto, lasciando scoperti solo gli occhi.

Stando alle notizie riportate, l’insegnante avrebbe preferito parlare con la famiglia della sua alunna in un secondo momento, forse proprio al fine di evitare un caso mediatico.

La chiacchierata, a quanto sembra, avrebbe portato i suoi frutti, perché, sempre stando alle fonti reperibili on-line, il giorno dopo il Niqab sarebbe stato sostituito dall’Hijab, il tipico velo che copre soltanto la testa, lasciando libero il viso.

Qui si chiude il caso di cronaca e iniziano le riflessioni.

Politica, velo e integrazione: le reazioni

Il Sindaco di Pordenone ha invitato a segnalare qualsiasi caso analogo.

Ovviamente, non poteva non scendere in campo la politica, anche perché il dibattito in Italia è più infuocato che mai e arriva dritto alla pancia delle persone.

Marco Dreasto, segretario regionale della Lega in Friuli Venezia Giulia, è deciso a portare il caso in Parlamento -fonte: Repubblica- e non si esclude un intervento da parte dei servizi sociali.

Dal canto suo, la comunità islamica, spesso accusata di ostracismo, prende le distanze dal fatto, definendo il Niqab indossato dalla piccola “un errore di interpretazione da parte dei genitori.” -fonte: Il Fatto Quotidiano- Ammettendo, di fatto, che l’uso di un abbigliamento tanto restrittivo è solitamente riservato alle donne adulte.

Tralasciamo per un istante le implicazioni che questa precisazione può scatenare in Italia a cavallo dell’otto Marzo e mettiamo insieme un paio di punti che aggiungono sicuramente carne al fuoco, ma da cui si deve partire se davvero vogliamo impostare una discussione seria.

Il dibattito che si dovrebbe aprire

La notizia esce in prossimità dell’inizio del Ramadan. Nonostante in Italia viga il divieto di utilizzare caschi e copricapo che impediscano il riconoscimento della persona, non c’è ancora una regolamentazione chiara rispetto all’uso del velo nei luoghi pubblici. Ma era davvero necessario scatenare un nuovo caso politico proprio adesso?

Probabilmente, sarebbe stato meglio prendere atto che esiste un problema- nessuno vuole negarlo- e cercare un dialogo con tutte le parti. Ormai è chiaro che il braccio di ferro non funziona. Inasprisce gli animi e aumenta le distanze, cose che nessuno dovrebbe auspicare.

Per arrivare a una vera integrazione, è necessario conoscere l’altro. Ovvero incontrarlo, mettendo da parte i propri pregiudizi. Non significa avallare un certo comportamento, ma indagare sul background che queste comunità si portano dietro.

Se una cosa si è sempre fatta in un certo modo, non è detto che questo sia il migliore, ma la modalità verrà ripetuta, anche semplicemente per abitudine.

Stiamo attenti a gridare sempre e comunque al rischio di islamizzazione, perché spesso si fa confusione tra le pratiche religiose e quelle che invece sono prevalentemente culturali.

Nel caso d Pordenone, la famiglia si è mostrata collaborativa, dimostrando che forse una parte di colpa è anche delle istituzioni, incapaci di attivare un processo di inclusione che preveda anche l’assimilazione delle nostre consuetudini da parte delle comunità immigrate.

Invece no. Doveva scoppiare il caso politico, un altro. Come da copione.

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Dove lavora un mediatore culturale? -2° parte-

dove lavora un mediatore culturale

Nell’articolo precedente ho parlato del lavoro del mediatore culturale in fase di prima accoglienza, ovvero, quel lasso di tempo che intercorre tra l’arrivo, l’identificazione e la permanenza nei Cas quando ci sono le condizioni per la richiesta di protezione internazionale.

Ma dove e come lavora un mediatore culturale nei momenti successivi?

Per rispondere alla domanda del titolo, occorre porsi una seconda domanda. Ovvero: in quali casi un cittadino straniero che vive in Italia può aver bisogno di un mediatore?

Dove lavora un mediatore culturale

Esistono diversi ambiti di riferimento che si possono sintetizzare in questo modo:

  • sistema giudiziario
  • sanità
  • sistema scolastico

Sistema giudiziario

Include le questure, le caserme dei Carabinieri e il tribunale.

Questure e caserme

Questo punto è di fondamentale importanza perché la presenza di un mediatore in questi luoghi aiuta i cittadini stranieri a rapportarsi con la burocrazia italiana e le forze dell’ordine.

