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17enne morto sulla Sea Watch: quali riflessioni dovremmo fare

diciassettenne sea watch

La notizia è stata ampiamente riportata da tutti i media nei giorni scorsi, per questo non serviva l’ennesimo articolo che riprendesse i fatti, bensì uno spunto di riflessione che vada oltre la ricerca di un colpevole.

Il 6 Marzo, la Ong Sea Watch soccorre in mare un barcone in difficoltà. A bordo si trovano circa 50 persone, cinque delle quali versano in gravi condizioni.

Parte immediatamente una prima richiesta di soccorso, anche perché tra i naufraghi c’è un minorenne in stato di incoscienza.

Schiacciato dal peso di altri cinquanta disperati ammassati nella stiva, ustionato e intossicato dal carburante, il ragazzo muore due ore dopo.

La Guardia Costiera italiana, che aveva suggerito alla Sea Watch di dirigersi in Tunisia perché si trattava di un punto di approdo più vicino rispetto alle nostre coste, arriverà solo in tarda serata a far sbarcare le restanti quattro persone in condizioni critiche. Rifiutando, peraltro, di portar via il cadavere che resta sulla Sea Watch.

La Ong, che non è dotata di cella frigorifera, deve sbarcare a Ravenna, allungando la navigazione di ben quattro giorni.

Fortunatamente, se di fortuna si può parlare in tali circostanze, dopo un primo braccio di ferro con il Governo arriva il contrordine: la Sea Watch può sbarcare a Pozzallo.

Mentre infuriano le polemiche che vedono contrapporsi i soliti schieramenti politici, la Guardia Costiera Italiana si difende dall’accusa di mancato soccorso, in quanto il salvataggio non sarebbe stato di sua competenza territoriale.

Purtroppo, a poco più di un anno dalla strage di Cutro, il copione si ripete.

“Perché la Sea Watch non è andata in Tunisia?” ci si chiede, neppure troppo sottovoce.

Ebbene, la Tunisia non è un Paese per migranti e non è un porto sicuro – anzi, sarebbe opportuno che l’Europa rivalutasse la definizione di porto sicuro-

Il dibattito resta aperto.

Nessuno nega che esiste un problema riguardo la gestione dei flussi migratori, così come è chiaro che l’Italia non può farsi carico da sola degli sbarchi. Un tema, questo, che si ripropone ogni anno soprattutto con l’avvicinarsi della stagione estiva.

Qual è, allora, la soluzione?

La vita prevale su tutto il resto, senza se e senza ma. Che il Governo pensi a salvare vite umane, in primis, discutendo le responsabilità in un secondo momento nella sede opportuna, che in questo caso è il Parlamento Europeo.

Morire a 17 anni a poche miglia delle coste europee è inaccettabile, in barba a qualsiasi rimpallo di responsabilità. Finché non capiremo questo, non avrà senso neppure la pantomima per ricordare le vittime di Cutro, eccetto quello di ripulirsi -fintamente- la coscienza.

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