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Bimba a scuola con il Niqab a Pordenone: facciamo chiarezza?

Niqab Pordenone

Inizio con una premessa: la domanda contenuta nel titolo è fortemente provocatoria, perché non è affatto scontato fare chiarezza su una questione interpretabile sotto i più disparati punti di vista.

Pordenone: a scuola con il Niqab

Il fatto

La notizia è di qualche giorno fa.

Siamo a Pordenone, città non certo nuova ai fenomeni immigratori. Una bimba di dieci anni si presenta a scuola -parliamo di quarta elementare- indossando il Niqab, il velo tradizionale che prevede la totale copertura del volto, lasciando scoperti solo gli occhi.

Stando alle notizie riportate, l’insegnante avrebbe preferito parlare con la famiglia della sua alunna in un secondo momento, forse proprio al fine di evitare un caso mediatico.

La chiacchierata, a quanto sembra, avrebbe portato i suoi frutti, perché, sempre stando alle fonti reperibili on-line, il giorno dopo il Niqab sarebbe stato sostituito dall’Hijab, il tipico velo che copre soltanto la testa, lasciando libero il viso.

Qui si chiude il caso di cronaca e iniziano le riflessioni.

Politica, velo e integrazione: le reazioni

Il Sindaco di Pordenone ha invitato a segnalare qualsiasi caso analogo.

Ovviamente, non poteva non scendere in campo la politica, anche perché il dibattito in Italia è più infuocato che mai e arriva dritto alla pancia delle persone.

Marco Dreasto, segretario regionale della Lega in Friuli Venezia Giulia, è deciso a portare il caso in Parlamento -fonte: Repubblica- e non si esclude un intervento da parte dei servizi sociali.

Dal canto suo, la comunità islamica, spesso accusata di ostracismo, prende le distanze dal fatto, definendo il Niqab indossato dalla piccola “un errore di interpretazione da parte dei genitori.” -fonte: Il Fatto Quotidiano- Ammettendo, di fatto, che l’uso di un abbigliamento tanto restrittivo è solitamente riservato alle donne adulte.

Tralasciamo per un istante le implicazioni che questa precisazione può scatenare in Italia a cavallo dell’otto Marzo e mettiamo insieme un paio di punti che aggiungono sicuramente carne al fuoco, ma da cui si deve partire se davvero vogliamo impostare una discussione seria.

Il dibattito che si dovrebbe aprire

La notizia esce in prossimità dell’inizio del Ramadan. Nonostante in Italia viga il divieto di utilizzare caschi e copricapo che impediscano il riconoscimento della persona, non c’è ancora una regolamentazione chiara rispetto all’uso del velo nei luoghi pubblici. Ma era davvero necessario scatenare un nuovo caso politico proprio adesso?

Probabilmente, sarebbe stato meglio prendere atto che esiste un problema- nessuno vuole negarlo- e cercare un dialogo con tutte le parti. Ormai è chiaro che il braccio di ferro non funziona. Inasprisce gli animi e aumenta le distanze, cose che nessuno dovrebbe auspicare.

Per arrivare a una vera integrazione, è necessario conoscere l’altro. Ovvero incontrarlo, mettendo da parte i propri pregiudizi. Non significa avallare un certo comportamento, ma indagare sul background che queste comunità si portano dietro.

Se una cosa si è sempre fatta in un certo modo, non è detto che questo sia il migliore, ma la modalità verrà ripetuta, anche semplicemente per abitudine.

Stiamo attenti a gridare sempre e comunque al rischio di islamizzazione, perché spesso si fa confusione tra le pratiche religiose e quelle che invece sono prevalentemente culturali.

Nel caso d Pordenone, la famiglia si è mostrata collaborativa, dimostrando che forse una parte di colpa è anche delle istituzioni, incapaci di attivare un processo di inclusione che preveda anche l’assimilazione delle nostre consuetudini da parte delle comunità immigrate.

Invece no. Doveva scoppiare il caso politico, un altro. Come da copione.

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