Facciamo un esempio pratico. Il cittadino che deve richiedere un permesso di soggiorno deve presentare tutta la documentazione ai fini del rilascio. Inoltre, il permesso di soggiorno va rinnovato alla scadenza e, soprattutto chi non parla bene l’italiano, ha diritto di esprimersi in una lingua conosciuta. Lo stesso discorso si può fare per le caserme dei Carabinieri, dove il mediatore culturale assume il ruolo di interprete e facilitatore linguistico.

Tribunali

Anche nei tribunali la presenza del mediatore può essere fondamentale.

Faccio solo un paio di esempi che però rendono bene l’idea:

  • ascolto delle parti coinvolte
  • traduzioni linguistiche
  • mediazioni nelle carceri per i cittadini di origine straniera

Sistema sanitario

Anche in questo caso il discorso è molto ampio e in seguito ne parlerò scorporando l’argomento in più post.

Per ora dico solo che per un medico è fondamentale sapere come intervenire in caso di allergie e patologie pregresse. Il mediatore quindi aiuta il personale sanitario a ricostruire la storia del paziente di origine straniera e lo informa sulle tipologie di cura disponibili, il tutto nella sua lingua di riferimento.

-In realtà fa molto di più ma di questo scriverò in seguito-

Sistema scolastico

La verità è che ogni singolo punto di questo post è infinitamente complesso e non bastano certo poche parole per approfondirlo, quindi ancora una volta faccio un discorso molto superficiale tanto per dare un’idea.

Il mediatore nelle scuole lavora sia a livello linguistico che socio-educativo, aiutando gli studenti di origine straniera a integrarsi nel gruppo classe.

Ovviamente non è tutto. Perché il suo intervento funzioni, c’è bisogno del supporto dei docenti e dei compagni, che andranno sensibilizzati a comprendere la situazione, senza dimenticare l’importanza di interfacciarsi con la famiglia che deve essere coinvolta in prima persona. -Comunque, credo che da questo si intuisca la complessità d’intervento che un mediatore deve attuare-.

Nel prossimo articolo voglio fare un passo avanti e proviamo ad analizzare le criticità della professione del mediatore culturale.

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Dove può lavorare un mediatore culturale? -1° parte-

dove lavora un mediatore culturale

Oggi parliamo degli ambiti in cui può lavorare un mediatore culturale, andando a esplorarne le mansioni.

Un argomento per nulla scontato, soprattutto quando penso che, 9 volte su 10, quando dico di essere mediatore, la persona che ho di fronte mi risponde, imbarazzata: “Media…Che? Quindi recuperi i crediti?” In pratica, molti confondono la mia professione con quella del mediatore creditizio che, per inciso, non ha nulla a che fare con le lingue e l’immigrazione.

Proviamo a fare chiarezza.

Mediatore culturale: perché tanta confusione?

Prima di addentrarci nei dettagli delle mansioni di un mediatore, tenterò di rispondere a questo punto.

Almeno in Italia, il mediatore culturale è una figura sottovalutata. Non solo se ne parla troppo poco e ci sono molte, troppe lacune a livello legislativo. Il fatto è che la classe politica, troppo impegnata a sbranarsi a vicenda, sembra non averne compreso appieno l’importanza -sarebbe da aprire un discorso a parte che per il momento tralascio-

Sta di fatto che servirebbe una formazione anche ai recruiter delle aziende e associazioni che potenzierebbero non poco il loro servizio, se solo si avvalessero di un mediatore.

Qui purtroppo è il nocciolo della questione. Non conoscendone le potenzialità, o avendone un’idea distorta -come ad esempio che il mediatore è un semplice interprete- non si rendono nemmeno conto di averne bisogno. Quindi, iniziare un lavoro atto a sensibilizzarle, sarebbe parte integrante della soluzione.

Dove può lavorare un mediatore culturale?

Prima di rispondere, si dovrebbe capire bene cos’è un mediatore. Come dicevo anche negli articoli precedenti, non esiste una definizione univoca e questo contribuisce a creare non poca confusione. Io amo dire che il mediatore culturale aiuta le persone a costruire una vita migliore in Italia.

Ma come si traduce tutto questo in concreto? Ovvero, dove e come può lavorare un mediatore culturale?

Ong

Un mediatore può lavorare per le Ong, ovvero le organizzazioni non governative a scopi umanitari. Quasi sempre queste organizzazioni dispongono di imbarcazioni che viaggiano nel Mediterraneo e salvano i migranti che tentano di raggiungere l’Europa con i barconi.

