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A mia figlia

a mia figlia

Scrivo. Scrivo, come sempre, mordicchiando il tappo della penna, come da bambina. Mentre le parole fluiscono dalla mia mente alla carta del quaderno sbrindellato che tengo sulle ginocchia, mi volto.

All’interno della culla c’è Elisa Maria, mia figlia, nata il 9 Giugno di questo 2020 tanto difficile, che, certamente, rimarrà nella storia.

Chissà, probabilmente, anche lei, un giorno, racconterà ai suoi nipoti la sua infanzia, esattamente come mia nonna faceva con me, una volta. Solo che i suoi, di racconti, non saranno fatti di bombe lanciate nella notte. Non ci sarà nessun tedesco dall’aria minacciosa e nemmeno americani a regalare tavolette di cioccolata.

Le parole di mia figlia mentre racconterà la sua nascita avranno i contorni di una notte d’inizio estate, trascorsa ad aspettare fuori dall’ospedale, interdetto al pubblico, in attesa di notizie. Una notte di felicità, accompagnata dalla paura, dal dolore e dalla solitudine, con le mascherine pronte a fare da barriera a quel nemico invisibile che si chiama Covid19.

Perché Elisa Maria è nata nell’anno della pandemia di cui si leggerà nei libri di storia. Lei, come tanti altri bambini. Questo dimostra, ancora una volta, la forza della vita, che continua a scorrere impassibile, come il tempo, anche quando tutto sembra andare male e non avere senso.

Ancora una volta, mentre guardo mia figlia con il viso rilassato nel sonno e le labbra a forma di cuore, mi rendo conto del dono che ho ricevuto, come il tesoro più prezioso. Non posso fare a meno di sorridere mentre la guardo. Lei, il mio miracolo, nata dopo una gravidanza tutt’altro che semplice.

Continuo a guardarla, mentre fantastico sul nostro futuro insieme, per la prima volta, famiglia a tre. Non importa se, durante il cammino, incontreremo degli ostacoli. So già che la nostra vita sarà bellissima, faticosa, forse, come è giusto e naturale che sia con l’arrivo di un esserino minuscolo e indifeso, ma entusiasmante. Cuore e mente contengono a fatica tutti progetti che mi frullano per la testa.

Insegnerò a mia figlia a viaggiare, perché non c’è nulla di più bello che guardare il cielo in luoghi diversi. Le insegnerò che i limiti, e i confini, sono solo nella nostra testa, perché la fuori c’è un mondo in cui tutti siamo fratelli. Le insegnerò che la differenza è un valore e che ci si può ancora fidare delle persone.

Insegnerò a mia figlia che non sono i soldi o un abito firmato a fare la felicità, quanto l’amore, l’onestà e l’essere liberi. Le insegnerò che non sono il lavoro o la ricchezza a etichettare una persona e che in questa società, che ci vuole tutti uguali, si può brillare imparando a essere se stessi.

Insegnerò a mia figlia che una vita fatta di esperienze e di avventure è ben più preziosa di oggetti inutili e costosi.

Insegnerò a mia figlia a emozionarsi per un tramonto in riva al mare, per un fuoco che brilla nella notte e per un tè bevuto in qualche angolo sperduto di mondo.

Le insegnerò a perdersi lungo le strade della vita, sicura di poter sempre tornare nella sicurezza della sua casa. Le insegnerò ad amare il profumo del cibo e delle spezie, il canto di tamburi lontani e i colori delle altre culture.

Insegnerò a mia figlia a saper ascoltare il suono di lingue diverse e ad abbracciare i suoi due Paesi. Italia e Romania ora sono unite da un ponte, mani che si stringono a formare un girotondo, dove usanze e tradizioni si abbracciano, facendo timidamente conoscenza.

Il silenzio di questa sera di inizio estate viene interrotto improvvisamente dalle campane della chiesa che risuonano in lontananza.

Scrivo. Scrivo, come sempre, mordicchiando il tappo della penna, come da bambina. Mentre le parole fluiscono dalla mia mente alla carta del quaderno sbrindellato che tengo sulle ginocchia, mi volto.

All’interno della culla c’è Elisa Maria, mia figlia, nata il 9 Giugno di questo 2020 tanto difficile, che, certamente, rimarrà nella storia.

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