Spesso le Ong vengono accusate di favorire, in questo modo, l’immigrazione clandestina. Sicuramente si tratta di un tema molto ampio che merita un approfondimento, comunque io credo che il loro intervento sia provvidenziale quando si tratta di salvare vite umane.

A bordo lavorano professionisti di molteplici settori, comunque, appena i migranti vengono tratti in salvo ricevono le prime cure. Il mediatore che lavora sulle Ong quindi ha un ruolo fondamentale perché lavora a stretto contatto con il personale sanitario. In questa fase si cerca di ricostruire a grandi linee la storia sanitaria dei migranti e la loro regione di provenienza, individuandone la lingua di riferimento.

Lavorare negli hotspot

Un hotspot è un centro di identificazione per migranti. Durante la permanenza nell’hotspot, si cerca di identificarli per capire se hanno o meno diritto a restare. In quest’ultimo caso, si dovrebbe procedere al rimpatrio.

Questo apre un discorso lunghissimo non privo di criticità, perché l’identificazione è spesso difficile, quando non impossibile, per almeno tre motivi:

  • chi arriva, è sprovvisto di documenti di riconoscimento
  • non vuole essere rimpatriato
  • le storie che raccontano, proprio per paura di essere rimandati al loro Paese, possono essere false o comunque non del tutto veritiere

In queste fasi che sono molto delicate, il mediatore collabora con le forze dell’ordine che devono procedere all’identificazione attraverso la registrazione e la presa delle impronte digitali. Inoltre, ascolta gli immigranti per capirne la provenienza, l’età e la situazione familiare. A questo punto il mediatore fornisce anche un quadro sulla normativa italiana in tema di immigrazione, spiegando loro quali sono le procedure per richiedere la protezione internazionale.

Lavorare nei Cas

Un Cas è un centro di accoglienza straordinaria. Questa tipologia di struttura nasce a seguito dell’emergenza posti dovuta ai tantissimi arrivi che si sono registrati negli ultimi anni.

In teoria, trattandosi di una situazione straordinaria, le persone dovrebbero restarvi per un tempo limitato, essendo poi trasferite in un Sai. In realtà il sistema spesso è al collasso e la permanenza nei Cas si protrae per un tempo più lungo, quindi non è raro che quanto dovrebbe essere attuato in un Sai si realizza anche all’interno dei centri di accoglienza straordinaria, nel senso che le funzioni delle strutture tendono a fondersi e sovrapporsi.

Nel caso di immigrati presenti nei Cas e nei Sai, quindi, il mediatore abbandona la sua funzione di interprete prettamente linguistico per andare oltre.

Questo avviene perché si entra di una fase dove gli immigrati hanno bisogno di qualcuno in grado di codificare la realtà in base a codici culturali che risultino per loro comprensibili.

In parole povere, significa accettare ciò che spesso è diversissimo rispetto al contesto di provenienza. Il che si traduce in un apprendimento quotidiano dove si impara, ad esempio, a comprare un biglietto dell’autobus -non direttamente sul mezzo come avviene in molte zone del mondo- fino al prenotare una visita medica dopo aver ottenuto l’attribuzione del codice fiscale.

Tutto quello che ho detto fin ora riguarda la prima e seconda accoglienza, in realtà però un mediatore lavora per l’integrazione anche nei momenti successivi, quando in pratica il nuovo progetto di vita è – o dovrebbe essere- già delineato.

Continua nella seconda parte dell’articolo.

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Chi è e cosa fa un mediatore culturale

cosa fa un mediatore culturale

Già. Chi è, esattamente, e cosa fa un mediatore culturale?

Rispondere a questa domanda significa inquadrare, o almeno cercare di farlo, una professione complessa che in Italia, per una lunga serie di motivi, non ha ancora trovato il riconoscimento che merita.

Ma andiamo per ordine.

Quando nasce la professione del mediatore culturale?

Il mediatore culturale, inteso come professionista nel suo settore, nasce nei primi anni ’90, quando, per intenderci, cominciarono ad arrivare in Italia i primi immigrati con gli sbarchi.

Allora si trattava di un fenomeno nuovo a cui nessuno, era preparato, tantomeno la classe politica.

In quel periodo gli arrivi si concentravano lungo la costa ionica e a sud dell’Adriatico, perché si trattava principalmente di cittadini albanesi o comunque provenienti dalla Penisola Balcanica.

I primi mediatori culturali

Allora, ci fu il caos, perché queste persone che venivano accolte avevano necessità ben più complesse che andavano oltre un piatto di minestra e l’alloggio.

Occorreva integrarli, ma non esisteva alcun piano di gestione in questo senso. Inoltre, per arrivare a ottenere un minimo di integrazione, bisognava conoscere chi arrivava, comprendere la loro storia e parlare una lingua che fossero in grado di capire.

I primi mediatori, quindi, nascono essenzialmente come interpreti linguistici. Solo con il tempo le leggi, con tutti i loro limiti e incongruenze, sono arrivate a esplorarne il percorso di studi, l’inquadramento e le mansioni.

Come è cambiata la figura del mediatore culturale

Man mano che l’Italia si trasformava in terra di approdo per i migranti, con le comunità dell’Est Europa – in primis quella romena- e poi Nord Africana – generalizzo un attimo per chiarezza espositiva- chi si occupava di sicurezza e immigrazione cominciava a rendersi conto dell’importanza di questa figura.

Fino a qualche anno fa comunque, il mediatore era essenzialmente qualcuno che conosceva le lingue delle comunità immigrate, magari perché avevano in comune lo stesso Paese di origine. All’inizio, quindi, si trattava di persone che spesso non avevano alle spalle nessuna qualifica.

Da quegli anni l’Italia si è profondamente trasformata e oggi viviamo in una società multietnica e tutti sono coscienti dell’appeal esercitato dal nostro Paese. Perché arrivare in Italia significa entrare in Europa, dunque per il futuro dobbiamo aspettarci, inevitabilmente, una pressione sempre maggiore alle frontiere.

Oggi, i mediatori sono anche italiani ed esistono diversi percorsi per avvicinarsi alla professione.

Ora, proverò a rispondere alla domanda di apertura di questo post.

Chi è e cosa fa un mediatore culturale?

Un mediatore culturale è un plurilingue, esperto conoscitore di due realtà: il Paese di arrivo, in questo caso l’Italia, e quello di provenienza del cittadino immigrato.

Una volta le mediazioni erano solo linguistiche, oggi la mediazione presuppone un incontro tra due culture. In un certo senso, dunque, va oltre la mera traduzione per posizionarsi su un piano più profondo e articolato. Inoltre, interviene sulle specificità dei settori in cui il mediatore opera, come:

  • scuole
  • ospedali
  • tribunali
  • strutture di prima e seconda accoglienza

In Italia, gli enti che si occupano di regolamentare la figura del mediatore culturale, lavorano in autonomia basandosi sulla legge quadro dell’immigrazione.

I requisiti spesso variano da regione a regione. Negli anni sono state proposte varie definizioni per il mediatore, che in più di qualche caso annaspavano nel tentativo di spiegarne le peculiarità.

Io sono per la semplificazione -perché più che di parole abbiamo bisogno di concretezza- e preferisco lasciare gli elenchi ai legislatori, per questo dico che il mediatore culturale è un esperto che agisce su più fronti e aiuta le persone a costruire la miglior vita possibile in Italia.

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Mediazione culturale

Cosa ho fatto quest’anno in cui ho smesso di scrivere sul blog

scrivere sul blog

La domanda se la sono posta in tanti e io non posso che ringraziare per ogni messaggio ricevuto. Quando lavori on-line, anche se personalmente sono sempre stata molto attenta a quanto e come condividere la mia vita privata, le domande fanno parte del gioco e una spiegazione è d’obbligo.

Se avete letto il mio articolo Perché ho scelto di diventare mediatore culturale, forse qualcuno si sarà già fatto un’idea, ma oggi voglio entrare più nel dettaglio anche per raccontare come cambierà il blog.

Ho già detto che il mio lavoro mi portava spesso a stare fuori. Io credo che i bambini abbiano bisogno di presenza e assentarsi spesso da casa, stando fuori anche la notte durante le trasferte, non garantiva più a mia figlia quella routine quotidiana che le permetteva di crescere serenamente.

Per carità, io non giudico le situazioni e le scelte degli altri, ma io mi sono rifiutata di trattare mia figlia come un pacco e di affidarla 15 ore al giorno a una baby-sitter, perché nel mio caso c’è poco da girarci intorno, il risultato alla fine sarebbe stato questo.

L’altra parte della storia è che io già scrivevo come ghost-writer di immigrazione e conflitti in Medio Oriente e questo lavoro, che portavo avanti parallelamente al blog e alle consulenze, lo sentivo altrettanto mio, quindi ho iniziato il corso come mediatore culturale.

Certo, è stata durissima, perché l’Ente Formatore si trovava nelle Marche e io abito vicino Roma, ma ho stretto i denti e oggi posso dire che ne è valsa la pena.

Ovviamente, tra il lavoro e le lezioni, spesso, di nuovo, ero fuori casa, quindi a qualcosa ho dovuto rinunciare perché la giornata è fatta per tutti da 24 ore e io non ci tengo a essere una wonder woman, soprattutto se questo significa mettere a rischio il mio equilibrio personale.

Di riprendere il blog durante il tirocinio non se ne parlava, nel frattempo ho superato l’esame e ho preso la qualifica.

Oggi ho un lavoro con orari stabili e la sera la passo a casa. Riprendere fiato mi ha permesso anche di chiedermi cosa voglio farne di questo blog.

Io scrivo da sempre, il blog fa parte di me e continuerà a esistere, ma non voglio mentire. Certo alla base c’è una passione grandissima, ma non è solo questo. Il blog per me è stato da sempre anche uno strumento di lavoro, quindi a partire da questo momento sarà incentrato soprattutto sui temi della mediazione linguistica e culturale.

Resterà on-line la parte relativa ai viaggi, perché, se parliamo di lavoro, io provengo dal turismo e voglio lasciare disponibili tutte le informazioni che ho già pubblicato, che comunque rimangono una parte fondamentale del mio percorso e continuerò a raccontare i miei viaggi nel momento in cui avrò da dire qualcosa di interessante.

Certo, tanti storceranno la bocca, perché ovviamente on-line o sei monotematico oppure non conti niente, ma il blog è praticamente il mio spazio e io voglio gestirlo come meglio credo.

Rinunciare totalmente ai viaggi significherebbe mettere da parte un pezzo di me stessa, quindi io vado controcorrente e scelgo questa strada.

A proposito, per il momento sui social non esisto più. Ho cancellato tutti i profili non perché credo che Ig, Facebook e compagnia bella siano il male, anzi a livello lavorativo sono strumenti molto utili, solo che io non avevo proprio tempo di gestirli. Questione di priorità, insomma.

Ricapitolando, ho una nuova qualifica, non sono più sui social e ricomincio dal blog. Ho cambiato vita, eppure sono sempre io.

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Perché ho scelto di diventare mediatore culturale

diventare mediatore culturale

Potrei raccontare che, una volta, lavoravo nel turismo e le cose sono cambiate. Oggi va tanto di moda il termine “reinventarsi” che pare brutto essere fuori dalla mischia.

C’è stato il Covid e il mio settore è stato tra i più colpiti, tutto verissimo. Aggiungiamoci pure che in piena pandemia sono diventata mamma e, improvvisamente, avevo tra le braccia una creatura minuscola che aveva bisogno di protezione, amore e, soprattutto, di presenza, cose che andavano inevitabilmente a scontrarsi con una valigia sempre pronta.

Ma questa sarebbe solo una parte della storia, perché se guardo a ritroso il mio percorso, i presupposti c’erano già, solo che dovevo maturare e permettere che quei semini si trasformassero in germogli.

Perché in me non c’era solo un amore sconfinato per i viaggi. Io volevo conoscere, ma conoscere davvero le altre culture, toccandole con mano e arrivare oltre gli scatti patinati che riempiono Instagram. Volevo immergermi in quelle realtà, le volevo respirare, sporcandomi le mani e i vestiti.

Credo che un punto cruciale del mio percorso sia stata l’Università a Torino. Ogni giorno attraversavo Porta Palazzo, che tanto mi ricordava i suk marocchini, mentre il tram pullulava di lingue tanto affascinanti quanto per me incomprensibili. Vicino alla mia facoltà c’era il Centro Studi Asia e Africa. All’epoca, tanti ragazzi arrivavano con un visto per studenti e io non facevo altro che domandarmi quali fossero le reali motivazioni che li avessero spinti a partire. Volevo conoscere, davvero, la loro storia. Dalla curiosità al farci amicizia, amicizia vera, intendo, fu un attimo.

Non è un caso che negli anni ho scritto tantissimo non solo di turismo, ma anche di immigrazione, solo che a un certo punto scrivere non mi bastava più.

Era un giorno di Dicembre quando, con una tazza di mate accanto, digitavo sulla tastiera del mio computer “come diventare mediatore culturale”.

Da quel momento per me si è aperto un mondo e oggi ringrazio quel pizzico di follia che mi ha spinta a provarci e che mi ha permesso, finalmente, di trovare il fil rouge di tutta la strada lungo la quale ho camminato.

Io sono Michela e oggi aiuto le persone.